L’eterno ritorno del presente
- 10 Marzo 2015

L’eterno ritorno del presente

Scritto da Damiano De Rosa

2 minuti di lettura

Il quadro politico italiano risulta, ormai da molti, troppi anni, offuscato, poco chiaro, poco leggibile. Le analisi in questo senso si sono sprecate e si sprecano tuttora, nel leggere l’attualità politica, da una parte e dall’altra nel cercare di dare soluzioni a quello che appare invece come un male ben più profondo e più radicato nella società. I media e la sostanziale progressiva scomparsa dei corpi intermedi hanno infatti portato a una situazione in cui non è più possibile né guardarsi indietro, né guardare avanti. Un continuo ripetersi che impedisce di ricordare in modo fruttuoso, ma anche di progettare il futuro. Tutte e due cose relegate nell’armadio degli arnesi vecchi, del 900, il secolo in cui ci si poteva perfino permettere di “pensare” la propria vita. Oggi no, il mondo va veloce dicono. E noi dobbiamo correre più veloci di lui. Ovviamente senza chiederci se la direzione della corsa sia quella giusta. Non c’è tempo. Tutti, dai bambini agli anziani, sono condannati a vivere nell’eterno presente. Veloce, rude, sregolato, inumano. Ma moderno, nuovo, accattivante. Così dobbiamo vederlo. Per non apparire out da questo mainstream che tutto mangia e non lascia spazio a pensieri altri o diversi. A una coscienza e a un’opinione davvero pubbliche. E che ci fa essere in una realtà che assomiglia molto da vicino a un libro o a un film di fantascienza. Il mondo politico, come spesso succede, anziché guidare, suo antico ruolo, verso una civiltà, un’idea, una coscienza più avanzate, non fa altro che seguire, ossessionato dal mantra del consenso, questa corrente. E dunque i pensatoi diventano sempre meno, gli intellettuali all’interno dei partiti anche, i luoghi di discussione reali che non siano dibattiti a fini personalistici e elettoralistici allo stesso modo.

Come può declinarsi ed imporsi il ritorno del tempo come fattore virtuoso nel dibattito pubblico? Come si può tornare a guardare la realtà costruendo intorno e su di essa dei corpi strutturati che davvero ci consentano di mutarla, non solo a parole? Innanzitutto individuando questa come una necessità. Ed individuando questa necessità a partire dalla constatazione di cosa è stato prodotto da anni e anni di mancanza di una classe dirigente che affrontasse i problemi per quello che sono. Le famose armi di distrazione di massa hanno fatto effetto. Oggi lo possiamo vedere. E allora avremmo bisogno di non distrarci più, anche se fa male. Di capire che affrontare i problemi di un Paese non è una delle tante cose ma LA cosa che la classe politica deve fare per definirsi tale. Di tornare dunque a dare un ruolo alle elites, e di conseguenza a sceglierle bene, cum grano salis, con una formazione adeguata, per poi restituire loro il rispetto e l’onore che meritano. Questo percorso è più difficile della furia distruttrice di chi vuole mettere fine all’intero sistema (che poi rinascerebbe intatto se non peggiore dalle sue radici). Ma è l’unica via di chi oggi, ancora e nonostante tutto, crede che sia possibile altro da quello che viviamo, altro dalle categorie predefinite del pensiero unico e del neoliberismo dilagante. Altro rispetto a una società che impone il turbo a chi manca persino di un’automobile, o di una bicicletta con cui spostarsi.

Ma ci vorrebbe coraggio, il coraggio di sfidare (davvero) l’impopolarità. La consapevolezza che il potere torni ad essere un mezzo e non più un fine. Una ragionevolezza, che oggi è (velocemente) diventata utopia.

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