Note sulle elezioni danesi

Le elezioni danesi di pochi giorni fa sono l’ennesimo esito negativo per la sinistra e il sindacato europeo. La socialdemocrazia perderà il governo dopo una sola legislatura. Positiva solo l’affluenza molto elevata per i nostri tempi: l’85,9%. Evidentemente, la perdita di presa (enorme) dei 4 partiti “classici” (sul centrosinistra socialdemocrazia e radicali, sul centrodestra conservatori minimizzati al 3,4% e liberali arretrati moltissimo) è rimpiazzata da altre offerte partitiche che spingono lo stesso gli elettori al voto. Nel bene e nel male. Soprattutto i nazional-populisti (oggi secondo partito al 21,1%), ma anche la lista dei postcomunisti (+1,1 al 7,8%) e i libertari-postmaterialisti di Alternativet, piuttosto anti-politici, con slogan lisergici come “economia empatica” (balzati dal nulla al 4,8%). Entrano in totale 9 partiti in parlamento, tanti per un elettorato partecipante di 3.518.987 individui. Il partito maggiore arriva solo al 26,3% (i socialdemocratici, lontanissimi dai livelli di pochi lustri fa). Ciò significa di certo frantumazione eccessiva, ma evidenzia come per la partecipazione sia importante uno spettro della rappresentanza ampio, plurale, in cui forze distinte possono contare nel formare o sostenere un governo. Inoltre, sebbene in arretramento, sono ancora assai potenti i grandi collettori popolari, a partire dai sindacati.

La gran massa del voto popolare perso dai socialdemocratici non va dunque all’astensione, ma verso i nazional-populisti del Dansk Folkeparti e altrove. E non viene recuperato. Perché non muta la politica in cui il centro-sinistra lavora sulla competitività (piuttosto bene, e anche utilizzando con coerenza storica strumenti come la forza del sindacato e del suo welfare occupazionale) ma poi redistribuisce i frutti in modo insufficiente. Una contraddizione storica insanabile per una socialdemocrazia, e pericolosa in molti sensi. Non viene battuta altra strada fin dagli anni 1990, né sarà possibile finché non muterà la penalizzazione sistematica di salario e welfare nel contesto Europeo.

Il nazional-populismo continua ad avanzare perché assembla al meglio (però a destra, purtroppo) due messaggi

  1. la crescita del settore pubblico e la conferma del welfare non sono un tabù;
  2. Se l’idea di fondo è penalizzare i salari, l’afflusso di immigrati peggiora le sorti di quelli più bassi (da cui il dibattito su “la Danimarca divisa”, crescentemente diseguale).

La Socialdemocrazia non ha raccolto in modo sufficiente o del tutto credibile questo dato, né quindi è riuscita a declinarlo a sinistra. E in questo ultimo senso, peraltro, il peggiore problema sono gli alleati storici dei socialdemocratici, i Radicali (dimezzati al 4,6%): neoliberali e deregolatori sul lavoro, nonché quasi idealisticamente europeisti ed aperti sull’immigrazione. Contraddizione ferale per la Socialdemocrazia, tanto che poi funziona poco tentare un recupero con slogan “populistici” come “Se vieni in Danimarca, devi lavorare”. Su questa massa di ragioni strutturali incide marginalmente la efficace campagna elettorale, ovvero l’avanzata socialdemocratica dell’1,5% (inversione di tendenza, per quanto insoddisfacente). Tale recupero è avvenuto per scelte elettorali incisive, ma insufficienti: la personalizzazione in cui la (ormai ex) premier socialdemocratica H.T. Schmidt si è insistentemente misurata con Lars Løkke Rasmussen (il suo rivale per la guida dell’esecutivo, leader del partito liberal-agrario in caduta: 19,5% e -7,2%). Løkke Rasmussen è poco credibile, protagonista di scandali piccoli ma di stolta vanagloria. Da cui la scelta socialdemocratica di personalizzare sui due leader. Per vincere davvero, però, si sarebbe dovuto anche recuperare i voti (almeno un 10%) perduti, per i motivi detti, fra nazionalpopulisti e lista postcomunista fin da inizio millennio. Invece, la strada della “personalizzazione senza questione sociale” NON ha consentito il recupero socialdemocratico che in modo irrilevante, poiché solo in nome di una maggiore efficienze ed onestà (fattori “di premessa”, dunque giustamente mai risolutivi). Certo, questo ha danneggiato molto i Liberali di VENSTRE per mezzo del loro leader Løkke Rasmussen. Con l’effetto però di spostarne il voto verso due opzioni ancora più ostiche per il centrosinistra, e in due sensi opposti: verso Liberal Alliance (formazione di centro-destra più ideologicamente neoliberale, avanzata al 7,5%,) e verso, come detto, i nazional-populisti del Dansk Folkeparti. Comunque questi due partiti sosterranno un (problematico) governo di Centro-destra, in coalizione o con appoggio esterno.

Nota finale: da ricordare il conflitto asperrimo dell’anno scorso, durato mesi, fra governo socialdemocratico-radicale ed insegnanti. Impensabile che la sinistra di governo non ne sia uscita danneggiata.


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Professore di Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche presso l'Università La Sapienza di Roma. Scandinavista. Collabora col Center for Nordic Studies Di Helsinki. Tra le molte pubblicazioni si segnalano i due volumi Svezia (2005) e Danimarca (2015) per la Unicopli di Milano, sulla storia del Novecento di questi due paesi.

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