Che cosa è successo in Svezia? Una rinnovata polarizzazione (quarta e ultima parte)

Continua da qui: Che cosa è successo in Svezia? Sessant’anni di politica dei blocchi: tendenze e sorprese – parte terza

 

Siamo (finalmente) giunti alla fase conclusiva di questo percorso. Delle elezioni del 2014, dell’ascesa degli Sverigedemokraterna, del crollo del Partito Moderato, del supposto “sorpasso in retromarcia” del blocco rosso-verde, della crisi sul budget e del compromesso di dicembre abbiamo già detto nella prima parte. Nella seconda e terza parte abbiamo cercato di fornire al lettore un background storico dei sistemi partitici scandinavi, da cui il lettore avrà potuto trarre una conclusione: se Danimarca e Norvegia hanno, nel corso degli ultimi due decenni, (ri-)trovato un certo equilibrio bipolare, seppur irrequieto, la Svezia è entrata nelle ultime tornate in una fase di mutazione, diventata particolarmente evidente nel 2010 e 2014.

A parere di chi scrive, due tendenze particolarmenti interessanti sono emerse con le ultime elezioni. La prima, evidente, è il pesante swing subito dai Moderaterna a beneficio di SD, un vero e proprio terremoto per il blocco di centrodestra i cui strascichi sono difficilissimi da prevedere. La seconda è il risultato sorprendente – e consistente, in quanto concentrato esclusivamente nelle grandi città del paese – di Iniziativa Femminista, che partito praticamente da zero arriva al 3,12%, curiosamente il miglior risultato mai ottenuto da una lista rimasta sotto la soglia di sbarramento. 194.719 voti potranno sembrare pochi, ma ci dicono qualcosa di importante sul futuro della sinistra svedese e su come sia cambiata la sua base sociale.

 

Due forme di tensione centrifuga

Uno sguardo superficiale dei risultati del 2014 suggerisce un’interpretazione apparentemente solare ma non del tutto corretta. Tutti i partiti parlamentari restano praticamente immobili, tra crescite quasi impercettibili (S, V) e cali non particolarmente significativi, tra 0 e 2 punti percentuali (i verdi, i partiti minori del centrodestra). Fanno eccezione M, che perde il 6,74%, e appunto SD che cresce del 7,16%.

Sembra un risultato speculare, e in effetti (ma è ovvio) in buona parte lo è. Però non è vero che SD ha preso solo voti da M. Senza necessariamente ricorrere alle analisi dei flussi elettorali, basta andare a guardare i risultati a livello locale, in particolare nel nord del paese dove i socialdemocratici continuano a detenere maggioranze gigantesche. In queste aree S perde ovunque terreno, in alcuni comuni anche 7-8 punti percentuali, e finisce sotto il 50%. Ad avvantaggiarsene sembra essere proprio SD, che anche da queste parti supera il 10%, risultato che non tocca soltanto in due contee (Stoccolma e Västerbotten, nel nord).

Il voto a SD è quindi, in parte, ancora quel voto di protesta contro tutti gli schieramenti che lo connotava nel 2010. La prova più evidente è il confronto con le contemporanee elezioni locali, dove SD è molto meno forte che alle politiche e talora praticamente inesistente: un qualcosa in cui è curiosamente simile al Movimento Cinque Stelle. Ma stavolta, al contrario del 2010, questo voto di protesta è stato chiaramente un voto anti-incumbency. L’incumbent moderato è stato colpito con una tale violenza da far seriamente pensare che questo voto sia espressione di un malessere decisamente più profondo tra gli elettori di destra. In tal caso, il centrodestra dovrebbe davvero preoccuparsi, perché il concetto che sta dietro all’Alleanza per la Svezia sarebbe messo seriamente in discussione.

