Politica e tecnologia: governare il cambiamento per un’Internet aperta e democratica

Algoritmi e politica

La politica ha perso? La domanda è lecita. Se guardiamo al caos Grecia, vediamo un’Unione Europea bloccata sulla mera contabilità quando – invece – dovrebbe mediare, capire e, quando serve, cambiare le regole quando queste non funzionano o sono sbagliate. Quando Romano Prodi definiva “stupido” il Patto di Stabilità denunciava – in modo evidente – la schiavitù della politica nei confronti dell’algoritmo, dell’equazione, del tecnicismo. Questo pone dei seri problemi che riguardano la struttura della nostra società, sempre più basata su algoritmi, procedure automatiche e processi fuori dal nostro controllo che, però, mettono in un angolo se non la democrazia, quantomeno la politica.

I tecnici, la nuova élite?

Con l’esplosione della bolla in Cina, è un tema che ritorna di attualità. La borsa e gli altri grandi mercati finanziari sono diventati arbitri di gran parte della vita di tutti noi. Tuttavia, negli ultimi anni, abbiamo visto che molte transazioni non vengono più contrattate manualmente, ma in automatico. Nel giro di istanti, macchine preimpostate vendono e comprano azioni spostando miliardi se non trilioni. Chi gestisce questi sistemi ha un potere enorme, basato su un’asimmetria tecnica incredibile. Basta un errore di settaggio, un crash del software o – addirittura – una notizia rilasciata pochi secondi prima del previsto ad alterare il mercato. E non c’è nulla che il normale investitore, esponente della classe media, che compra poche azioni come investimento sul lungo termine, possa fare.

La stessa cosa la si può affermare parlando di “Hacking Team”, la società che vende software per lo spionaggio a mezzo mondo e che, proprio sulla base della propria asimmetria tecnica pensava di poter sfuggire allo scrutinio sia della società, attraverso i media, che della politica che, anzi, impotente e apparentemente ignara dei legami oscuri di “Hacking Team” con governi discutibili, la sosteneva e la coccolava come un’eccellenza italiana. Non solo economia e sicurezza: questa asimmetria, infatti, è riscontrabile anche in altri settori della società e dell’economia.

Google e Facebook, per esempio, con i loro algoritmi sono arbitri del destino di persone, aziende e persino carriere politiche. La grande differenza tra mezzi di comunicazione come Google e la vecchia Tv, nonostante il senso comune della rete racconti un’altra storia, è che – almeno – la televisione dà una certa possibilità di scelta e lo sperimentiamo tutti i giorni grazie al digitale terrestre.

Su Google e Facebook, invece, la possibilità di scelta è limitata dalla compliance dei contenuti alle esigenze – in larga parte tenute segrete – dell’algoritmo del motore di ricerca o dello stream. Per esempio, Facebook, con la recente decisione di privilegiare i contenuti a pagamento, ha imposto un repentino cambio di strategia a molte attività economiche che confidavano nel social network per il proprio lavoro.

Facebook e Google hanno un difetto enorme: hanno una funzione sociale, tutto sommato, ma non sono concessionari di pubblico servizio. Questo li rende liberi da qualsiasi costrizione, in termini di performance standard da offrire agli utenti, con un’aggravante, cioè quella di aver costituito al loro interno un vero e proprio sistema giuridico – noto come condizioni d’uso – che è diventato quasi un privilegio medievale nelle mani di chi amministra questi sistemi.

Data anche la natura multinazionale di imprese come Google e Facebook, è molto complicato superare lo status quo. Tuttavia, la politica, a tutti i livelli deve porsi il problema di governare questi processi. Sì, ma come?

La domanda – come sempre quando si parla di tecnologia e politica – non è facile da risolvere. Ma va posta, affinché l’universo digitale sia un luogo di libertà, condivisione e partecipazione. La promessa di un social web dal basso è stata infranta. Quello a cui assistiamo adesso è un ibrido che, però, getta ombre inquietanti sul futuro degli utenti.

Non solo, la rapidità del cambiamento e il radicamento di motori di ricerca e di social network nella nostra quotidianità rende molto difficile l’intervento normativo di istituzioni nazionali ed europee. Per avere, però, le idee più chiare sulla portata dei cambiamenti in atto è bene fare un breve riassunto della storia dei media digitali degli ultimi 10 anni.

Dalla partecipazione, all’algoritmo, al mobile

Rileggendo “Culture convergenti”, classico del sociologo del MIT Henry Jenkins, viene quasi da ridere pensando all’ingenuità e al candore con cui 10 anni fa si affrontavano temi come la collaborazione nell’epoca digitale.

Allora si pensava, anche sulla base di solide rilevazioni empiriche, che le decisioni – anche se non principalmente – politiche sarebbero state prese dalla crowd, dalla folla. Erano quegli gli anni in cui Al Gore provava a proporre una Tv partecipativa basata sui contenuti prodotti dagli utenti, chiamata CurrentTV, chiusa in Italia e comprata (e brandizzata) da Al-Jazeera negli Stati Uniti.

Senza citare Beppe Grillo – e i suoi V-Day – anche all’interno del Pd si sperimentavano forme di crowdsourcing.

Non è un caso che, per esempio, Wikipedia negli ultimi anni sia entrata in crisi. Soprattutto in Italia, è diventata uno strumento di uffici di comunicazione e attivisti che hanno poco da spartire con lo spirito originario dell’idea, ovvero, un genuino e autentico strumento di intelligenza collettiva.

Negli ultimi 10 anni, da quando, cioè, Time Magazine celebrò “you” come Persona dell’Anno, molte cose sono cambiate. Tuttavia, una parte dell’idea di collaborazione e apertura dell’internet che si era sviluppata a metà dello scorso decennio non è andata del tutto perduta in certi ambiti del digitale.

