Lo specchietto per le allodole: le leggi elettorali “migliori”

Questo articolo compare in seguito ad altri due interventi sulle leggi elettorali:

1) Perchè nessuno parla del proporzionale?

2) Non abbiate paura del maggioritario (ma con cautela)


 

La recente tornata elettorale ha mostrato la schizofrenia del sistema italiano: sette regioni al voto e sette leggi elettorali diverse, alcune più orientate verso forme (molto) corrette di proporzionalismo altre dalla evidente impronta maggioritaria. Diversi sono inoltre i metodi utilizzati per il conteggio dei seggi: D’Hondt, Hare e Hagenbach-Bischoff. Per un elettore poco aduso a formule matematiche, si tratta di un guazzabuglio inestricabile che ben poche indicazioni può fornire sulla forma di Governo sub-nazionale.

Questo frutto (avvelenato) di un federalismo perennemente in divenire, tuttavia, è di grande interesse per chiunque voglia approcciarsi a quella branchia dell’ingegneria costituzionale (termine coniato da Giovanni Sartori) che regola le elezioni [1], perché scavando al significato ultimo delle scelte compiute dai consigli regionali si trova il dilemma che governa le leggi elettorali: esiste un compromesso che coniughi rappresentatività e governabilità?

Se a queste leggi elettorali si aggiungessero le varie versioni dell’Italicum, si troverebbe che è sempre la stessa domanda che difensori e critici della legge si pongono. Sostengo in questo caso che sono “varie” perché ognuna delle proposte transitate per il Parlamento porta con sé indicazioni interessanti sulla “filosofia” che sottende il combinato disposto di premi di maggioranza (alla coalizione o alla lista) e soglie di sbarramento, comprese quelle intra-coalizione.

Come in ogni poliarchia matura, anche in Italia, la tensione tra i due poli della rappresentatività e della governabilità continua a subire delle forti tensioni. Nel secondo dopoguerra la soluzione trovata privilegiava il primo polo a discapito della tenuta degli esecutivi. Un compromesso impensabile ai nostri giorni, dove la continuità dei Governi fa parte di una “narrativa” egemonica (non senza ragioni, sia chiaro). Allora, garantire l’ingresso dei partiti potenzialmente anti-sistema era necessario, dato che il sistema partitico si dimostrava frazionato e polarizzato. Si sarebbe potuto procedere a correttivi in senso maggioritario della legge elettorale, ma questo avrebbe creato problemi sistemici alla poliarchia italiana, perché una fetta consistente dell’elettorato (PCI e MSI) avrebbe rischiato un’ampia sottorappresentazione, proprio in un momento in chi si usciva dal fascismo e dalla colonizzazione politica e sociale del PNF.

Escludere (o quasi) barriere all’ingresso, per usare una metafora mercantilista, ha avuto come riflesso automatico il disgregamento del sistema in un rivolo di partiti, dotati (tutti o quasi) di un notevole potenziale di ricatto verso la maggioranza relativa della balena bianca. Per chi è fautore di una visione più “governativa”, l’effetto perverso di questa scelta era la costruzione di maggioranze in Parlamento con un ritmo forsennato. L’esatto di contrario dei sistemi maggioritari. Nella conclusione vedremo che in realtà questo “mito” andrebbe per lo meno ridimensionato, specie per le qualità attribuite al maggioritario e che si pensano (erroneamente) intrinseche al sistema.

Dopo Tangentopoli, il referendum sulla preferenza unica e l’approvazione del Mattarellum prima e dell’Italicum poi (passando per l’incostituzionale Porcellum), le leggi elettorali sono diventate sempre più importanti all’interno del dibattito politico nazionale. Si potrebbe pensare che tale questione, di scarso appeal per il grande pubblico (pardon, elettorato; i due termini inopinatamente vengono usati come sinonimi), sia un unicum europeo. In realtà, la tensione tra la rappresentazione dell’elettorato e la necessità di avere un governo “stabile”, nella storia recente, è cresciuta in maniera esponenziale, anche perché talvolta è stata usata strumentalmente dai Governi per garantirsi maggioranze ferree.

