“Moneta e Impero”: un’analisi critica sul numero di Limes

Il testo che segue è una recensione del numero 2/2015 della rivista di geopolitica Limes. È possibile consultare il sommario del numero sul sito di Limes.


Il numero della rivista Limes di Febbraio 2015, Moneta e Impero, ben si inquadra nel dibattito di Pandora su neoliberalismo e politica. È una lettura impegnativa, perché richiede un certo grado di familiarità almeno con alcuni dei fondamenti dell’economia. D’altronde, l’argomento non poteva prescindere da analisi specialistiche e specifiche. Allo stesso tempo, l’analisi politica non manca, in particolar modo nella parte che riguarda l’Unione Europea.

Innanzitutto, però, occorre capire perché la scelta del titolo «Moneta e Impero» e quale sia quindi il collegamento tra questi due concetti. Sembra paradossale parlare di impero in un mondo post-moderno, molto meno stabile rispetto a ciò che si è soliti intendere per impero. Tuttavia, varie sono le espressioni in cui una forza imperiale oggi può manifestarsi; ad esempio un impero può essere: militare, di soft power, monetario. Non solo nell’ultimo caso, la moneta ha un valore geopolitico forte, specialmente se, come ora, politica e economia non solo non operano in sfere separate, ma la bilancia pende più per la seconda che per la prima. In quest’ottica potrebbe essere letta la decisione da parte di Limes di analizzare i giochi di forza globali dividendo il mondo in base alla moneta: il dollaro –Usa e affiliati- che arranca, ma rimane sul podio, l’euro, orfano di una base politica stabile e le alternative, ovvero «Chi sfida il dollaro e chi fa da sé».

Di certo, l’interdipendenza tra economia -moneta- e politica non è caratteristica esclusiva della post-modernità. Basti pensare a come gli imperi del secolo scorso muovevano guerra per risollevare le sorti delle proprie finanze, o alla decisione di abbandonare il gold standard per permettere la svalutazione della moneta e aumentare la competitività a discapito dei propri vicini -« beggar-thy-neighbour ». Ma in questi casi l’economia era uno strumento. Ora, nel XXI secolo, la relazione tra economia e politica è ribaltata: le guerre monetarie sono guerre politiche. Sono il terreno su cui si scontrano le potenze mondiali e i cui effetti ricadono anche sulle politiche dei paesi non protagonisti. Come precisato nel volume, le currency wars sarebbero, in termini assoluti, in contraddizione con le dichiarazioni al G20 di Londra dopo la crisi di Lehman Brothers di cooperazione economica responsabile. Ciononostante è stato trovato il modo per ingannare il meccanismo attraverso l’espansione del bilancio della Banca centrale, dando il via all’acquisto di attività pubbliche e private -in gergo Quantitative easing o allentamento monetario. Ciò rende la moneta molto competitiva. È quello che è successo allo yen giapponese ed è ciò che ha spinto anche l’Ue a partecipare attivamente in questa partita.

Ma come si collocano l’Europa e l’euro nella relazione tra politica ed economia? Innanzitutto, credo che concentrarsi sull’ Unione Europea sia interessante per la struttura dell’Unione, ancora unica nel suo genere. Inoltre, affiancare all’Ue l’epiteto di impero sembra ancora più paradossale e anche un po’ ironico, per ciò che era -il passato coloniale di molti paesi europei- e per ciò che è: una potenza globalmente in declino che allo stesso tempo è internamente accusata di assumere tendenze paternalistiche e quasi imperialistiche specialmente nei confronti dei nuovi stati membri. Tuttavia, sebbene in modo diverso dagli Usa e dalla Cina, anche l’Europa può essere concepita come un impero. Ma di che tipo? Certamente, l’Unione Europea non è una potenza militare tale da farne il tratto caratteristico della propria forza. L’immagine di sé che ha promosso nel mondo sembra più consona al soft power, intendendo con esso la capacità di esercitare un certo grado di influenza, soprattutto culturale, tanto da diventare un modello esportabile.