Infatti, sono nate community come quella di Arduino. Al di là dei drammi da telenovela che la community nata intorno alle schede open source inventate da Massimo Banzi sta affrontando, è chiaro, però, che per entrare a far parte di quella comunità servono competenze e capacità che non sono alla portata di tutti.

Per quanto la community sia aperta a chiunque, le competenze di programmazione, elettronica ed elettrotecnica necessarie non sono così diffuse. In questo caso, la community non serve ad altro che a consolidare e sviluppare competenze pregresse.

Non solo Arduino, ma anche molte altre comunità open source (LibreOffice, Mozilla Firefox ecc.) presentano questa caratteristica, il che ci riporta direttamente al punto di partenza e alla premessa di questo articolo, ovvero che la nostra società è regolata sempre di più da persone che hanno competenze tecniche e tecnologiche, mentre la maggior parte di noi – istituzioni politiche incluse – è costretta a guardare, con poche chance di intervenire sulla realtà.

Se aggiungiamo che, a partire dal 2007 – ovvero dall’arrivo di iPhone sul mercato – una buona parte della nostra esperienza digitale si è trasferita dal web, dal browser, e si è spostata su app che coprono uno spettro amplissimo di funzioni, capiamo che l’utente di Internet del 2015 è molto più segregato, molto meno libero e – di conseguenza – molto più vulnerabile di quanto non fosse nel 2005.

Triste? Assolutamente. Ma, mentre il progresso tecnologico tende a superare il web fornendo applicazioni sui dispositivi più vari, non è detto che a farne le spese sia sempre e comunque l’utente, mentre i grandi monopoli digitali fatturano miliardi su miliardi. E’ una questione di giustizia (anche) sociale che la sinistra europea e non solo deve cominciare ad affrontare.

Governare gli algoritmi, una prospettiva politica

Uber è un popolare servizio che permette un accesso digitale ad auto a noleggio con conducente. I consumatori lo amano, gli NCC lo amano, gli autisti amatoriali del programma UberPOP lo amano. I tassisti di tutto il mondo e molti tribunali dell’Europa continentale no. La tecnologia di Uber ha rivoluzionato la vita di molti, muovendosi all’interno di buchi normativi e costituendo – grazie alle famose condizioni di servizio – una sorta di framework giuridico autonomo accettabile – forse – nei paesi che provengono dalla Common Law, poco accettabile al di qua della Manica.

Questo non giustifica la mancanza di politica – a tutti i livelli – resa evidente dalle rivolte dei tassisti che – a volte con successo – riescono a bloccare l’app per vie legali. Il problema, però, è che non si può bloccare l’innovazione con una sentenza o per decreto. E se non si vuole che digitale assomigli all’anarchia del sistema radiotelevisivo italiano tra Anni ’70 e Anni ’90 è necessario che, chi fa politica, si muova tutelando gli interessi dei consumatori e di chi lavora nei settori che la tecnologia trasforma facendo – talvolta coraggiosamente – l’interesse generale.

I guru della tecnologia italiana mal tollerano questo discorso. Sono convinti che il mercato sia in grado di regolarsi per il meglio in autonomia. Tuttavia, non è così. Il caso Uber, ma – soprattutto – l’epopea di Google e Facebook lo dimostrano ampiamente, avendo costruito dei monopoli che sono diventati infrastrutture di sistema e che sono in grado di fare il bello e il cattivo tempo, su Internet. E’ proprio per questo che la politica si deve interrogare sulle misure da intraprendere per limitarne il potere.

La prima cosa da fare è investire nella scuola. Solo dei cittadini più consapevoli – grazie anche alla conoscenza delle regole della programmazione – possono porsi in una posizione critica nei confronti di Facebook e Google e costituire non più una massa di utenti a cui rubare dati e riservatezza, ma degli interlocutori critici in grado di far valere i propri diritti, sulla base – anche – di una expertise tecnica.

Secondariamente, la politica deve vigilare attentamente affinché Google e Facebook (e tutti gli altri) non giochino sporco nei confronti degli utenti. E’ uno slogan piuttosto efficace per una piazza. Un po’ più complicato da tradurre in politiche reali e costruttive. Il problema è che la ricerca e il social networking sono funzioni essenziali per il funzionamento della rete e Facebook e Google sono le piattaforme su cui queste funzioni vengono svolte. Un intervento troppo intrusivo nei confronti di queste due società potrebbe essere visto come una violazione della privacy e un limite alle libertà di espressione e di impresa dei cittadini. Tuttavia, soprattutto a livello comunitario, si possono fare dei tentativi per migliorare la situazione.

Per quanto riguarda i motori di ricerca (quindi non solo Google) si può pretendere che questi mostrino in modo chiaro quali siano i parametri di posizionamento sulla pagina di ricerca. Inoltre, social network e motori di ricerca potrebbero essere obbligati a fornire 30 giorni di preavviso per ogni modifica all’algoritmo e alle principali funzionalità della piattaforma.

Al di là delle proposte politiche da implementare, però, è necessario che le questioni discusse in questo articolo vengano affrontate il più presto possibile e con saggezza. Vista l’importanza di motori di ricerca, social network e digitale in genere nelle nostre vite e nella nostra economia, è bene che la politica si appropri di un ruolo che, finora, è stato appannaggio dei consigli di amministrazione dei grandi monopolisti di Internet e ridia a Internet quella libertà di cui ha bisogno per sviluppare tutte le sue potenzialità.


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Nato a Massa M.ma (GR). Giornalista (professionista dal 10/04/2013), videomaker, appassionato di tecnologia e nuovi media. Vivo e lavoro tra la Maremma e Milano.

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