Non per contagio si diffonde l’Islam

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulla complessità della situazione mediorientale e sull’Islam, a cui cerca di fornire uno sguardo obliquo.

Qui gli articoli precedenti:

1) Jihad e sharing economy. La guerra non serve di Enrico Cerrini

2) Lo Stato Islamico e la globalizzazione neoliberista di Alessio Aringoli

3) Per una soluzione politica contro lo Stato Islamico di Giacomo Cucignatto

4) L’Islam e l’individuo. Una problematizzazione del fondamentalismo di Francesco Scanni


Paese a maggioranza islamica più vicino all’Italia, la Bosnia Erzegovina offre un punto d’osservazione privilegiato quanto inusuale sui fenomeni di (re)islamizzazione. La particolare storia di questo stato e di questa regione, i Balcani Occidentali, affresca un quadro in cui l’Islam ha dovuto da sempre muoversi assieme ad altri attori. È stato protagonista, personaggio secondario e, per poco, quasi comparsa. Ma non ha mai potuto sviluppare un monologo, relegando, come negli scenari centrali (Medio Oriente e Nord Africa), le altre voci a coro di sottofondo, ad assoli incapaci di rubargli la scena davvero, perlomeno fugacemente. Chi ha parlato di “Islam europeo”, come il precedente leader della comunità musulmana bosniaca (la Islamska Zajednica), Mustafa Ceric, lo ha fatto rivendicando l’alterità della propria tradizione religiosa. Si parla spesso, nei media e nell’accademia di settore, che è in atto un (secondo) processo di Islam revival in Bosnia, innescato e amplificato dalla globalizzazione. Con il presente lavoro vogliamo proporre un modello di analisi di questo processo, capace di considerare anche altri fattori oltre a quello islamico.

Un Islam altro

I contatti tra le popolazioni slave dei Balcani occidentali e la religione islamica si perdono nei secoli in cui il Mediterraneo era mare nostrum anche per i mercanti arabi e le prime confraternite sufi fondavano le loro tekkeh nei paesaggi elfici della Bosnia centrale. Ma è con la conquista ottomana del 1463 che l’Islam lega indissolubilmente le sue sorti a quelle di questa popolazione. Dalla pace di Karlowitz del 1699, la Bosnia sarà il limes della Sublime Porta, il fronte contro gli infedeli, la Periferia dell’Ummah. Quando le fondamenta dell’impero inizieranno a tremare, ne giungerà un altro, quello austro-ungarico. Nel 1878 la Bosnia diventa de facto un protettorato asburgico, anche se per l’annessione ufficiale si dovrà aspettare il 1909. La popolazione conoscerà l’impatto della modernità, che, in queste lande così lontane da Istanbul, era arrivata solo attutita con le tanzimat del 1821. I musulmani di Bosnia, che il nazionalismo chiamerà “bosgnacchi”, passano da gruppo egemonico a minoranza, da correligionari dei governanti a comunità in crisi identitaria. Fioriranno, un secolo prima della rivoluzione iraniana, opere di intellettuali musulmani indigeni  che si interrogheranno sui rapporti tra Islam e modernità, Islam e democrazia, Islam e scienza. L’emozione della prima volta non riguarda solo i governati: Vienna è alla sua prima esperienza con cittadini musulmani. Per costruire l’ edificio che oggi ospita la Biblioteca Nazionale, data alle fiamme dai fascisti serbi nell’agosto del 1992, gli asburgici inviarono architetti a studiare l’architettura araba nordafricana. Sarajevo, innevata almeno quattro mesi l’anno, si ritrova così come simbolo cittadino un palazzo in stile moresco. Quando Kemal Ataturk abolirà il Califfato nel 1924, i musulmani bosniaci capiscono definitivamente che per la nostalgia non c’è più spazio. Ora è tempo di futuro, volgere lo sguardo ad Ovest. Poi verranno due guerre mondiali, la prima iniziata proprio su un ponte di Sarajevo; mezzo secolo di secolarizzazione forzata; un conflitto fratricida, con Sarajevo sotto assedio per tre anni e mezzo, il più duraturo della storia moderna.

L’Islam nella globalizzazione

È proprio il conflitto 1992-1995 il periodo cardine per capire il nuovo trend di re-islamizzazione che si sta sviluppando in questo paese. La Bosnia conosce la globalizzazione con il conflitto. Capitali, persone e idee iniziano a circolare con una velocità incomparabile rispetto al periodo jugoslavo. Anche quelli islamici.

I capitali che circolano sono quelli dei paesi musulmani che, assieme agli aiuti umanitari, inviano finanziamenti alla comunità musulmana locale in disperata ricerca di aiuto economico e diplomatico dall’esterno. Insieme al pane e a qualche AK47, arrivano anche torrenti di letteratura islamica neo-salafita da Sudan, Arabia Saudita e altri paesi arabi e, in minima parte, sciita dall’Iran. Dopo la guerra, però, i petrodollari finiscono quasi solo esclusivamente a costruire moschee e centri islamici.