La storia dei Moderaterna nell’ultimo decennio ricorda in modo sorprendente la notissima parabola del New Labour. Si tratta della trasformazione, anche traumatica, di quello che era senza alcun dubbio il partito più a destra del sistema in un movimento catch-all, centrista, socialmente liberale e riformista, che uscisse dai sobborghi raffinati per promettere benessere alle classi medio-basse oppresse dalla burocrazia, dall’alto carico fiscale, dalla crescente inefficienza dei servizi pubblici. Una forza “inclusiva”, che accetta e addirittura rivendica il welfare state pur affermando la necessità di una sua modernizzazione (cioè, di un’apertura maggiore ai privati). E’ una grossa differenza rispetto alla tradizione del partito, che è chiaramente conservatrice o al più “libertarian”, aggressivamente anti-tasse e anti-intervento pubblico. Reinfeldt stesso in gioventù aveva posizioni ben più radicali al riguardo, arrivando a definire il popolo svedese “dormiente” e “mentalmente handicappato” in un libro diventato seria fonte di imbarazzo.

Nascono insomma i Nya Moderaterna, e con essi i Gamla Moderaterna, nuovi e vecchi moderati. Come per New e Old Labour, il partito viene tenuto assieme dai successi elettorali e dal ricordo delle sconfitte devastanti del passato, ma la dicotomia non è stata mai risolta. In aggiunta, al modello catch-all si adeguano anche gli altri partiti del blocco: il centro agrario si propone di rappresentare un’ala un po’ più progressista e ambientalista, i cristiano-democratici cercano di coprire i settori socialmente più conservatori. Chi veramente si trova in crisi di identità è il partito liberale, tradizionalmente il più a sinistra dei partiti di centrodestra: i Nya Moderaterna gli si sovrappongono riducendolo a forza di scarsa rilevanza. In sostanza, l’Alleanza appariva nel 2006 come un blocco unico, centrista, competitivo, risolvendo molti dei problemi tradizionali del centrodestra nordico di cui abbondantemente parlato in precedenza. Qualora questo compromesso fosse saltato, saremmo tornati al punto di partenza. E oggi pare proprio che sia proprio quella parte più conservatrice degli elettori moderati ad aver scelto, e in massa, SD.

Abbiamo dunque una rinnovata radicalizzazione di una parte dell’elettorato di centrodestra. Ma possiamo fare un discorso simile anche per il centrosinistra, e questo non vale solo per il ruolo di Iniziativa Femminista. Del resto, prima di Fi, c’era stato il successo alle Europee del 2009 del Partito Pirata – che è creazione svedese, e racimola ancora qualche decina di migliaia di voti – con un notevole 7,1%. Alle più recenti elezioni per l’Europarlamento, pur in un contesto di bassa affluenza, all’ascesa delle femministe (5,6% e una deputata, gruppo S&D) si è accompagnata una crescita stupefacente dei verdi, che diventano secondo partito dopo i socialdemocratici, lasciando presagire un grande successo alle elezioni parlamentari. Ma non avverrà: perderanno addirittura qualcosina.

Il punto è che nel centro delle grandi città, e nelle zone residenziali circostanti, l’elettorato progressista di opinione è diventato maggioranza assoluta. Si tratta di una novità in queste proporzioni: come andrebbe ricordato fino alla nausea, la forza della socialdemocrazia scandinava è in provincia, non in città, dove è sempre stata minoranza. Si tratta di cittadini giovani, istruiti, benestanti, interessati alla politica e di orientamento radicale. Per queste persone il partito socialdemocratico non è la scelta elettorale naturale, nonostante notevoli sforzi per accreditarsi ai loro occhi come partito liberal per eccellenza.

I dati disaggregati per seggio elettorale illustrano il fenomeno in modo molto vivido [1]. In ampie zone di Stoccolma, Malmö, Göteborg, primo partito risultano verdi, sinistra radicale, più spesso addirittura femministe. I socialdemocratici sono spinti al terzo o quarto posto, M al quinto. In molti di questi seggi Mp+V+Fi hanno la maggioranza assoluta dei voti, talvolta addirittura il 60%. Queste percentuali controbilanciano la superiorità schiacciante di M in ampie parti della città; nelle zone a basso reddito S si difende meglio e compensa con occasionali plebisciti le percentuali a una cifra nei quartieri borghesi. In questo contesto estremamente frammentato e disorganico equilibri tradizionali vengono sovvertiti: si veda il caso di Stoccolma, che dal 2014 ha un sindaco socialdemocratico (con maggioranza assoluta) nonostante il risultato mediocre di S (22%), grazie all’ingresso decisivo in consiglio comunale delle femministe, che rendono irrilevante la presenza di SD.

