Le parole su Colonia. Telecronaca di un dibattito. Seconda parte

Le parole su Colonia: telecronaca di un dibattito

Continua da: La parole su Colonia. Telecronaca di un dibattito. Prima parte


Oltre Colonia. Intermezzo

Nonostante ciò, è stato proposto di «costruire un doppio percorso nell’accoglienza»: ammettere soltanto donne, vecchi e bambini e segregare i maschi adulti in attesa di accertare che non siano dei ‘malintenzionati’ («davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita?»). Se la fattibilità e l’auspicabilità della proposta hanno suscitato, oltre ai legittimi dubbi, anche un certo stupore, occorre far presente che chi l’ha enunciata, Lucia Annunziata, non è nuova a questo tipo di provocazioni: basta ricordare certe sue posizioni del 2003. Oggi denuncia «le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all’indietro tutte le società musulmane», rispondendo così con voce femminile all’antifona neocoloniale del neodirettore de «La Stampa» Maurizio Molinari (prontamente smascherato dai Wu Ming su «Giap», ma non solo da loro), un’antifona dalla quale a quanto pare non si salva neppure il nostro Meridione.

La novità di questi giorni rispetto ai discorsi di 13 anni fa è che in questo caso ne va della sicurezza e dell’indipendenza delle donne occidentali: «non voglio pensare che … le nostre figlie vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro», scrive la direttrice dell’edizione italiana dell’«Huffington Post». Questa affermazione presuppone l’idea che la libertà e i diritti vengano e vadano conquistati secondo un percorso lineare vero in ogni tempo e in ogni luogo, per accumulazione. Ma la storia non funziona così, né ‘da noi’ – e lo sa bene chiunque in Italia cerchi di abortire, avvalendosi del risultato di un referendum risalente a 35 anni fa – né fuori dall’Europa – a meno di relegare al regno delle fiabe la condizione in cui le donne versavano nel mondo arabo prima delle rivoluzioni islamiche della seconda metà del Novecento (ve la ricordate Marjane Satrapi?).

Inoltre, se Annunziata e Maraini possono pensare che in Europa l’esercizio di alcuni ‘diritti’ sia ormai un fatto naturale, è anche perché parlano da una posizione privilegiata: loro, anche grazie al proprio lavoro, si sono effettivamente emancipate, ma non tutte siamo in questa condizione. Peraltro questa loro indipendenza, che attiene sicuramente all’ambito economico e sociale, sembra essere meno vera per quello intellettuale, dove entrambe dimostrano un’insospettabile subalternità alle logiche patriarcali: la preoccupazione prioritaria di entrambe resta la «civiltà occidentale», della quale la libertà femminile sarebbe soltanto un aspetto («un’operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio … mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida [a] noi, l’Europa tutta»).

Le false contraddizioni. Colonia e Parigi

Il cortocircuito interno alla cultura europea, pertanto, sembra insistere sull’incapacità di leggere i fenomeni politici in modo indipendente dalla morale, che resta l’unico metro per misurare tanto la lunghezza delle gonne quanto la bontà delle intenzioni di chi chiede un permesso di soggiorno. La morale si configura come un dispositivo storico di dominio a un tempo razziale e sessuale, e rischia di farci parlare del nostro ombelico perdendo di vista quello che succede. In tal senso, l’ossessione sulla salvaguardia dei nostri ‘stili di vita’ ha la stessa matrice moralistica dell’accoglienza: basti ripensare ai tempi di «je suis Charlie», un anno fa, quando curiosamente il dibattito si concentrò quasi soltanto sulla libertà di stampa, come se questa fosse non solo l’unico viatico per una politica giusta, ma anche una sorta di esclusiva dell’Occidente, un costume acquisito con l’Illuminismo e mai più dismesso. ‘Europa: liberali dal 1789’.

Peraltro, sulla vicenda di Colonia gli autori di «Charlie Hebdo» si sono ancora una volta distinti per la profondità di analisi e la raffinatezza della satira, tirando in mezzo niente meno che il bimbo annegato l’estate scorsa sulle coste turche, finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Il titolo recita «che cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?», e la didascalia «smanacciatore di chiappe in Germania». Nel disegno, immancabili tanto il naso da maiale per gli uomini all’inseguimento, quanto la procacità delle forme per la donna in fuga. Dietro la sfida a un pregiudizio moralistico (quello del politically-correct), c’è qui la grave riaffermazione di un duplice giudizio morale, che pretende di valutare tanto la ‘natura’ del migrante quanto la ‘natura’ femminile.

Nel momento in cui ci mostra che le soggettività non sono né omogenee né neutre, perché sono attraversate da contraddizioni (e questo vale tanto per la razza quanto per il genere, ma anche per la classe), la vicenda di Colonia deve anche insegnarci che i soggetti non sono né buoni né cattivi. Libertà di stampa, accoglienza, scontro di civiltà: se risultano ‘fuori tema’ rispetto all’accaduto, è perché sono tutte espressioni di un punto di vista autocentrato. Si attorcigliano in dibattiti sterili, interni allo stesso modo di vedere le cose, sempre più distante dalla realtà. Libertà o censura, inclusione o esclusione, us or them – non occorre schierarsi da nessuna delle due parti: si tratta di semplici depistaggi rispetto al reale conflitto in atto, che questa volta è emerso nella forma del patriarcato.