Le persone che circolano sono tante. Si inizia con i mujaheedin che arrivano in Bosnia per rispondere a quello che secondo loro – e la stampa nazionalista croata e serba – è un jihad. Molti bosniaci rimangono colpiti dal coraggio di questi guerriglieri, intruppati nella brigata El-Mujahid, e aderiscono alle versioni neo-salafite dell’Islam che questi stranieri portano e deliberatamente diffondono in Bosnia. Da queste contaminazioni fioriranno le spore: comunità neo-salafite isolate, sparse per la Bosnia Occidentale, dove questi zeloti praticano la hjira, il ritiro da una società impura. Queste comunità, sottratte al controllo dello stato bosniaco e amministrate secondo la shari’a, hanno un ruolo centrale nell’avvicinare, convincere, addestrare e sostenere logisticamente i foreign fighters bosniaci che vanno in Siria.

Poi c’è la diaspora, con migliaia di famiglie che durante il conflitto si trasferiscono in Europa Occidentale o America. I bambini crescono, affrontando i disagi identitari tipici degli immigrati di seconda generazione. Loro e gli studenti che, dalla fine del conflitto, si vedono offrire borse di studio per compiere studi (non solo teologici) in altri paesi musulmani, entrano in contatto con altre interpretazioni dell’Islam.

Infine, dal dopoguerra non c’è solo chi esce dalla Bosnia, ma anche chi ci entra, perlopiù temporaneamente. I turisti turchi sono sempre più numerosi, come anche gli studenti universitari loro connazionali che si iscrivono alle due università aperte da Ankara dopo la guerra a Sarajevo. Dallo scoppio delle primavere arabe, che la priva delle tradizionali mete turistiche, la Bosnia è scoperta anche dalla classe media dei paesi arabi. Il clima mite, la possibilità di trovare facilmente cibo halal, i prezzi bassi attraggono qui turisti dalla penisola arabica. Le strade di Sarajevo si riempiono di niqab e barbe lunghe per l’estate. Le pubblicità e i cartelli scritti in arabo sono l’offerta che si adegua alla domanda: non quanto i loro connazionali appartenenti all’upper class saudita o qatariota, che spende i tre mesi estivi in ben altri paesi europei, ma anche in Bosnia i turisti arabi sono quelli che spendono di più.

Le idee, naturalmente, nel terzo millennio, non devono aspettare le persone per viaggiare, diffondersi, muoversi. L’esplosione di mezzi e capacità comunicativi investe anche gli attori islamici. Si aprono web radio, canali televisivi, siti, pagine Facebook e account Twitter islamici. Il web-marketing dell’Isis, il primo attore jihadista a utilizzare sapientemente video e social-network, è solo l’ultima incarnazione di questo jihadismo 2.0. Risultato? Oggi in Bosnia è rappresentata quasi ogni corrente dell’Islam, secondo uno dei principali esperti, Ahmet Alibasic.

L’Islam situato

Introdotto brevemente lo scenario storico e sociologico a cui ci riferiremo, è ora possibile derivarne alcune riflessioni teoriche, scopo di questo lavoro. La re-islamizzazione, come l’islamizzazione, non è un processo deterministico automatizzato che si sviluppa nell’etere. È un processo situato. Non avviene per osmosi e accostamento di due soggetti musulmani, uno intenzionato a convertire l’altro, o spingerlo ad aderire ad una versione più dogmatica della religione islamica. Questi due soggetti non sono solo islamici: appartengono ad un particolare ceto sociale, hanno una determinata disponibilità finanziaria, un livello di educazione, un background socio-politico differente. Queste e altre differenze fanno sì, inoltre, che tra loro due ci sia un rapporto di potere. È su questo rapporto di potere che viaggia il processo di re-islamizzazione, rendendosi logicamente inscindibile da esso.

Detronizzando il fattore islamico e posizionandolo all’interno di uno scenario in cui pesano anche altri fattori (socio-politici, economici, geografici) si possono individuare sinteticamente tre tipi di relazioni tra soggetti islamici (stati, gruppi, individui):