Democratici Svedesi e Iniziativa Femminista rappresentano insomma i due poli diametralmente opposti di uno stesso fenomeno centrifugo. Se a destra emerge un partito che contesta tabù e consensus consolidati, i socialdemocratici a sinistra sono sfidati continuamente da un movimento di opinione radicato e aggressivo, per il quale non sono più partito di riferimento. La Svezia, o almeno la maggioranza degli svedesi, insomma non si identifica più con la socialdemocrazia, ma è stato illusorio anche credere potesse riconoscersi nel paese smart, liberal e inclusivo al punto da apparire perbenista e contraddittorio rappresentato dall’Alleanza.

E queste due sfide non sono simmetriche neanche da un altro punto di vista: se dal punto di vista del progressismo sociale la SAP non ha storicamente mai avuto niente da farsi rimproverare, e rimanendo legata a constituencies e tradizioni che limitano l’approfondimento del discorso neoliberale – sebbene uno dei primi paesi dove si sia cominciato a parlare di “terza via” nel senso moderno sia proprio la Svezia – quella della sinistra verde e radicale non è una sfida “identitaria”, o almeno non lo è nella misura in cui lo è quella degli Sverigedemokraterna per la destra storica. Come l’ascesa del Dansk Folkeparti, dall’altra parte dell’Øresund, cacciò i radical-liberali dal blocco di centrodestra, lo stesso potrebbe accadere con liberali e centristi qui.

Dovrebbe ora essere più chiaro perché l’ascesa di SD sia stata percepita come un affronto radicale non solo a sinistra, ma ancora di più sul centrodestra [2]. Una sfida che peraltro è arrivata proprio nel momento in cui il vecchio “blocco borghese” sembrava davvero aver saltato l’ostacolo, e conquistato una consistente maggioranza nel paese. Non è una situazione da cui si può tornare indietro facilmente. Come il centrodestra reagirà a questa minaccia identitaria è ancora tutto da chiarire: ma la portata di tale minaccia è in grado di spiegare perché, nonostante tutto, oggi la Svezia abbia un governo di centrosinistra, e SD sia tenuto alla larga da ogni posizione di potere.

 

E adesso?

Come già tratteggiato nella prima parte di questo lavoro, la situazione è confusa ed è difficile fare previsioni certe. La soluzione compromissoria trovata, che secondo i sondaggi non ha nemmeno causato particolari turbolenze nell’elettorato – se non una lieve crescita nelle intenzioni di voto per S – è dunque prima di tutto il tentativo di ristabilire un ordine mantenendo, più nell’apparenza che nella sostanza, una dialettica bipolare. Qualsiasi decisione radicale avrebbe potuto avere effetti di lungo periodo devastanti.

Passiamone alcune in rassegna. Sin da prima delle elezioni, il leader della socialdemocrazia Löfven ha più volte invitato a “farla finita con la politica dei blocchi” e richiesto più “collaborazione”: in sostanza il suo intento era spaccare per sempre l’Alleanza, integrando uno dei due partiti di centro nella coalizione di governo – da cui, appunto, la sinistra radicale era stata preventivamente esclusa. A detta di Löfven, l’unico a rispondere privatamente a tale appello nel post-elezioni è stato Reinfeldt, ma una “grande coalizione” non è stata mai (pare) presa in considerazione.

Sul perché i partiti piccoli dell’Alleanza abbiano escluso in ogni modo una collaborazione col blocco di sinistra si possono fare varie ipotesi. La più convincente è che sperano le cose, in qualche modo, tornino come prima: che alle prossime elezioni i quattro partiti borghesi tradizionali ottengano più seggi della somma S+Mp+V+Fi. In fondo, dal 2010 al 2014 il governo dell’Alleanza è stato di minoranza: SD sarebbe potuto essere decisivo anche allora, ma in quel caso l’”emergenza costituzionale” si risolse nella collaborazione su singoli provvedimenti dei verdi e dei socialdemocratici.

