L’evoluzione della politica estera russa

L’ascesa al potere di Vladimir Putin ha significato un notevole cambiamento nella politica estera della Russia. Con la fine dell’esperienza sovietica, la Russia aveva iniziato a condurre una politica estera più di basso profilo, non elevandosi al rango di superpotenza egemone dell’area ma come un semplice attore internazionale voglioso di collaborare con gli Stati Uniti. Quello che Francis Fukuyama denominò “la fine della storia”, ossia la fine della contrapposizione tra due sistemi economici, politici e sociali che avevano l’intenzione di imporsi a livello globale e l’imposizione del Washington Consensus, una serie di direttive economiche stilate da John Williamson per i Paesi in via di sviluppo. La sfida che ha catalizzato quasi tutto il XX secolo, ancor prima dell’inizio della Guerra fredda, si era improvvisamente interrotta, con la vittoria della democrazia liberale sul socialismo reale. Anche la Russia si aprì, anche troppo rapidamente come molti Paesi dell’America Latina, al liberismo, privatizzando ampi settori della sua economia. Ma fu la politica estera a denotare il grande avvicinamento di Mosca all’Occidente.

Con la fine della Guerra fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia, la neonata Federazione Russa iniziò a dialogare apertamente con l’ex avversario. Nel dicembre del 1991 venne infatti stipulato tra la Russia e la NATO il North Atlantic Cooperation Council (NACC) – per sviluppare un intenso dialogo tra le due parti – e nel 1994 firmò il Partnership for Peace (Pfp), un programma di collaborazione bilaterale nel campo della sicurezza. L’operazione di peacekeeping in Bosnia-Erzegovina (Sfor) fu un segnale della forte cooperazione tra l’Alleanza Atlantica e la Russia di El’cin. Nel 1997, con il primo allargamento della NATO a Est, poche rimostranze emersero dall’establishment russo, cosa che non si può dire nei riguardi dell’invito ufficiale del Montenegro.

Con l’ascesa di Putin tuttavia la conduzione della politica estera è notevolmente cambiata. Nominato primo ministro nel 1999, divenne il simbolo dell’uomo d’ordine necessario per porre fine alla seconda guerra cecena. È proprio con la guerra contro i separatisti ceceni, racchiusi nelle Brigate Islamiche Internazionali, che Putin inaugura un nuovo corso della politica estera russa, considerando maggiormente i propri interessi nazionali anche a discapito della stabilità.

Il caso ucraino è infatti emblematico della maggiore aggressività della politica estera russa: la rivoluzione di Evromaidan ha infatti causato l’annessione della Crimea da parte russa e il protrarsi di un conflitto civile nella parte orientale del Paese. Conflitto che Putin ha preferito congelare in vista della decisione, assunta successivamente gli Accordi di Minsk II, di porsi come risolutore della crisi siriana. Il congelamento del conflitto è stato funzionale per Putin per due ragioni: impedire all’Ucraina, ormai territorio non più sotto l’influenza russa, di entrare formalmente a far parte dell’Unione Europea e della NATO – grazie all’instabilità nel Donbass – e potersi concentrare nel rebus siriano, attualmente la più grande e complessa crisi.

L’intervento russo in Siria non è dato tuttavia dalla misera base navale di Tartus: pur essendo l’unica base navale russa nel Mar Mediterraneo, la sua importanza e la sua dimensione non è paragonabile a quella di Sebastopoli, città che dopo la fuga di Yanukovyč vide la presenza di numerosi militari a volto coperto e ben armati senza nessuna mostrina sulla divisa. I fatti di Sebastopoli sono stati infatti sinonimo dell’importanza della base militare della Flotta del Mar Nero: se non fosse stata importante, Putin non avrebbe annesso la Crimea. Il sentimento panrusso non rientra infatti nella conduzione della politica estera, o piuttosto rientra come semplice velo per più importanti motivi. Per questo motivo, infatti, il Donbass non ha ricevuto la stessa sorte della Crimea, vuoi anche per l’immediato intervento delle forze militari e paramilitari di Kiev.

