L’Università italiana ai tempi della concorrenza imperfetta

Alla recente pubblicazione dell’ultima classifica degli atenei italiani a cura de “Il Sole 24 Ore”, sono seguiti i consueti entusiasmi di coloro che han potuto trovare la propria nella top10.

Saldamente in testa nella classifica si riconfermano l’Università Commerciale Luigi Bocconi, 2° classificata e prima tra le private, e il Politecnico di Milano. Si aggiudica il primo posto l’Università degli studi di Verona, i cui traguardi conseguiti nella ricerca, con particolare riferimento a quella medica e scientifica, sono rinomati in tutto il mondo.

Se da una parte è vero che la concorrenza stimola chi vi è soggetto a migliorarsi in continuazione, è lecito chiedersi se i principi secondo i quali vengono redatte queste classifiche, e quindi le “regole del gioco” concorrenziale, siano i più adatti e meglio rappresentativi del mondo delle università; altrettanto importante è capire quanto può essere distorta una classifica basata su una competizione a cui partecipano università molto diverse tra di loro, sia da un punto di vista geografico che disciplinare. La necessità di porsi questi interrogativi è tanto più rilevante quanto l’ansia generata dalla pubblicazione di questo genere di classifiche tra gli addetti ai lavori di una università, e la paura che ha lo studente universitario medio di vedere l’ateneo in cui sta svolgendo gli studi precipitare in basso alla graduatoria, sono entrambe altissime. In questo senso, non ci vuole un economista di fama internazionale per capire che la concorrenza non può definirsi tale quando tutti i concorrenti non godono degli stessi strumenti per concorrere. Nello specifico la classifica che annualmente stila “Il Sole 24 Ore” si basa su alcuni indicatori, 12 per la precisione, uguali o simili a quelli usati per costruire tutte le classifiche delle università; ognuno di questi ha però al suo interno delle incongruenze che dimostrano come in Italia la corretta concorrenza tra Università sia quasi impossibile da rintracciare e quindi valutare, a maggior ragione se tale valutazione viene basata su questi criteri. Vediamone alcune:

    • Attrattività: Percentuale di immatricolati fuori regione sul totale degli immatricolati
      La presenza di studenti fuori sede è sempre un buon indicatore dell’attrattività di un’università. Eppure non è solo l’università a determinare la scelta di un ragazzo nello spostamento dal proprio luogo di provenienza, ma lo è anche il contesto geografico di arrivo. Basti pensare a come il sistema produttivo Lombardo e l’efficientissimo sistema di Diritto allo Studio Toscano siano stati determinanti. Non è possibile dire altrettanto di molte università del Sud e la disparità tra Nord e Sud non è un problema relativo solo alle università, purtroppo.
    • Sostenibilità: Numero medio di docenti di ruolo nelle materie di base
      Sarebbe necessario effettuare una separazione tra università pubbliche e private, poiché spesso le pubbliche devono sottostare a vincoli di bilancio e anche di assunzione maggiori rispetto alle private (vedi blocco del turn over attualmente in vigore).
    • Stage: Percentuale di crediti ottenuti in Stage sul totale
      E’ molto complicato valutare concretamente corsi che tra di loro hanno un approccio diverso durante il percorso di studi all’attività lavorativa, i quali spaziano da quelli in cui vi è un tirocinio obbligatorio a quelli in cui è opzionale, fino a quelli in cui non è prevista nessuna attività simile.
    • Mobilità Internazionale: Percentuale di crediti ottenuti all’estero sul totale
      Di nuovo è difficile porre tutte le discipline sullo stesso piano: vi sono corsi di laurea per cui conseguire crediti all’estero è piuttosto difficile e che per questo potrebbero essere penalizzate. È sì fondamentale incentivare le università ad avviare contatti e contratti duraturi con altre università in Europa e nel mondo, ma non può bastare una classifica per farlo, e sarebbero auspicabili investimenti pubblici, soprattutto mirati a fornire ai comuni ospitanti le università, le strutture necessarie ad accogliere decentemente gli studenti incoming.
    • Borse di Studio: Percentuale di studenti Idonei che hanno ricevuto la borsa di studio
      Questo punto è la dimostrazione su come si possano ottenere buoni punteggi semplicemente perché si ha la fortuna di trovarsi nel posto giusto. La figura dello studente idoneo a ricevere una borsa di studio ma che non ne risulta beneficiario è una invenzione tutta italiana. Vi sono Regioni lungimiranti che investono cifre come il 20% del loro budget sul diritto allo studio, permettendo quindi alle università presenti sul territorio di svilupparsi e poter attrarre una gamma di studenti più ampia (Toscana in testa). Vi sono invece altre università che soffrono per una situazione locale non favorevole, in cui gli enti regionali che si occupano di Diritto allo Studio sono spesso inefficienti e in cui quindi le borse non sono erogate in misura tale da coprire il numero totale di idonei. Questo rappresenta un forte vincolo per l’attrattività dell’università, specie verso gli studenti che non versano in condizioni reddituali ottimali. Ciò accade al Sud, per via anche di regioni indebitate e poco attente allo sviluppo del tessuto universitario, ma anche al nord, come ad esempio in Lombardia, che investe meno del 3 % del proprio budget in diritto allo studio, nonostante essa sia la regione più ricca d’Italia. In questi contesti si possono ritrovare realtà come l’università Bicocca o il Politecnico di Milano che decidono di coprire le borse non coperte dalla Regione con fondi propri e che magari proprio per questo motivo riescono a classificarsi tra le università migliori. Chiaramente non tutte le università hanno questa disponibilità e spesso sono fortemente penalizzate da questo problema. Una soluzione potrebbe essere che il diritto allo studio venga sovvenzionato dalla fiscalità generale. Pretendere che le università utilizzino fondi propri per colmare le mancanze regionali o statali significa allo stesso tempo pretendere che essi riducano gli investimenti nelle strutture, nella didattica e nella ricerca.
    • Dispersione: Percentuale di immatricolati che si reiscrivono al secondo anno nello stesso ateneo
      è assai frequente che uno studente cambi idea dopo aver frequentato il primo anno di università. Una parte della dispersione potrebbe essere dovuta ad un problema di orientamento più che di ateneo. La restante parte non è comunque necessariamente imputabile alla qualità dell’Università stessa.
    • Efficacia: Media pro-capite dei crediti formativi ottenuti in un anno dagli iscritti attivi
      questo è sicuramente un ottimo indicatore che però non tiene conto della componente studentesca che svolge anche una attività lavorativa; questo penalizza sicuramente le università frequentate da studenti di basso reddito e che sono costretti a lavorare per pagarsi gli studi, e potrebbe d’altra parte condurre ad una strategia improntata all’ottenimento di crediti facili al solo fine di avere una buona valutazione, cosa che già avviene in moltissime università.
    • Soddisfazione: Giudizio dei laureandi sui corsi di studio
      Tra tutti probabilmente il miglior criterio di valutazione, per quanto possa essere variabile e influenzabile il giudizio dei singoli in base alle circostanze vissute o al successo lavorativo.
    • Occupazione: Percentuale di studenti occupati a un anno dal titolo
      Dopo quello della soddisfazione anche questo è un ottimo criterio di classificazione. Purtroppo bisogna specificare come oggi le imprese al momento dell’assunzione siano influenzate dalla reputazione delle università e probabilmente anche da classifiche come questa, piuttosto che dalla bontà della preparazione del laureato. Qualche tempo fa un esperimento fatto da un’agenzia di HR ha dimostrato la soddisfazione degli operatori che in una tornata di assunzioni si sono basati solo sui curriculum e sulle impressioni dei candidati senza nemmeno leggere il nome dell’università frequentata dagli stessi; esperienze come questa rimangono tuttavia minoritarie.
    • Ricerca: Giudizi ottenuti dai prodotti di ricerca nella valutazione Anvur
      Non tutte le università hanno le stesse possibilità di fare ricerca. Si pensi alle università come il Politecnico a vocazione scientifica o la Bocconi di Milano che offre solo corsi di Economia e Giurisprudenza, con disponibilità finanziarie sicuramente migliori di altre, e si confronti poi ad una università come la Statale di Milano che offre una vasta scelta di corsi, da Fisica ed Agraria, fino a Lettere, Storia e Filosofia. Mentre i primi due Atenei possono sicuramente affiancare una buona attività di ricerca all’attività didattica, per la Statale di Milano questo non sempre è fattibile, specie per corsi Umanistici. Quali sono quindi le controindicazioni nel valutare la ricerca delle università allo stesso modo? che i corsi umanistici, ovvero quelli importantissimi per la didattica e per la trasmissione delle conoscenze, ma poco rilevanti per la ricerca applicata, perdono di attrattività per gli Atenei, in aggiunta alla poca attrattività che hanno per gli studenti, vista la carenza di posti di lavoro nel settore. Questo avviene mentre si continua a ripetere che l’Italia dovrebbe puntare sulla cultura e sulla storia per incentivare il turismo. Ancor più clamoroso è poi che una quota non trascurabile dell’FFO venga assegnata proprio sulla base della valutazione Anvur della ricerca. Il risultato è che oggi ci si preoccupa più di assegnare compiti di ricerca ai docenti che di riempire le cattedre dei corsi. Sarebbe meglio forse che il Fondo di Finanziamento Ordinario fosse destinato alle università per finanziare la loro missione didattica e che sulla Ricerca venissero fatti invece investimenti ulteriori, non basandosi sullo storico ma sul reale potenziale di una università e del territorio che la ospita. Allo stato attuale invece basta che un anno l’attività di ricerca vada male per incorrere nel rischio di creare gravi dissesti finanziari all’università.
    • Fondi Esterni: Capacità di attrazione di risorse per progetti di ricerca
      per dirla con una battuta si potrebbe osservare che chi è da più tempo in fila alla cassa del bar si ubriacherà per prima. I privati cercano sempre di investire sul sicuro piuttosto che puntare su un nuovo ateneo che si presenta con progetti nuovi e avvincenti su di un panorama rigido e poco flessibile al cambiamento come quello universitario.
    • Alta Formazione: Giudizi ottenuti dall’Alta Formazione nella valutazione Anvur
      Indicatore riferito anche alla formazione Artistico Musicale, rispetto la quale risulta ancora più evidente come come si valutino allo stesso modo università diverse in tutto o quasi.