  • Relazioni Islam-driven. Sono relazioni verticali tra un soggetto determinato a convertire l’altro ad un particolare versione dell’Islam. L’interazione è tra un’autorità e un discepolo. Nel caso bosniaco, spesso avvengono in comunità circoscritte, isolate e sottratte al controllo dell’autorità statale, che si limita a monitorarle. Gli abitanti di queste comunità neo-salafite, come accennato sopra, si auto-isolano per vivere in accordanza ai principi religiosi che ritengono superiori alla giurisdizione terrena. L’ambiente, depurato da influenze esterne, è quello più favorevole all’indottrinamento degli esterni che visitano spontaneamente queste comunità, incuriositi o anche affascinati dalla visione dicotomica e semplificata dell’Islam neo-salafita. Quest’interpretazione rifiuta le scuole giuridiche islamiche (madhab) che si sono create nel tempo, indica nelle innovazioni (bidah) il motivo del declino dell’Islam e pretende di ricreare una visione romanticizzata, utopica e decontestualizzata dell’Islam che loro ritengono fosse praticato da Maometto e le prime generazioni di giusti. Anche queste relazioni, tuttavia, raramente sono solo religiose. Le persone attratte da queste comunità notoriamente abbienti ricevono frequentemente incentivi economici, non direttamente magari, ma tramite nuove occasioni che si aprono per trovare un lavoro. Cementificati dalle stesse credenze, inoltre, i fedeli sviluppano qui un senso di fratellanza e condivisione che si traduce nell’elaborazione di un’identità di gruppo, innestandosi inoltre sui vuoti identitari della Bosnia post-bellica. Sia i fattori economici, che quelli identitari sono ancora più rilevanti nella scelta dei giovani bosniaci di partire per il jihad. La guerra civile in Siria ha una funzione enzimatica in questo processo.
  • Relazioni Islam-friendly. Sono relazioni che hanno il fattore islamico come uno dei motivi alla base, ma non come il suo fine principale. Sostanzialmente, nessuno dei due termini della relazione punta a convertire l’altro. È comunque una relazione di potere, ma meno verticale della precedente. Il fatto di condividere, almeno nominalmente, lo stesso background religioso ha un effetto magnetico tra i due termini, ma rientra in un novero di motivazioni variegato e composito. Nella realtà bosniaca sono spesso i viaggi buoni esempi di questa categoria. Gli studenti bosniaci che beneficiano di borse di studio per l’estero, entrano in contatto con altre versioni dell’Islam, differenti pratiche, differenti interpretazioni, che possono reimportare nel proprio paese. Un fenomeno simile avviene nella diaspora, dove i musulmani balcanici, numericamente inferiori, si ritrovano a frequentare moschee, ambienti e luoghi di aggregazione egemonizzati da musulmani nordafricani o mediorientali. I turisti stranieri dei paesi arabi, a loro volta, portano in Bosnia altre interpretazioni.
  • Relazioni Islam-free. sono relazioni dove il fattore islamico non sembra essere una variabile rilevante. La maggioranza di queste avvengono a livello inter-statale, dove a pesare fortemente sono obbligatoriamente anche altri tipi di interessi, come quelli geopolitici, finanziari e strategici. A livello inter-statale, la religione comune viene utilizzata più che altro a fini retorici, per rinsaldare mediaticamente i rapporti tra due stati. Nel caso bosniaco sono esempi di questo tipo di relazioni gli investimenti dei paesi musulmani in Bosnia. Gli investimenti diretti di Arabia Saudita e altri paesi arabi sono nettamente più alti negli altri paesi della regione. Ironia della sorte, gli investimenti arabi negli ultimi cinque anni sono, per esempio, molto più elevati anche solo nella vicina Serbia, che dovrebbe rappresentare, secondo l’esasperante retorica cetnica, almeno dal 1389 il bastione cristiano contro la penetrazione musulmana. E, aldilà dei proclami di Erdogan sulla fratellanza naturale e il patrimonio culturale condiviso tra i due paesi in occasione delle visite ufficiali, anche per la Turchia vale lo stesso: in Romania investe circa 10 volte che in Bosnia. Considerata la percentuale di musulmani romeni (attorno allo 0.3%), non sembra essere quello l’elemento attrattivo per gli investimenti di Ankara.

La categorizzazione è necessaria a fini esplicativi, ma, specie nelle ricerche sul campo, è evidente come questi tre tipi di relazioni abbiano confini porosi e una possa anche con facilità evolversi nell’altra. L’intento è quello di fornire una base esplicativa che affronti i processi di re-islamizzazione, in Bosnia come altrove, storicizzandoli e localizzandoli all’interno di contesti socio-politici ed economici. Adottare questa lente interpretativa può aiutare, più che a raggruppare per somiglianza, a dividere per alterità.

Analisi diacroniche, inoltre, sono fruttifere per contrastare il sincronismo attuale che domina nella narrazione mass-mediatica di questi processi. Tali analisi permettono, tra l’altro, di ricostruire il peso di fattori storici extra-religiosi, come le evoluzioni del rapporto con la modernità e l’Occidente della comunità musulmana oggetto di ricerca. E soprattutto di fattori politici. Infine, è interessante notare come narrazioni decontestualizzate e astratte dell’islamizzazione da parte di media e politici occidentali condividano con il neo-salafismo l’idea che esista un Islam puro, coranico tout court, sovra-sociale e destoricizzato.

[Foto: Giulia Stagnitto]


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Nasce in Valtellina, studia Comunicazione a Bologna, dove conosce la semiotica. Va poi a Torino, laurea magistrale in Scienze Internazionali. Adesso è a Sarajevo per una ricerca sul campo. Oltre a Pandora, scrive per East Journal, Il Caffè Geopolitico e Cafébabel.

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