Un’altra ipotesi riguarda espressamente il Partito di Centro, probabilmente il più qualificato per prendere parte a un governo di centro-sinistra. E’ il partito dell’Alleanza uscito meglio dal voto, ed ha una leader ambiziosa e popolare, la trentunenne Annie Lööf. Alcuni pensano che dall’alto del suo 6% abbia intenzioni ben diverse da servire come stampella: potrebbe proporsi di sfidare l’egemonia dei Moderaterna, che hanno appena cambiato dirigenza e sono guidati da un’altra donna, Anna Kinberg Batra. Va tenuto sotto controllo anche il partito liberale, uscito malissimo dalle urne, e per cui qualsiasi collaborazione con SD sarebbe veramente indigesta.

Una collaborazione tra Alleanza e Sverigedemokraterna è al momento da escludere. Non sappiamo però per quanto, e le tensioni sono soprattutto in seno a moderati e cristiano-democratici (che adesso rischiano seriamente di scomparire). Già più voci, specie a livello locale, sostengono che un partito con così tanti voti (anche più del 25% nel sud) non possa essere ignorato. Il caso del budget però è stato paradossalmente un ostacolo all’unità del centrodestra: fosse nato, in quei giorni convulsi, un governo di minoranza dell’Alleanza, questo sarebbe stato largamente visto come illegittimo, e difficilmente avrebbe potuto contare su una qualche forma di sostegno da parte di SD senza esplodere ed essere severamente punito dall’opinione pubblica. Quel tacito sostegno al centrodestra che abbiamo visto fin dai primi anni in Danimarca e Norvegia qui sembra ancora tabù. Si vedrà.

Per concludere, possiamo affermare che gli ultimi quattro mesi, tra schianti annunciati, soluzioni apparentemente impulsive e controintuitive, strappi e compromessi, non sono stati altro che un lunghissimo negoziato post-elettorale, forse non ancora concluso: vedremo in cosa si concreterà la “collaborazione interblocco” su pensioni, immigrazione, difesa. Quest’ultimo argomento è particolarmente sensibile: le recenti ripetute violazioni dei confini da parte di aerei e sottomarini russi hanno rimesso al centro dell’agenda l’adesione alla NATO, da sempre un cavallo di battaglia del centrodestra.

 

Un timoniere per tempi difficili: Stefan Löfven

Forse questa complicata trattativa è stata condotta – e al momento vinta – dal miglior negoziatore possibile. In effetti Löfven, al momento della sua nomina a partiledare, avvenuta in un momento di grande confusione nel partito, aveva prima di tutto fama di negoziatore esperto e affidabile.

Löfven non è esattamente quello che definiremmo un leader “moderno”: abbastanza anziano (57 anni), non è laureato e fino al 2014 non era nemmeno parlamentare. Si tratta di un sindacalista di alto profilo: al momento della nomina era il segretario di IF Metall, l’equivalente della nostra FIOM all’interno della confederazione LO – curiosamente, anche il leader di Vänsterpartiet Jonas Sjöstedt viene da lì. Nella SAP, storicamente, quella proveniente dal sindacato è l’ala sinistra: stando alle sue dichiarazioni notiamo però che non solo è più moderato di quanto si potrebbe immaginare, ma anche che le sue posizioni sull’immigrazione sono più rigide di quelle della maggior parte del suo partito.

Eppure si tratta di un personaggio interessante anche dal punto di vista mediatico. La sua storia personale è da sola uno straordinario spot elettorale per la socialdemocrazia svedese: dato in adozione a 10 mesi a una famiglia working class del nord del paese, entra a 13 anni nel partito e poi nel sindacato dopo aver iniziato a lavorare come saldatore. Fa tutta la trafila nel sindacato fino a diventarne segretario, e di lì si ritrova capo partito e capo del governo.

Quella che appare senza retorica come una storia d’altri tempi è stata accompagnata da una rinnovata enfasi sul discorso tradizionale del partito: al centro lavoro, welfare, scuola. Come hanno sentenziato le urne, una campagna rivolta molto più agli elettori storici che agli elettori del centrodestra. Il partito ha interrotto il calo inesorabile delle ultime tornate, ma nulla più: dal peggior risultato in 60 anni, al secondo peggiore.