Le università non possono essere considerate e trattate come comuni aziende manifatturiere ma, se proprio come aziende vogliamo catalogarle, sono le più importanti per un paese, il cui prodotto, lo studente laureato, è la materia prima per lo sviluppo del paese stesso. Lasciare che un bene così prezioso venga sottoposto alle leggi del mercato è aberrante quanto pericoloso. Il vero problema però, è che tale concezione sia diventata prevalente da tempo ormai nell’ambiente del MIUR. Oggi si parla di università di serie A e serie B e non si riconosce invece che alcune università hanno problemi strutturali che non possono essere superati in autonomia. La Bocconi, la Statale di Milano, la Bicocca di Milano e il politecnico di Milano sono tutte tra le prime 20: non è da complottisti ritenere che queste siano favorite anche dal sistema produttivo maggiormente sviluppato del territorio milanese. Seguendo sempre questa visione si può con attendibilità affermare che, senza un intervento mirato a risollevarle e a metterle nelle condizioni di competere, le università del Sud sono destinate a morire. Spesso su di esse pesa un sistema burocratico lento e farraginoso, un sistema baronale presente in tutti i livelli, dall’assegnazione di dottorati di ricerca all’assunzione di nuovi docenti, unito a mancanza d’investimenti in innovazione, ma anche a problemi di connessione con il territorio e con le amministrazioni locali, problemi ai trasporti e carenze sul diritto allo studio; le regioni meridionali sono poco attente o poco interessate ad investire nel sistema universitario e – diciamolo chiaramente – questi atenei scontano anche un problema di cattiva reputazione, lo stesso problema che queste classifiche contribuiscono a creare. La maggior parte di esse viene considerata come università di serie B, non dagli studenti che magari per scelta o perché costretti vi proseguono gli studi, ma da molti politici e amministratori, gli stessi che avrebbero il compito di farle sviluppare. Si continua ad idealizzare e proporre come esempio da seguire le università eccellenti, che magari sono private e costano 10.000 € l’anno allo studente, ignorando che a tenere in piedi il paese, e a tener vivi i sogni di un futuro migliore per una generazione, sono spesso quelle università isolate e con tanti problemi, la cui retta consta in 1500 € l’anno e quindi accessibili a molte più persone. Andando avanti in questa direzione, si corre il rischio di rendere la formazione universitaria un lusso, un bene a cui pochi possono accedere, in barba alle indicazioni dateci dall’Europa sulla necessità di aumentare il nostro numero di laureati. Spesso purtroppo, si fa finta di non sapere che, per lo sviluppo lineare del paese e per non vedere più un Sud che rincorre il Nord o che verso di esso emigra, il Mezzogiorno ha fortemente bisogno che si punti nell’innovazione che un’università può offrire al proprio territorio, e sul salto formativo che essa può garantire agli studenti che la frequentano. Per superare questi problemi serve una politica d’investimento forte, capace non solo di riconoscere dove siano collocati geograficamente i problemi, ma anche di capire in cosa consistano effettivamente e risolverli, non chiudendo le università ma mandando a casa chi ha fatto fortuna giocando col futuro di tanti ragazzi o chi in questi anni non è stato in grado di garantire le soluzioni adeguate al problema, offrendo ai territori nuove opportunità di sviluppo, basate sulla formazione universitaria, sulla ricerca e sull’innovazione che le stesse possono apportare.

