L’Islam e l’individuo. Una problematizzazione del fondamentalismo

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulla complessità della situazione mediorientale e sull’Islam. Si segnalano gli articoli precedenti:

1) Jihad e sharing economy. La guerra non serve di Enrico Cerrini

2) Lo Stato Islamico e la globalizzazione neoliberista di Alessio Aringoli

3) Per una soluzione politica contro lo Stato Islamico di Giacomo Cucignatto


1. Unità e differenze nella Umma

I Musulmani di tutto il mondo, si considerano un’unica Umma (Comunità) basata sulla fede. Nonostante questa Umma abbia conosciuto, nel corso della sua storia, lotte e divisioni sia di carattere dottrinale che politico, essa ha sommariamente conservato la coscienza della propria unità. Il concetto stesso di comunità, nella religione Islamica, si fonda su una concezione totalizzante, nel senso che la Umma abbraccia tutti gli aspetti della vita dei credenti: religiosi, sociali e politici, tanto che i dotti musulmani medievali hanno condensato il significato di questa dottrina nell’espressione: “L’Islam è religione, società e Stato”. Questa Umma ideale, deve essere governata dalla Shari^’a, ovvero la legge islamica, la quale è definibile come il risultato dell’addizione tra elementi giuridici presenti direttamente o deducibili dal Corano (il quale contiene prevalentemente precetti riguardanti il diritto di famiglia), e la Sunna, ovvero la trascrizione scritta o orale dei detti e dei gesti esemplari del profeta Maometto. In realtà, in epoca moderna, il diritto nei Paesi islamici ha conosciuto una sistematizzazione secondo canoni secolari, determinando una sostanziale autonomizzazione dei codici dalle questioni squisitamente religiose. La Shari^’a assume in epoca moderna, un valore del tutto simbolico di riferimento teorico, che diventa parallelo alla sistematizzazione legislativa in codici-trattati detta Qanun. Il Qanun nel tempo, ha acquisito una sempre più ampia autonomia rispetto alla Shari^’a, sebbene da essa continui a trarre spunto e legittimazione formale, poiché ad essa non può essere contrario. Nel moderno mondo musulmano, le discipline giuridiche che studiano la legge ed interpretano la Shari^’a (discipline Fi’ghi), si trovano di fatto a trattare esclusivamente questioni inerenti al diritto di famiglia. Da quanto detto, si evince che nelle questioni pratiche, il mondo musulmano, ha conosciuto una divisione tra Religione (Shari^’a) e codici secolarizzati che ha finito per irrobustire il sentimento islamista dei settori meno propensi ad una modernizzazione della società musulmana. Ma l’unità teorica della Umma, non deve indurre il lettore nel doppio errore che frequentemente finisce per compiere larga parte di coloro i quali dispensano giudizi affrettati e semplicistici sul fenomeno del fondamentalismo. Spesso, nei fatti, la facile generalizzazione che descrive tutti i musulmani come fondamentalisti quantomeno potenziali, si affianca ad un ingenuo irenismo che non ammette l’esistenza di complessità, varietà e difficoltà che si presentano all’interno del mondo islamico. Il modo in cui i differenti Paesi, applicano la Shari^’a, è un importante indice del rispetto della dignità e dei diritti di cui le persone che vi abitano, possono