Il disastro del 2010, seguito da una crisi devastante e da un leader nominato e dimessosi dopo un anno, sembrava però aver gettato la socialdemocrazia in una crisi senza soluzione.

A quattro anni di distanza la Svezia ha un governo di centrosinistra e il centrodestra tradizionale è sotto il 40% dei voti. La situazione è cambiata drasticamente: se ieri il blocco di sinistra era in completa crisi di identità, oggi vuoi per reazione al fenomeno SD, ma anche grazie a un’orgogliosa riaffermazione di alcuni principi cardine del “modello svedese”, e una campagna elettorale che arrivava al punto di annunciare orgogliosamente nuovi aumenti di tasse, sembra aver ridato forza e distinguibilità al suo messaggio, sia pur declinato in una pluralità di di voci.

La socialdemocrazia è riuscita, in qualche modo, a guadagnarsi una nuova occasione. Rimane minoranza nel paese, ma si ritrova ad essere la più consistente delle minoranze, e come abbiamo visto nella nostra storia tanto basta da queste parti per reclamare l’onore e l’onere di governare. Löfven, che finora ha dato buona prova di sé nella crisi, ha ora l’opportunità di diventare nome conosciuto a livello europeo e internazionale: un nome che gli appassionati di papi stranieri farebbero bene a tenere d’occhio.

Dall’altra parte invece abbiamo un blocco borghese per cui i guai seri, probabilmente, sono ancora dietro l’orizzonte. Il tentativo maggioritario e centrista dell’Alleanza ha dato frutti eccezionali, ma oggi sorge il dubbio che, appunto, questi anni non siano stati che un’eccezione. Dopo otto anni di governo Reinfeldt la Svezia è un paese più polarizzato, ma non è più un sistema bipolare: il compromesso tra liberali e conservatori inizia a cedere, e i disaccordi tra le parti emergono su questioni che non possono essere aggirate. Qualora il futuro non riservasse ulteriori gratificazioni elettorali, per l’Alleanza insomma sarebbe il capolinea, e ciò che accadrà dopo possiamo ipotizzarlo, ma non prevederlo.

Il “compromesso di dicembre”, in teoria, congela la politica dei blocchi fino al 2022. Tutte le strade sono ancora aperte, e 8 anni in politica sono notoriamente tempo biblico. Certo è che un partito del 13% non scomparirà da solo, e le elezioni del 2014 ci hanno mostrato che, per restituire questi elettori ai partiti “costituzionali”, il grosso della responsabilità spetta ai partiti di centrodestra. Altrimenti, ed è quello che in genere accade, a Nord come a Sud, saranno i partiti costituzionali a cambiare, e la “costituzione” cambierà con essi.

Per chiudere, uno spunto non ancora approfondito. Le ultime elezioni hanno visto il terzo aumento consecutivo della partecipazione alle urne: 85,81%, in un paese che peraltro ha registrato dati superiori all’80% a tutte le tornate dal 1960 in avanti. Scrivendo da un altro paese storicamente ad alta affluenza, ed essendo la tematica diventata controversa proprio negli ultimi tempi, desta curiosità che da quelle parti la percezione del degrado del regime democratico si sia ravvivata in un contesto di partecipazione elettorale crescente, e comunque molto elevata per gli standard europei. Ne dovrebbero nascere riflessioni su cosa effettivamente noi intendiamo per “buona democrazia” o “democrazia funzionale”, a cui probabilmente non saremmo capaci di dare risposte univoche. Ma dato che in questo spazio abbiamo già detto ben più di quanto necessario, qui ci fermiamo.


[1] Per chi si diverte con queste cose, ecco una mappa cliccabile.

[2] Si veda a riguardo la copertina del tabloid liberale Expressen del giorno dopo l’elezione.


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Classe 1993, studia Governo e Politiche alla Luiss di Roma e fa parte dei fondatori di Rethinking Economics Italia. Quando ha voglia di rilassarsi scrive di Scandinavia dove può.

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