Eppure oggi, invece di investire per far sì che possa aumentare l’offerta e quindi la concorrenza tra le università per attrarre studenti, si utilizzano metodi premiali di finanziamento che alimentano la concorrenza per attrarre questi ultimi piuttosto che gli studenti; Invece di aiutare chi ha difficoltà si premia chi è già bravo, senza tener conto delle ripercussioni che questo potrebbe avere sulla quotidianità degli studenti che le università in difficoltà le frequentano, o sui territori che li ospitano.

E’ del tutto comprensibile che un giornale come il “Sole 24Ore” getti in pasto al mercato dei lettori le sue opinioni sotto forma di classifica. Quello che qui si vuole evidenziare è come le statistiche, per quanto importanti, non possano essere considerate verità assolute e, ancor più importante, le politiche di investimento di un paese non possono essere pensate in base a quelle classifiche, bensì intorno agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Purtroppo chi fa rappresentanza studentesca, chi vive quotidianamente l’università per studiarvi, farvi ricerca o insegnarvi, queste cose le conosce già. Chi pare non saperle è chi, da qualche tempo, si è adopera nel tentativo di riformare il sistema universitario italiano, fallendo miseramente. Fallirà sicuramente anche il sistema universitario italiano se non cambieranno del tutto le tendenze riformatrici e le politiche di istruzione superiore e, soprattutto, se non ci decideremo a considerare il sistema universitario non più un capitolo di bilancio da cui tagliare risorse se necessario, bensì un nutrimento fondamentale per il nostro paese se si vuole che esso continui a crescere.


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Nato a Ragusa nel 1992. Studia Economia presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui ha svolto e svolge tutt'ora attività di rappresentanza dal 2013. Segretario del "Circolo Universitario A. Greppi" dei Giovani Democratici di Milano.

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