È il caso, ad esempio, dell’Ungheria dove Viktor Orbán, forte di una maggioranza parlamentare consistente, ha compiuto una torsione ancor più maggioritaria al sistema elettorale; attraverso il jerrymandering si sono ristretti alcune circoscrizioni, consentendo al partito più forte di rafforzarsi ulteriormente. Il sistema misto – uninominale a turno unico (per 106 seggi) e con una lista nazionale (93 seggi) – si è formalmente mantenuto con una contestuale riduzione del numero dei parlamentari, ma a scapito dei partiti minori e di quelli delle minoranze. Tali modifiche sono state bollate come autoritarie dalle opposizioni moderate, mentre il leader di Jobbik, Gabor Vona, ha visto in tale scelta un tentativo di fermare l’avanzata del partito.

Il maggioritario, in questo caso, ha subito una deriva che, associata alle pulsioni autoritarie del leader di Fidesz, ha preoccupato non poco le élite europee.

Se, tuttavia, sulla maturità della poliarchia ungherese è lecito dubitare, non si può dire lo stesso per i casi inglesi e francese, dove due tipi di maggioritario [2] regolano l’elezione dell’House of Commons e dell’Assemblea Nazionale [3]. Due sistemi consolidati, si può dire, in una parte della cultura politica dei due paesi e su cui non possono pendere sospetti di autoritarismo. Questa cultura maggioritaria, tuttavia, è tutt’altro che supinamente accettata. Anzi, proprio a partire dalla parentesi proporzionalista introdotta da Mitterand (1986),il tentativo di attutire le distorsioni di rappresentazione previste dai due sistemi elettorali è stata al centro dei partiti di opposizione. Il Fronte Nazionale, che ha beneficiato della scelta (e questo era l’obiettivo di Mitterand probabilmente: indebolire la destra repubblicana “da destra”, garantendo l’ingresso del Fronte nell’Assemblea Nazionale), ne chiede la reintroduzione, così come altri partiti che in Francia hanno avuto una rappresentanza significativa solo con le elezioni europee (come i Verdi). Anche i centristi di Bayrou, che per alcuni anni sono stati il faro per i centristi dentro (e fuori) il Partito Democratico spingono, per ovvie ragioni di rappresentanza, verso questa direzione.

Anche in Inghilterra, il referendum sulla legge elettorale passato in sordina in Italia ha mostrato come più d’una siano le voci contrarie al maggioritario. Il referendum del 2011, indetto su richiesta dei liberaldemocratici nell’accordo di governo firmato con i conservatori, prevedeva una scelta tra il sistema in essere (first-past-the-post) e il Voto Alternativo (alternative vote o istant-runoff voting). Tutti i partiti minori si sono schierati in favore del secondo, compresi i LidDem. Se per i Conservatori la preferenza dell’attuale sistema era scontata, il Labour si è trovato diviso tra due fuochi, non prendendo una posizione ufficiale, memore, da un lato, delle battaglie dei decenni passati per modificare la legge elettorale verso lidi meno maggioritari e dall’altro (in senso opposto) della lunga finestra di governo che Blair ha aperto per il partito. Ciononostante, è stato il Labour nel 2010 a proporre, all’alba delle elezioni, un referendum da tenersi nella seguente legislatura per modificare il sistema elettorale. E fu sempre il Labour che nel 1997 incaricò la Commissione Jenkins di studiare le alternative all’attuale legge [4].
Nel referendum del 2011 è stato il maggioritario a prevalere nel paese con un ampio margine (oltre il 60%): segno che la continuità e l’indecisione del Labour hanno pagato per i Conservatori. Questo però non significa che il maggioritario a turno unico sia un sistema senza opposizioni nel paese, anzi.

Come si può vedere, le leggi elettorali, anche quelle più durature e i cui effetti sulla decantata “governabilità” sono stati messi in luce dai più grandi scienziati politici, hanno sempre alla base una lotta per la rappresentanza e per il potere: chi è soddisfatto dei sistemi maggioritari (di solito i partiti di governo o i partiti all’opposizione, con ottime possibilità di entrare al governo in futuro), trova in questo meccanismo una “sovrarappresentanza” che garantisce il potere (le leve del governo) e una valvola di sfogo per chi milita nel partito; questo è ancor più possibile, nel caso che tali partiti siano a tutti gli effetti “partiti degli eletti” (e il Partito Democratico, nelle sue leve decisionali, si è già trasformato in questo senso, a scapito del “party on the ground” [5]).

