Libia, pivot energetico del Mediterraneo

Con una popolazione di soli 6 milioni e un reddito pro capite annuo di circa 9000 dollari, la Libia di Gheddafi era il paese più ricco del continente africano. Membro OPEC dal 1962, il 96% delle entrate fiscali dello stato libico derivano dal settore oil & gas, grazie a riserve di petrolio che sono le più grandi in Africa (none nel mondo) e riserve di gas quarte nel continente. Il paese produce una tipologia di greggio leggera e a basso contenuto di zolfo (light sweet) di alta qualità, principalmente (tra il 70 e l’80%) destinata all’export. Tre quarti dell’export è diretto alle raffinerie di tre paesi: Italia, Francia e Germania.

Nel 2011 la guerra civile ha quasi del tutto azzerato le produzioni, facendo crollare il PIL del 62%. Da un livello di circa 1,6 milioni di barili al giorno, durante la guerra l’output di petrolio ha toccato un minimo di 0,2 Mb/g alla fine del 2013. Per circa un anno i principali porti orientali (Es Sidra, Ras Lanuf, Zueitina e Tobruk) non sono stati in grado di esportare a causa di un’azione di blocco. Per ironia della sorte, il blocco dei porti è stato operato da milizie inizialmente incaricate dal governo di transizione proprio di garantire la sicurezza dei porti. Con la fine dei blocchi nel corso del 2014, le produzioni libiche sono gradualmente ripartite, arrivando a sfiorare 1 Mb/g e contribuendo in maniera decisiva a determinare sul mercato internazionale dei greggi l’eccesso di offerta che, a partire da agosto, ha provocato un repentino crollo dei prezzi. La qualità del greggio libico è infatti molto simile a quella americana delle nuove produzioni da tight oil, a loro volta protagoniste di un’esponenziale crescita negli ultimi anni. Di conseguenza, il ritorno sul mercato del greggio libico, sommandosi all’ormai strutturale calo delle importazioni USA di greggi light sweet, ha agito come la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso di un mercato in saturazione.

Libia

Le riserve di petrolio della Libia si concentrano in sei grandi bacini sedimentari: Sirte, Murzuk, Ghadames, Cirenaica, Kufra e l’offshore, che il governo ritiene disponga di un grande potenziale ancora inesplorato. Circa l’80% delle riserve attualmente recuperabili si trova a est, nel bacino della Sirte, nel territorio in cui attualmente si espandono le operazioni delle milizie vicine allo Stato Islamico (ISIS). Nei primi anni Duemila, il graduale sollevamento dell’embargo e la necessità da parte della National Oil Company (NOC) di individuare partner esteri per avviare operazioni ad alta intensità di capitale denominate EOR (enhanced oil recovery) hanno permesso a numerose compagnie oil europee di entrare nel paese, permettendo di contrastare il naturale esaurimento dei giacimenti più maturi e di espandere la capacità produttiva dei campi esistenti. Principali attori di questo processo sono state la francese Total e, soprattutto, l’italiana Eni, che in Libia ha realizzato nel 2013 quasi il 15% (circa 230 mila barili equivalenti di petrolio/giorno) della propria produzione mondiale di idrocarburi. Con la notevole eccezione del giacimento a olio di Bu Attifel (situato nel deserto orientale), gli interessi Eni sono per lo più legati ad attività offshore di petrolio e gas al largo di Tripoli.

Tra le società multinazionali, Eni si distingue per il ruolo attivo nell’estrazione di gas, generalmente appannaggio della NOC statale. Questo si deve allo sviluppo congiunto da parte di Eni e NOC (dal 2003) del Western Libya Gas Project, un insieme di giacimenti onshore e offshore che conta per la gran parte delle produzioni libiche di gas. A partire dal 2004 il gas è esportato attraverso il gasdotto Greenstream, che collega attraverso il Mediterraneo il terminale di Mellitah con Gela in Sicilia. Con la distruzione durante la guerra civile del terminale LNG di Marsa al-Brega, la Libia non è più in grado di esportare gas in forma liquida via nave, rendendo di fatto il Greenstream l’unico canale di esportazione per le produzioni di gas naturale. Per otto mesi, durante la guerra civile del 2011, è stato sospeso l’export via Greenstream. Da allora le produzioni di gas naturale si sono in parte riprese ma senza più raggiungere i livelli pre-bellici, venendo di nuovo colpite dai disordini scoppiati nel 2013.

Fonti: US Energy Information Administration; Wood Mackenzie; ENI Fact Book 2013


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Classe 1984. Romano, laureato in economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, ha studiato anche a Roma e Barcellona. Oggi lavora a Milano nel settore oil & gas.

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