godere. Alcuni Paesi applicano la Shari^’a integralmente e rigorosamente, come l’Arabia Saudita, l’Oman, gli Emirati Arabi, l’Iran, Il Sudan, Il Pakistan ed il Bangladesh. In altri, la tradizione giuridica islamica e quella occidentale si sono amalgamate, come nel Meghreb, in India, in Turchia e nei Balcani. Le aree del mondo musulmano presentano culture differenti. In Arabia domina il Wahhabismo che influenza molti movimenti radicali, mentre nell’Egitto sunnita, il radicalismo è incarnato nel movimento dei fratelli musulmani. Ma all’apice di tutte le dispute culturali, si pone la questione precipua della divisione del mondo islamico in: Sunniti, Sci’iti e Kharijiti. Ma come ha avuto origine questa disputa, e quali sono gli elementi che la caratterizzano? Alla morte del profeta Muhammad, il principale problema che la Umma si pose concerneva la successione. Maometto non aveva infatti eredi maschi, e come per tutti i regni del mondo che si trovano a dover affrontare una successione senza prìncipi, si dovettero stabilire dei criteri definiti. I primi quattro Califfi furono: Abù Bakr (secondo la tradizione, incaricato dallo stesso Maometto a guidare la Umma dopo la sua dipartita), Umar, Uthmàn ed Alì (Cugino e genero del Profeta). Mentre i Sunniti riconoscono tutti e quattro i Califfi, e ritengono questa epoca come il periodo più fecondo per i musulmani, gli Sci’iti riconoscono Alì come l’unico Califfo legittimo. Alla base della questione di legittimità della successione, si stagliano le convinzioni ideologiche dei due grandi “partiti” dell’islam. Secondo gli Sci’iti, la successione doveva avvenire in base al legame di sangue o al diritto di parentela. Legittimi successori potevano soltanto essere i parenti diretti del Profeta. Essi, attualmente rappresentano circa il 10% di tutti i Musulmani. I Sunniti, dal canto loro, sostengono che la successione debba avvenire tra i compagni del profeta e tra illustri membri della comunità. Essi rappresentano l’85% della comunità. Le tensioni tra i due partiti, si manifestarono quando Mù’awiya, governatore di Damasco e parente del defunto terzo Califfo Uthman, accusò il quarto califfo Alì, di essere il mandante se non l’esecutore materiale dell’assassinio di Uthman. Mù’awiya decise di muovere con il suo esercito contro Alì per compiere la vendetta, rivendicando per sé il Califfato. Proprio quando l’esercito di Alì era ad un passo dalla vittoria, Mù’awiya chiese astutamente ed ottenne una tregua d’armi, e la soluzione della contesa attraverso un arbitrato. I Kharijiti, persuasi dalla loro idea per cui il Capo della Umma dovesse essere colui il quale riuscisse a dimostrare sul campo di essere il migliore tra i musulmani, si ribellarono alla tregua concessa da Alì. Quest’ultimo soffocò le rivolte dei Kharijiti nel sangue, ma questi riuscirono ad uccidere il Califfo. Mù’awiya restò l’unico a poter vestire i panni di Califfo, e diede avvio alla dinastia Omayyade, di cui fu il capostipite ( la seconda dinastia Califfale fu quella Abbaside). Il figlio cadetto di Alì,Husayn, incitato dagli Sci’iti sifdò Yazid, figlio e successore di Mù’awiya e fu ucciso dai sunniti. Da allora Husayn divenne il simbolo sci’ita del martirio dell’Imam, che sacrifica la sua vita per il popolo sci’ita.

