L’economica di Thorstein Veblen tra istituzioni ed evoluzionismo

Veblen

Thorstein Veblen (1857-1929) è spesso presentato come una feroce voce satirica della società, un personaggio eccentrico o una figura prominente di quello stile letterario tipico negli Stati Uniti di fine Ottocento1. L’ironica denuncia dei costumi, cui si accompagna l’introduzione nel vocabolario dell’epoca di espressioni quali “conspicuous consumption”, “invidious comparison” o “wasteful spending”, ha fatto sì che il suo opus magnum, The Theory of the Leisure Class, fosse visto più come un affresco sociologico dei mali della società dei consumi che per ciò che effettivamente è: un’attenta analisi di alcuni determinanti del comportamento economico dei suoi tempi. Nondimeno, il suo contributo alla scienza economica non è di poco conto, né è scevro da elementi di notevole originalità. Lo scopo di questo contributo è quello di ripercorrere innanzitutto la riflessione epistemologica dell’autore, evidenziandone poi le principali conseguenze in termini di teoria economica in generale. Ad una prima sezione dedicata alla metodologia adottata da Veblen seguirà una seconda volta a schematizzare la sua critica dell’economia neoclassica e la sua proposta istituzionalista. La terza sezione sarà dedicata all’esposizione della sua psicologia degli istinti e delle abitudini. Infine, si prenderà ad esame la sua teoria del credito, di particolare interesse per i contributi originali, che anticipano in molti rispetti la successiva elaborazione keynesiana. Una nota terminologica a chiusura di questa introduzione: in questo scritto sarà spesso usato, e già dal titolo, il termine ‘evoluzione’; questo ha, soprattutto nella parlata quotidiana, una certa aura teleologica. Veblen utilizza il concetto di evoluzione, come si vedrà, nel senso strettamente darwiniano di cambiamento, di selezione, di processo adattivo, senza alcun attributo forzatamente migliorativo o peggiorativo.

Metodologia

«To the modern scientist the phenomena of growth and change are the most obtrusive and most consequential facts observable in economic life»2. Per Veblen il cambiamento è l’explicandum della scienza economica e su questa dinamica concentra tutto il suo lavoro, sia teorico sia metodologico. La critica ch’egli muove all’economia neoclassica non si ferma alla scarsa plausibilità della sua concezione del comportamento umano, ma si concentra soprattutto sulla mancanza di un approccio evolutivo alla teoria economica3. Cosa intende Veblen per evoluzionismo? E in che senso la scienza economica non è affatto evoluzionista4?

«Any evolutionary science […] is a close knit body of theory. It is a theory of a process, of an unfolding sequence»5. Questo il carattere necessario di una scienza evoluzionista: dar conto della dinamica sottostante ai fenomeni che sono il suo oggetto. Tuttavia, questo carattere non è per nulla sufficiente. La dottrina classica della produzione, per esempio, è certamente un lavoro teorico completo e nitido e cerca di spiegare il processo di produzione nei termini di una relazione tra i suoi fattori con la tecnologia produttiva a disposizione. Il punto di distacco cruciale tra Veblen e l’economica classica, la condizione necessaria e sufficiente affinché una scienza si possa dire evoluzionista, si deve rintracciare nella sua riflessione filosofica.

Differenziandosi dai positivisti che plasmano il clima intellettuale di fine Ottocento, Veblen rileva la necessità (e l’inevitabilità) di alcune assunzioni ontologiche nel campo scientifico. Pone inoltre l’accento al tempo stesso sulla necessità di definire delle relazioni causali come oggetto precipuo dell’indagine scientifica. Chiaramente, una relazione causale non può che discendere da premesse di carattere metafisico; difatti, come insegna quella riflessione filosofica che da Hume arriva sino a Russell, essa non può essere accertata tramite la sola osservazione empirica. Così Gödel nel formulare il suo ben noto teorema dell’impossibilità. Una conoscenza sistematica dei fatti non può prescindere da una loro spiegazione in termini di causa ed effetto materiali6. Per Veblen dunque una scienza è evoluzionista quando la base di valutazione dei fatti presi in considerazione è la sequenza (o relazione) causale che si crede sussista tra loro; questo è l’oggetto di una scienza propriamente darwiniana.

Questa critica filosofica si fonda sul rifiuto del principio leibniziano di “ragion sufficiente” e di ogni dualismo tra causa efficiente e causa finale, riconducendo quest’ultima alla prima. Certamente, alcuni eventi sono il frutto di una riflessione deliberata da parte degli agenti umani e come tali possono trovare giustificazione, ma non per questo la spiegazione può essere completa in questi termini: la ragione umana stessa deve pur essere causata. Intenzioni, credenze: la ragion sufficiente gioca un ruolo preponderante nelle scelte umane, ma non si può lasciar inspiegate o incausate le intenzioni, le credenze, le abitudini, gli istinti. Veblen sostiene una causa unitiva e sposa una visione materialista, per cui tutte le cause sono da considerarsi efficienti in senso aristotelico. Una scienza in senso proprio deve riconoscere questo carattere: il dualismo è incompatibile con l’ontologia della scienza e ogni schema conoscitivo deve, in ultima analisi, fondarsi sulla relazione di causa ed effetto, ossia sulla causa efficiente, rifiutando ogni finalismo causale, ogni teleologia7. Indubbiamente, molte azioni umane hanno un fine o uno scopo, ma non per questo la scienza che si propone di studiarne i fondamenti deve basarsi su questi elementi intermedi del ragionamento8.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Introduzione

Pagina 2Veblen e l’economica neoclassica

Pagina 3Una teoria del credito

Pagina 4: Conclusioni su Veblen


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Nato nel 1993 a Tolmezzo (UD). Ha conseguito la laurea magistrale in Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi di Milano. Si interessa principalmente di storia economica e del pensiero economico, ma non disdegna di spaziare all'attualità.

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