Populismo ed euroscetticismo

Il successo del Front National alle amministrative francesi è l’ennesimo presagio negativo in vista delle prossime elezioni europee. I sondaggi attribuiscono più di cento seggi agli euroscettici che, oltre alla destra di Le Pen, annoverano tra le loro fila i partiti nazionalisti di molti paesi, fondatori e non. La prima tornata elettorale dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, perciò, si profila piuttosto problematica: il rafforzamento del parlamento e la politicizzazione della commissione sono misure tardive che non bastano a rilanciare il progetto europeo, né a disinnescare l’ondata reazionaria plasticamente rappresentata dall’affermazione di Alba Dorata in Grecia. Il folklore italiano del Movimento 5 Stelle e di quel che resta della Lega Nord, tutto sommato, sbiadisce al confronto dei neonazisti greci. Esiste tuttavia un fattore comune alla maggior parte delle forze euroscettiche, a prescindere dal gradiente di nazionalismo e di colorazione politica, che è ugualmente preoccupante perché si avvita intorno alla crisi della democrazia tout court. Il populismo di ritorno cui assistono i paesi europei, infatti, non è solo un effetto collaterale delle difficoltà dell’Unione Europea, ma un vizio antico della cultura democratica.

L’idea che il popolo, concepito come un aggregato omogeneo e uniforme, sia l’unico depositario di valori positivi e giusti contrapposti a quelli del sovrano sfruttatore, è antica quanto le diseguaglianze sociali – e non è certo da biasimare, sotto questo punto di vista. Cionondimeno le società complesse, caratterizzate da una sempre maggiore divisione del lavoro e delle funzioni, non consentono di tracciare una linea di demarcazione così netta e hanno bisogno di declinare il conflitto latente tra oppressi e oppressori in maniera altrettanto complessa. In democrazia, l’organizzazione e l’articolazione degli interessi – spesso confliggenti – della collettività sono storicamente appannaggio di corpi intermedi; movimenti, associazioni, sindacati e partiti hanno assolto la funzione di mediare e rappresentare le istanze dei rispettivi blocchi sociali di riferimento, contribuendo nello stesso tempo a formare un’idea del mondo tra i loro aderenti. Questo meccanismo, necessario alla legittimazione della democrazia rappresentativa prim’ancora che al suo buon funzionamento, è evidentemente entrato in crisi con la globalizzazione e la conseguente erosione del contratto sociale che aveva sorretto gli stati nazionali durante l’industrializzazione. Con esso, si è logorata anche la narrazione della società di massa ispirata alle ormai disfunzionali ideologie del XX secolo, soppiantata dall’anti-narrazione della postmodernità, dove la fine dei conflitti e delle ideologie – in altre parole la fine della Storia, per dirla con Fukuyama – avrebbe dovuto lasciare il posto al cittadino del nuovo millennio – l’ultimo uomo.

È ben noto che dell’ultimo uomo di Fukuyama, dopo l’11 settembre e la crisi economica più grave del dopoguerra, si siano perse le tracce. Tuttavia non è sulla natura sostantiva delle tesi sulla fine della Storia che mi voglio soffermare, bensì sulla loro costruzione; sul racconto, vale a dire, della neutralità ideologica dello stato liberaldemocratico. Che l’uomo contemporaneo sia (o debba aspirare a essere) un attore razionale scevro da ogni ideologia è, infatti, un racconto della realtà non meno riduttivo e deformante di quelli che l’hanno preceduto, ma con l’aggravante di negare la sua essenza ideologica. È in questa contraddizione che germoglia il populismo dei giorni nostri, riempendo di significati – certo banali e grossolani – lo spazio vuoto lasciato da una politica che ha miseramente abdicato al suo ruolo, cedendo il passo al solipsismo dell’economia. Talvolta il populismo attinge al fascino delle vecchie ideologie, facendo leva sulla nostalgia di un mondo comprensibile (lo stato-nazione, la classe operaia, la razza) perché quello contemporaneo non lo è più; talvolta riproduce inconsapevolmente il paradigma dei suoi stessi nemici dichiarati, come nel caso dei sostenitori della democrazia diretta che si affidano acriticamente ai miti della tecnica per inverare una fantomatica volonté générale contrapposta all’arbitrio dei tecnocrati. Nel caso italiano, ha prevalso (per fortuna, è comunque il caso di dire) la seconda versione.

Eppure la pretesa di accordarsi sulla migliore soluzione disponibile di un problema concreto, come ricordava Bobbio, è di per sé stessa un’illusione tecnocratica. Una riforma non si esaurisce mai nei suoi aspetti tecnici, ma dev’essere giudicata in ragione di cosa cambia (i diritti? la distribuzione della ricchezza?), per chi (i cittadini? i lavoratori?) e in base a quale criterio (il merito? il bisogno?); e il giudizio, da par suo, non può che essere politico. Il grande inganno della postmodernità è allora il presunto superamento delle ideologie e l’occultamento delle categorie di destra e sinistra, che trova nei movimenti à la 5 Stelle i suoi epigoni più ottusi e nei partiti nazionalisti i suoi antagonisti più reazionari; ma le ideologie non sono rottami del secolo scorso, né dogmi immutabili. Sono anzitutto apparati di simboli e significati che soddisfano alcune delle esigenze funzionali di ogni società, consentendo agli attori sociali di orientarsi nel mondo. Possono e devono essere criticate, aggiornate o sostituite prima di diventare disfunzionali o di regredire allo stato primordiale, come nel caso del populismo, proprio perché non se ne può fare a meno.

L’euroscetticismo è legato a doppio filo al populismo perché, in tempi di globalizzazione, la crisi del progetto europeo è la crisi della democrazia stessa. L’Europa trascinata stancamente dall’elefantiaca burocrazia di Bruxelles non si è dotata di corpi intermedi, sindacati, partiti – le colonne della democrazia, chiamando di nuovo in causa Bobbio – davvero in grado di raccontare la società europea ai suoi cittadini, convincendoli a sottoscrivere un contratto sociale nuovo, più ampio e più forte, com’era desiderio di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Ha prevalso il realismo economico di Schuman e Monnet, sul quale nemmeno sarebbe giusto recriminare: ai tempi dei Trattati di Roma, il successo della pace in Europa era tutt’altro che scontato. Adesso, però, lo scatto in avanti non è più rinviabile e deve essere culturale e politico prim’ancora che istituzionale, perché pretendere di arginare l’euroscetticismo in nome della moneta unica e dell’austerity è una strategia controproducente oltre che fallimentare; e in questo senso non può non sorprendere il prolungato silenzio delle sinistre europee, socialisti in primis. Anche i conservatori, ne sono convinto, patiscono la mancanza di un’alternativa vera, in assenza della quale l’Europa non potrà crescere né economicamente né politicamente (qualcuno la chiamerebbe dialettica, se non suonasse così fuori moda nella società post-ideologica ). Insomma, che il populismo serva da lezione e non da capro espiatorio: il testimone del cambiamento è di chi lo raccoglie, ma non meno colpevole è chi lo lascia cadere – e gli fa pure il vuoto intorno.

Nato a Napoli nel 1986, è dottorando presso il dipartimento di sociologia della Goldsmiths, University of London. Si è laureato, nella stessa disciplina, presso la London School of Economics and Political Science.

Comments are closed.