2. Modernità e Fondamentalismo. Modelli di sviluppo e reazioni interne

In tutti i secoli, per ogni religione, si fa vivo il problema di ricercare la parola di Dio nella realtà e non esclusivamente leggendo pedissequamente i testi sacri che, per limiti materiali, non potranno mai disciplinare ogni possibile situazione che si potrebbe presentare nella storia. Si pongono per tale ragione, questioni ermeneutiche anche per la lettura dei precetti coranici. Attraverso esse si cerca di risolvere sia dispute interne, inerenti alla creazione di istituzioni politiche e sociali o a dispute teologiche, sia dispute esterne, riguardanti i rapporti con le diverse culture e gli altri popoli. E’ in base a tale logica, che il termine Jihad, che letteralmente significa “sforzo di fede” (e che va sempre declinato al maschile), viene interpretato dai musulmani come tensione spirituale, e dai fondamentalisti come operazione bellica di sottomissione e dominio delle altre religioni. Il fondamentalismo si presenta in questo caso come reazione ad una spinta endogena proveniente dal mondo musulmano stesso, alla modernizzazione (non secolarizzazione) e ad un alleggerimento o rilettura in chiave moderna, di schemi e precetti religiosi divenuti troppo oppressivi. Ma tale motivazione non appare esaustiva per la spiegazione della nascita e crescita del fondamentalismo, tant’è vero che le confraternite, nuovo medium tra il popolo e il potere, costituiscono anch’esse una forte risposta alla modernizzazione (anti-religiosa in questo caso) che pareva fiorire nella popolazione, sebbene esse siano totalmente distanti dal fondamentalismo perché portatrici di una lettura rigorosa, non rigorista, dei precetti religiosi. Sembra infatti che l’esasperazione dei movimenti fondamentalisti, sia un riflesso non della modernizzazione in senso lato, ma di una particolare rappresentazione di essa: l’occidentalismo (che porta con sé la secolarizzazione nel caso concreto), ontologicamente contrario a tutti i principi fondamentali delle società islamiche, dell’islam politico e all’organizzazione che le caratterizza. Le guerre di conquista, mosse dagli interessi economici di matrice occidentale, hanno reso questo pericolo sempre più concreto. Un fenomeno che assumeva i tratti di una invasione più che di una contaminazione tra civiltà. La Globalizzazione si presentava come un processo naturale che avrebbe investito tutti i popoli, e se si fosse registrata qualche reticenza l’Occidente sarebbe intervenuto con metodi coercitivi trasformando uno sviluppo naturale in un obbligo indotto. In tal caso, il nuovo ordine sociale, avrebbe investito il mondo islamico senza preservarne i tratti caratteristici e virtuosi. La tensione (anche con risvolti bellici) tra fondamentalisti e Islam è sempre esistita ma la netta prevalenza del secondo sul primo, relegava il fondamentalismo ai margini del mondo musulmano. L’intervento delle Grandi potenze -esemplare è la guerra del 1980 tra Sovietici e Afghani che spinge l’America a sostenere le minoranze determinando la loro inclusione nel governo autonomo- rafforzò le spinte fondamentalistiche pronte ad approfittare della destabilizzazione (e’ bene ricordare che Al Qaida, Bin Laden, i Mujaheddìn ed i Talebani poterono godere di addestratori ed armi sofisticate fornite dagli USA, che resero possibile la sconfitta dell’URSS). L’incontro tra la dottrina di Bin Laden e gli ambienti del salafismo anti-occidentale, alterarono la natura del Jihad, che ben presto si corredò di rigurgiti anti-occidentali, e finì per individuare nel mondo occidentale il suo nemico principale, colpevole di un tentativo di omologazione e marginalizzazione delle aree culturalmente incompatibili con il capitalismo (il principio in base al quale l’interesse dell’individuo deve sempre sottostare a quello della comunità e le relative strutture sociali che rendono concreto tale principio ne sono un esempio emblematico). Lo stesso Islam tradizionale, che ha una forte egemonia sui costumi e sulla società, avverte la minaccia di una cultura così aggressiva. A questo punto si verifica un paradosso significativo: In assenza di spinte secolarizzanti, la religione assume un carattere molto più duttile e leggero. Al contrario, quando spinte secolarizzanti prendono forma e divengono concrete, la Religione si inasprisce, si irrigidisce e fa riemergere le pulsioni superate. Per non disperdere e rendere impercettibile la propria identità e per impedire la lacerazione della stessa, si và alla ricerca di segni estetici e di forme simboliche delle quali il velo rappresenta un chiaro esempi. Quando si rischia di perdere l’identità la si inasprisce, specie nelle forme, per renderla più salda nelle apparenze. Si può quindi rilevare che, nel corso dei secoli, le spinte fondamentaliste sono state tanto più forti ed intense, quanto più profondo è stato il tentativo di diffusione delle spinte secolarizzatrici occidentali nei Paesi islamici. Quello della globalizzazione, è un modello basato su concetti specifici quali la cittadinanza, l’individuo e la commercializzazione dei rapporti interpersonali, che incontra le resistenze di settori importanti della cultura dei popoli islamici. D’altra parte, nella storia è possibile rinvenire esempi di paesi che hanno intrapreso modelli di sviluppo ispirati al socialismo scientifico di matrice sovietica, promossi da quadri di classi dirigenti che non solo hanno finito per produrre crisi economiche irrisolte, ma si sono non si sono rivelati gramscianamente in grado di concatenarsi ai valori culturali, alle tradizioni ed ai costumi religiosi dei vari Paesi. Nei fatti il socialismo promosso dai settori più colti, che spesso acquisivano una formazione universitaria occidentale, era volto proprio come la globalizzazione, alla secolarizzazione dell’apparato istituzionale e della società, sebbene per differenti scopi. Se si scruta a fondo la realtà, ci si rende contro che in alcune zone come la penisola Arabica, ossia una di quelle che promuove la cultura giuridica Hanbalita, la quale si basa su una concezione rigorista e letterale dei precetti e limita le fonti del diritto al Corano ed alla Sunna, la distinzione tra religione e politica è quasi del tutto inesistente, ed è possibile rilevare una totale subalternità della sfera religiosa rispetto a quella politica, e non viceversa. A ben vedere, l’interpretazione in realtà esiste da sempre, ed in questo caso funge da viatico di legittimazione per movimenti conservatori e radicali. Nel caso dell’Isis, possiamo notare come esso rappresenti un fenomeno che si muove su tre campi:

  1. Estero ed Internazionale: Si presenta come fenomeno mediatico-simbolico, che ha come obbiettivo manifesto quello di rivolgere la sua azione bellica contro il nemico esterno occidentale. In realtà non nutre reali mire espansionistiche nei confronti del mondo occidentale, ma questa azione ha un alto contenuto simbolico che serve a compattare quanto più possibile il mondo islamico intorno alla causa islamista.

  2. Interno al mondo islamico: Riemerge la storica frattura tra Sci’iti e Sunniti, sebbene non in maniera organica ma strettamente legata a questioni “profane” e contingenti. E’ infatti ibridata da elementi anti-sovietici e filo-statunitensi tra le file degli adepti.

  3. Interno al mondo sunnita: E’ riconoscibile il tentativo, condotto da parte del Wahhabismo-Salafismo, di egemonizzare il mondo sunnita.

3. Fra contaminazione e allontanamento

Nel 1900, a seguito della caduta dell’impero ottomano, nel mondo islamico fu crescente la diffusione delle idee della rivoluzione francese. Esse esercitarono una forte influenza specialmente sul concetto di libertà, che si emancipò dalla sfera religiosa per corredarsi delle nozioni di laicità, cittadinanza, individuo, patria e nazione. Le risposte a tali contaminazioni furono disomogenee, ed accanto a movimenti riformatori ed innovatori, si composero organizzazioni conservatrici, tradizionaliste ed anti-occidentali. Si possono così delineare due assi dell’incontro-scontro dell’islam con il mondo moderno:

  1. Il tentativo di modernizzare l’Islam;
  2. La convinzione di dover islamizzare la modernità.

Con l’indipendenza, la maggior parte degli Stati scelsero un modello di sviluppo liberale, altri invece seguirono il modello socialista dell’Urss, ma in entrambi i casi questi Paesi furono dominati da regimi militari e dispotici e non sperimentarono la democrazia. Secondo la concezione huntingtoniana, l’autoritarismo è l’unico sistema possibile rispetto al grado di sviluppo delle forze sociali e produttive presente in questi Stati. Per tale ragione, i tentativi coatti di esportazione di un modello definito, condotti dai sistemi capitalistici, compiono l’errore gravissimo di non connettere il grado di sviluppo storico dei Paesi alla transizione e al consolidamento democratico. Anzi, essi hanno grossolanamente tentato di coniugare sistemi democratici ad un sempre più ampio depauperamento dei sistemi produttivi e delle risorse naturali presenti in quegli stessi Paesi. Così, lo spirito anti-occidentale, comincia a correre lungo i crinali delle coscienze, e finisce per pervadere sempre più gli animi dei riottosi. Dell’indebolimento strutturale e culturale, portato avanti dalle forze del colonialismo economico, ne risentono maggiormente i settori modernisti, dell’islam tradizionale, le forze laiche e moderate che rappresentano il più efficiente baluardo a difesa dei valori profondi dell’Islam, ed il più efficace ostacolo alla diffusione dei principi islamisti. Se i musulmani nel corso della storia hanno avuto gioco facile a marginalizzare gli ambienti fondamentalisti, le politiche strategiche promosse dalle potenze occidentali hanno reso sempre più difficile questo compito, indebolendo le economie degli Stati, e rafforzando i settori islamisti che vengono così avvantaggiati quando intendono approfittare dei casi di debolezza (vedi Iraq, Afghanistan, Siria). L’Egitto di Nasser, l’Iraq di Saddam, la Siria di Assad, l’Algeria di Ben Bella, la Tunisia di Bourghiba, Il Marocco di Muhammad V, la Libia di Gheddafi (che cercò di coniugare vocazione populista ed osservanza della Shari^’a) e la Turchia di Ataturk, scelsero modelli misti di socialismo e nazionalismo che tenevano di conserva: la nazionalizzazione di importanti settori industriali e della produzione petrolifera, riforme agrarie, riemersione del Ba’th. Il fallimento di questi sistemi è riconducibile a questioni economiche, alla scarsa capacità che hanno mostrato di concatenarsi alle coscienze ed a tentativi eterodiretti condotti da parte delle forze coloniali che intendevano assottigliare la zona d’influenza sovietica. Da qui ha origine un fondamentalismo nuovo, diverso, proprio per il fatto che esso sorge dalla commistione tra fattori endogeni ed elementi esogeni di contaminazione. I movimenti islamisti o radicali, esercitano un certo fascino tra i giovani musulmani, perché trasmettono un’identità ed un ideologia globale, che consente loro d’interagire con una cultura moderna, raffinata ed elevate, senza perdere le radici. E’ utile allora registrare che il fallimento dei sistemi di sviluppo promossi in questi Paesi, la fine delle grandi narrazioni e l’indebolimento consistente a cui sono state sottoposte le forze dell’Islam tradizionale, hanno certamente facilitato il radicamento popolare del fondamentalismo. La forma di “comunitarismo degenerativo” proposta dall’Isis sembra fare più presa sui giovani musulmani rispetto all’individualismo occidentale ed al socialismo, identificati anch’essi come una forma esasperata di dominio che si allontana dai valori dell’Islam. Secondo i principi dell’Islam, l’interesse dell’individuo deve sempre sottostare a quello della comunità, e la Ibaha (liceità ontologica di cui l’uomo gode) deve conformarsi agli interessi della Umma. Cogliere la discrasia tra questo principio teorico e la pratica che caratterizza il mondo occidentale, non costituisce un’impresa titanica. E’ per tale motivo che pare semplicistica la convinzione (fatta propria peraltro anche da Massimo D’Alema) di poter risolvere la questione Isis attraverso un metodo diplomatico-formalista che veda nell’accordo tra Onu e Russia lo strumento principale di risoluzione del problema. Essa infatti non è in grado di cogliere la complessità e la profondità del fenomeno e rischia di determinare un’ulteriore avversione nei confronti del “resto del mondo”, che potrebbe avere l’effetto collaterale di infoltire le file dell’islamismo, di accrescere la repulsione nei confronti dell’altro, di avvicinare gli animi alla causa fondamentalisti. La domanda che molti studiosi si pongono è: L’Isis, vuole creare il califfato per applicare la Shari^’a? In realtà gli obbiettivi primari sembrano assumere un carattere molto più profano e politico. Il ricorso alla teologia politica, come strumento di penetrazione del senso comune, si basa su concetti distorcenti il dettato coranico, e promuove una visione statica dei precetti che sempre di più si allontana dai principi fondamentali dell’Islam. E’ necessario allora comprendere l’importanza di rinforzare la parte buona dell’Islam e le forze laiche di sinistra presenti ancora in diversi Paesi e riflettere su un modello di sviluppo alternativo che non debba imporsi al mondo islamico, ma che sia in grado di permearne le coscienze nel rispetto dei suoi principi e delle sue tradizioni. Lavorare egemonicamente, sostenere l’Islam tradizionale e le forze di sinistra laica e socialista al fine di creare e rafforzare blocchi storici ed indebolire la capacità dell’Isis di fare proseliti, sono azioni che non possono trovare realizzazione esclusivamente sul piano pratico, ma devono anzi essere in grado di costituire un’opportunità di riflessione anche su noi stessi e su ciò che dovremo fare.


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Classe 1991. PhD presso l'Università della Calabria, dove ha conseguito la laurea specialistica in Relazioni Internazionali.

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