Senza doversi concentrare sulla storia dei sistemi elettorali, quello che mi preme sottolineare qui è che non esistono leggi “buone” o “migliori” per un paese, a meno di arrogarsi il diritto di sapere cos’è bene per il paese (e io non lo so in senso assoluto). Esistono, per i partiti, leggi che garantiscono o meno la rappresentanza e quindi stabiliscono il potere contrattuale (potenziale di coalizione o potenziale di intimidazione, per usare termini sartoriani) di un partito all’interno dell’intero sistema dei partiti.

Una visione cinica, ma che ricalca i giochi di potere per l’Italicum: il mantra della “governabilità” è ripetuto da chi dalla “governabilità” ha più da guadagnarci per indebolire gli avversari, interni o esterni che siano.
E che sia un mantra, questo, è facile da capire ai più: la più grande maggioranza politica nelle due Camere avuta in Italia (elezioni del 2008)si è sgretolata non tanto perché ci fossero partner di coalizioni refrattari, quanto perché il partito uscito vincitore (il Popolo delle Libertà) non ha saputo mantenersi compatto, scontando quindi la scissione di un parte del partito (confluita in Futuro e Libertà). La governabilità, stando ai numeri, era più che garantita.

I numeri però non garantiscono una cultura di governo. Come al solito in questi tempi, basta andare in Germania per farsi un’idea: il proporzionale funziona talmente bene e la “cultura del governo” o, peggio, il “governismo” sono talmente radicati in alcuni partiti (SPD), che non servono particolari riforme. Trovato l’accordo – dopo lunghe trattative e senza avere un “vincitore” [6] la sera delle elezioni – si governa. Perché a Berlino la cultura del governo nel bene (e nel male) vince anche sugli effetti del proporzionalismo (alta rappresentanza, scarsa “governabilità)”.

Non è dare rappresentanza a troppi il problema: il problema è che chi rappresenta in una poliarchia deve anche sapere che è necessario governare (e non semplicemente poter governare).

Un gioco di parole che in Italia, come all’estero, fa tutta la differenza del mondo: è semplice nascondersi dietro il maggioritario per avere un governo. Ma quando il maggioritario non basterà (e nel Regno Unito ci si è andati vicino),sarà la “cultura del governo” che dovrà emergere. A Roma tale cultura nei partiti è completamente assente, per cui non sarà un doppio turno a garantire un governo stabile. Neanche con le cooptazioni forzate dei fedeli alla linea nelle liste dei partiti.


[1] Per una disamina puntale delle varie leggi consiglio la disamina proposta dal Centro Italiano di Studi Elettorali disponibile su: http://cise.luiss.it/cise/2015/05/31/regionali-2015-le-caratteristiche-dei-sistemi-elettorali/ .

[2] In Inghilterra – come nel caso Ungherese – vige il first-past-the-post, uninominale a turno unico, però senza lista nazionale. Nell’Assemblea Nazionale l’uninominale è a doppio turno, con uno sbarramento per accedere al secondo turno del 12,5%.

[3] Non tengo conto qui dell’elezioni della carica monocratica del presidente della Repubblica francese; un doppio turno su scala “nazionale” che in Italia viene erroneamente identificato dai più con il sistema previsto dall’Italicum, dove però con tale sistema si assegna una maggioranza parlamentare, mentre in Francia il doppio turno dell’Assemblea Nazionale è, ovviamente, riferito alle circoscrizioni uninominali.

[4] Le risultanze della Commissione sono disponibili qui: https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/228570/7304.pdf .

[5] Per una disamina sul partito degli eletti e le altre forme si veda R.S Katz e P. Mair (eds.), (1993), How Parties Organize: Change and Adaptation in Party Organizations in Wetern Democracies, London, Sage Publication.

[6] Il vincitore politico delle elezioni c’è sempre, tant’è che è incaricato di formare un governo: nella vulgata italiana, però il vincitore è il partito (o il personaggio) che deve obbligatoriamente governare, possibilmente da solo, il paese. Ecco, quel tipo di vincitore non c’è in Germania.


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Laureato in Relazioni Internazionali con un master di II livello in Diplomacy and Intrrnational Politics presso l'università di Bologna, è presidente dell'Istituto Gramsci di Rimini e membro del direttivo del Gruppo Antimafia Pio La Torre. Ha un blog su Pagina99, "Areopagitica", dove si sta concentrando su Europa ed Elezioni Europee.

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