Ma accanto a ciò, può l’Unione Europea definirsi un impero monetario?. L’Unione era pensata e aveva la potenzialità per diventare anche una forza economica globale, che ora è solo in parte. Ma soprattutto è il frutto di un’idea molto post-moderna, ovvero creare un unione politica da un’unione monetaria. C’è chi considera il suo fallimento intrinseco, «moneta volutamente predestinata alla sconfitta» perché ha giocato il ruolo di moneta forte, come precisato nell’articolo iniziale «La guerra delle valute» di Brunello Rosa. Ma inaugurando la strategia del Qe anche l’Unione Europea si prepara alla competizione attiva con le altre monete.

Accanto alla volatilità e l’illusoria certezza dei mercati -in «L’illusione della certezza, così funzionano i mercati globali»- ultimamente si sta espandendo un trend opposto: la rivitalizzazione dello Stato come entità di riferimento, sebbene nella pratica depauperato della potenza economica che, come sottolineato prima, è il frutto di giochi economici ai più alti livelli. Ancora una volta, l’Unione Europea è un buon esempio di riferimento, perché è una grande macchina che non sfrutta tutte le proprie potenzialità, anche a causa delle resistenze degli stati sovrani al suo interno. Ed è un buon esempio anche perché esprime gli attriti tra politica e economia, in un continua serie di compromessi. Questo processo è puntualmente spiegato attraverso la biografia di Mario Draghi in «‘Whatever it takes’. Mario Draghi Signore d’Europa».

Per capire perché l’Ue non è una potenza globale economica e politica, occorre analizzare le falle nel progetto europeo e soffermarsi sulla sua (dis)unione politica. Secondo Limes, al momento l’unico impero globale sono -ancora- gli Stati Uniti d’America. La mancanza di fiducia reciproca tra gli stati membri è la causa dei problemi politici all’interno dell’Unione, che a loro volta non possono fare dell’Ue una forza economica globale al pari di altre. Risulta più chiaro se si paragona l’Ue gli Usa, i quali incarnano le tre caratteristiche principali di un impero. Sono una forza militare, esercitano soft power in diverse sfere e il dollaro è, ancora, la moneta di riferimento internazionale. Nonostante la possibile minaccia rappresentata russa che vorrebbe ridurre la funzione del dollaro come moneta di scambio internazionale, volendo introdurre il pagamento delle di gas e petrolio nelle valute nazionali, e la minaccia cinese, gli Usa non sono stati ancora sorpassati perché sono credibili al livello internazionale e il loro Impero tripartito inizia a vacillare, ma non sta ancora crollando. Ciò non vuol dire che poichè gli Stati Uniti sono «too big» allora non falliranno, ma non è ancora quello che sta accadendo.

In fin dei conti, nonostante l’elevata dipendenza di entità politiche dai processi economici, sembra che la soluzione non vada ricercata separatamente nei due ambiti o solo in uno dei due. L’attuale crisi all’interno dell’Unione Europea, così come è strutturata, ne è una prova, perché evidenzia quanto politica e economia non possano prescindere l’una dall’altra. Il problema e la soluzione sembra essere l’atto politico. Anche l’analisi dell’ Impero degli Stati Uniti sottolinea la forza della Politica: una moneta senza una ossatura politica credibile al livello internazionale non funziona, proprio perché la finanza, volatile e imprevedibile più di altri settori, si basa fondamentalmente sulla percezione, sulle aspettative e sulla fiducia. Ad oggi, secondo i ricercatori che hanno lavorato per il numero di Limes di Febbraio, sono gli Stati Uniti.


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Nata nel '92. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attualmente frequenta il Master of Arts in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe presso l'Università di Bologna. Scrive per il quotidiano online "Cronache internazionali". Ha partecipato alla stesura dell'ebook "La Russia di Sochi 2014" in collaborazione con Limes Club Bologna e iMerica. Le sue passioni sono la scrittura e la letteratura, specialmente se tedesca e russa.

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