Tornando alla crisi siriana, Tartus non è la reale motivazione che ha spinto Putin a intervenire. Le motivazioni sono altre, e una certamente è il pericolo jihadista. La Russia infatti, Paese multiculturale e patria di molte religioni, è lo Stato europeo dal quale proviene il maggior numero di combattenti jihadisti in Siria. Memore delle crisi nel Caucaso, dove a seguito della seconda guerra cecena fu istituito l’Emirato del Caucaso, Putin vuole impedire che la regione diventi una futura fucina di instabilità, a causa del ritorno dei jihadisti affiliati all’ISIS. Stato Islamico che, nel numero 10 della sua rivista Dabiq, ha nominato il Caucaso come sua regione, il Wilāyat al-Qawqāz. Non solo: l’interventismo russo in Siria ha aumentato notevolmente la popolarità di Putin, elevatosi al rango di baluardo contro il terrorismo. L’appoggio al governo di al-Asad è funzionale alla strategia russa: importante non è che al-Asad rimanga al potere, dal momento che anche Putin conviene su un suo futuro ritiro una volta conclusa la guerra, ma che la Russia diventi il principale artefice della soluzione del conflitto. Non solo questo la riporterebbe, a tutti gli effetti, al rango di superpotenza, ma potrebbe diventare l’ago della bilancia nei futuri dialoghi diplomatici sulla Siria o su qualsiasi altra regione critica, anche l’Ucraina. Un sostanziale scambio, dove la soluzione del rebus siriano diventa un lasciapassare per condurre la propria politica estera in Ucraina, uno degli ultimi Paesi che ancora non era passato sotto l’influenza occidentale.

Se quindi nel 1997 non ci fu eccessivo stupore quando Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia furono invitati a far parte nella NATO, le cose sono notevolmente cambiate. Come riportano Riccardo Alcaro e Valerio Briani nel dossier del Servizio Affari Internazionali intitolato Le relazioni della Russia con la Nato e l’Unione europea, «nonostante i forti malumori, la Russia non si è opposta né al primo allargamento (allora era del resto debole politicamente e in preda ad una grave crisi economica) né al secondo». L’invito del Montenegro ad entrare nell’Alleanza Atlantica non è stato invece accolto positivamente da Mosca, che si vede quasi aggredita dalla NATO nelle sue storiche aree d’influenza. Quello che per i sovietici a partire dagli anni Venti era definito “accerchiamento capitalista”, ora la sensazione che prova la leadership russa può essere definita di “accerchiamento atlantista”. Ecco quindi che la Russia reagisce, come può. In Ucraina ha usato la mano pesante, in Montenegro, per evidenti distanze territoriali, non può intervenire se non economicamente, come il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha promesso di fare.

Nel frattempo, congelata l’Ucraina e partecipe come leader in Siria, la Russia non manca di provare ad espandere il suo soft power. I metodi e i destinatari sono gli ex alleati, di zarista memoria o più recente, che dopo la caduta dell’URSS si sono lentamente avvicinati all’Occidente. Ecco quindi che le manifestazioni organizzate in Macedonia contro la “dittatura democratica” di Nikola Gruevski, sostenitore dell’ingresso del Paese nella NATO e nell’Unione Europea, diventano magicamente una “rivoluzione colorata” contro il legittimo governo Gruevski, reo di aver tenuto sotto controllo circa ventimila persone. L’attacco di Kumanovo, che pare essere più una macchinazione governativa per alleggerire la pressione interna, è stato considerato da Lavrov come un’aggressione occidentale alla Macedonia. Ma non solo ex alleati, in nome di un antico panslavismo e sentimento unitario ortodosso. La Russia ha infatti ripreso a fornire aiuti economici per estendere il suo soft power. Una tattica già adoperata in epoca sovietica come emerge dal puntuale articolo di Igor Pellicciari apparso sul numero 2/2015 della rivista Limes. L’utilizzo di aiuti economici, a Stati o soggetti partitici, è ripreso negli ultimi anni. La Russia, infatti, nei primi dieci anni dopo la fine dell’esperienza sovietica beneficiò di imponenti aiuti economici, che dovevano avere come obiettivo non solo il risanamento di un’economia che non doveva essere privatizzata senza regole, ma anche il diretto controllo sulle scelte politiche. L’aiuto economico in cambio di allineamento sulle proprie posizioni è una pratica ormai nota e mai desueta, pratica che oggi sta svolgendo la stessa Russia, che dispensa aiuti umanitari in ogni parte del globo, come emerge dall’interessante studio condotto da Anna Brezhneva e Daria Ukhova intitolato Russia as a Humanitarian Aid Donor.

Dalla collasso dell’Unione Sovietica ai giorni nostri la politica estera è stata sintomatica delle volontà del Presidente russo. Boris El’cin, l’uomo d’Occidente in Russia, portò avanti una politica estera più mite, meno invasiva e più interessata ad evitare la disgregazione interna, anche se affrontò comunque alcuni momenti di instabilità – come la crisi di Narva con l’Estonia. Putin, invece, ha riportato la Russia ai fasti passati a livello di importanza geopolitica e di interventismo, ponendola come un attore con il quale non si può fare a meno di fare i conti.


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Studente magistrale in Scienze Internazionali e della Cooperazione all'Università di Genova. Collabora regolarmente per le riviste online East Journal e Geopolitical Review.

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