«Contro il sessismo»: la violenza

In molte hanno provato a dire che neppure in Europa la condizione delle donne è esattamente idilliaca: tra le altre, Natalia Aspesi non ha dubbi che i maschi europei siano violenti, e mentre Dinah Riese, Nina George, Stefanie Lohaus e Anne Wizorek argomentano che la violenza sessuale non è questione di religione/cultura/etnia, Loredana Lipperini, con una mossa astuta (adoperata anche da Kyenge), ricorda la lunga storia delle violenze di genere perpetrate dai maschi bianchi nei territori coloniali – e non è il caso di risalire molto indietro nel tempo.

Dire che anche l’europeo è capace di violenza sessuale significa semplicemente riconoscere il patriarcato come fenomeno globale (ci riescono persino alcuni uomini): un fenomeno che si basa su una complessa struttura di pratiche, norme e istituzioni, che è funzionale alla riproduzione sociale e della quale l’aggressione sessuale è soltanto un aspetto. Una volta fatto ciò, occorre segnalare che esso si manifesta come rapporto di potere in modi diversi sulla faccia del pianeta, e si riproduce proprio grazie a questa differenza di condizioni. Se è vero che la manomorta sull’autobus a Roma è banale quotidianità, oltre a segnalare questa normalità come problema occorre ammettere che si tratta di un’eventualità molto diversa dal subire un processo per adulterio qualche chilometro più a est. E se riconoscere che c’è chi sta peggio non può essere motivo di conforto, neppure pensare che ciò che ci separa «dalle afghane [sia] giusto lo spazio di una gentile concessione» è di grande utilità.

Si è parlato di «scontro tra maschilismi»: a usare l’espressione è stato un non meglio identificato «giovane musulmano», richiamando molto da vicino le posizioni di Musa Okwonga e di Kamel Daoud. Se c’è della verità nelle sue parole, sta nel saper mostrare come, per una parte di coloro che hanno preso posizione, le donne siano soltanto l’argomento (l’oggetto) di un dibattito strumentale, che le chiama in causa per parlare d’altro, dando per scontata la loro sottomissione. Tuttavia, riducendo l’intero discorso pubblico a questo (errore in cui sembra incorrere ad esempio Giuliana Sgrena, e che invece Amalia Signorelli riesce a evitare), si rischia di non contemplare la possibilità di una sua presa in carico da parte femminile: questi maschilisti, mentre sono alle prese con un delicato regolamento di conti interno sul modo preferibile per esercitare il dominio sui corpi delle donne, stanno pur sempre facendo un discorso che le riguarda.

Contro il patriarcato

Come per i migranti, se è vero che siamo sotto accusa, è altrettanto vero che non è utile pensarci come vittime. Dobbiamo capire che, «come sa ogni donna che quotidianamente lotti insieme ai migranti», l’antirazzismo non basta: per uscire dalle false contraddizioni e aggirare lo scontro tra maschilismi, afferma Giulia Siviero, una mossa del cavallo è possibile tramite il femminismo. Proprio grazie al femminismo, possiamo condannare i fatti di Colonia senza essere razziste.

La via d’uscita dall’apparente impasse, quindi, sta nel capire questo: che, nelle parole di Paola Rudan, «le differenze specifiche relative ai modi, all’entità, alla legittimità pubblica di queste violenze … non sono dovute a valori universali, ma alla forza che le donne hanno saputo esprimere in Occidente come altrove … Affermare il carattere universale del patriarcato – l’omogeneità di una concezione della donna come oggetto pienamente disponibile – rischia di oscurare tanto le diverse condizioni all’interno delle quali esso si esprime, quanto la lotta che le donne hanno portato avanti e tuttora combattono per mutare quelle condizioni e conquistare spazi di libertà».

Di volta in volta, l’esito di questa lotta non dipende soltanto dalle donne, ma dipende specialmente dalle donne. Al giorno d’oggi, le punte più avanzate non sono certo tra chi risponde con un multiculturalismo grigio alla visione in bianco e nero dello scontro di civiltà, né tra chi si accanisce contro il mondo post-coloniale riproducendone le regole patriarcali: come ricorda Nicoletta Poidimani, sono in India, in Kurdistan, sono fuori dall’Europa. O meglio, per rubare un’ipotesi di Dominijanni, sono in ogni luogo in cui «il patriarcato diventa più aggressivo proprio [perché] scricchiola» (come secondo una sorta di ‘sindrome Houellbecq’, l’autore francese di romanzi fantapolitici sul declino della civiltà occidentale dovuto allo spadroneggiare delle donne, nell’inarrestabile ascesa di un islam che invece sa ancora tenerle a bada). Davvero basta leggere Zerocalcare per sapere che, su come funziona il potere, abbiamo poco da insegnare alle combattenti dell’YPG in Rojava.

La lotta contro il patriarcato non riguarda soltanto l’aggressione fisica – che sia quella universalmente condannata durante la giornata contro la violenza sulle donne, o quella quotidiana, che va dai social network ai soprusi in famiglia, dalle discoteche alla tratta delle schiave. Infatti non è una battaglia culturale: anche in Europa, è una battaglia politica, che si gioca nei parlamenti e per le strade, con la condanna delle violenze di capodanno e con le discussioni sulla maternità surrogata. È una battaglia che riguarda la possibilità (e chi se la prende) di ridiscutere i meccanismi riproduttivi delle società, i rapporti di potere che le costituiscono.


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Classe 1986, dottoranda in Scienze umane e sociali a Torino, vive a Berlino dove svolge una ricerca sul romanticismo politico tedesco. Ha studiato storia contemporanea e storia del pensiero politico a Bologna e a Parigi e ha collaborato con il CeSPeC di Cuneo.

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