Populismo, neoliberismo e critica alla mediazione

Populismo. Il termine, ormai da svariati anni impazza tra gli studiosi e nel dibattito pubblico. Eppure, nonostante il suo successo, questo termine fatica a trovare una definizione condivisibile e chiara che lo trasformi in concetto. Questa diagnosi vale ancora oggi, nonostante ci siano stati negli ultimi tempi pregevoli tentativi definitori fatti da studiosi molto apprezzati. Il populismo, perciò, pare soffrire ancora di quel “complesso di cenerentola” che era stato efficacemente certificato nei primi anni sessanta da Isaiah Berlin nel corso di un convegno tenutosi alla London School of Economics proprio sul populismo. Esiste, cioè, una scarpa, il populismo appunto, ma manca il piede cui calza a pennello.

Il problema essenziale sta in due fattori. Il primo è l’eterogeneità degli ambiti nei quali è stata applicata l’etichetta “populismo”. Lo si è usato, infatti, per indicare regimi, leader, stili politici, partiti e movimenti, a loro volta molto tra loro differenziati. Si parla di populismo per descrivere regimi autoritari, ma anche alcuni totalitarismi e, ovviamente, diversi fenomeni che attraversano le democrazie attuali. Lo si utilizza per indicare politici outsider, telegenici, usi alla retorica antipartitica e antipolitica, ma anche per coloro i quali hanno ricoperto ruoli istituzionali molto rilevanti. Sono stati definiti come populisti partiti e movimenti di destra, di sinistra, etnoregionalisti. Insomma quella di populista è un’etichetta che spesso è stata utilizzata in maniera grossolana e che per questo motivo esigerebbe uno sforzo maggiore per disegnarne meglio i confini del proprio uso.

Il secondo fattore è la caratura polemica che accompagna il termine e che lo rende, perciò, poco efficace nella comprensione dei fenomeni. Quando si parla di populismo, perciò, non lo si fa per descrivere un fenomeno ma per valutarlo, per giudicarlo criticamente. Anche per questo motivo sarebbe utile uno sforzo per rendere il più possibile neutro questo termine.

I tentativi di definizione del populismo, come si accennava, sono stati molteplici. Lasciando da parte i suoi riferimenti storici con i quali è nato il termine (i narodniki nella Russia zarista, coi quali polemizzava Lenin; il People party negli Stati Uniti dello stesso periodo), la maggior parte delle definizioni hanno seguito modalità diverse. Alcune si sono limitate alla classica tipologia, cioè a classificare le varie modalità del populismo, altre hanno tentato di giungere all’essenza del populismo affinché, con ciò, che potessero definirlo come un’ideologia. Da Ludovico Incisa di Camerana, che ne scrisse la definizione del Dizionario di Politica, agli ottimi lavori di Yves Meny e Yves Surel, molti contributi sono andati in questa direzione; persino Margaret Canovan, autrice nel 1980 del fondamentale Populism, in tempi più recenti ha abbracciato questa modalità di definizione. Alcuni studiosi, invece, hanno utilizzato una concettualizzazione in grado di potersi applicare con più facilità ai diversi fenomeni che si dicono populisti. Ad esempio Pierre-André Taguieff sostiene che il populismo sia uno stile politico oppure Marco Tarchi, il maggior studioso italiano del populismo, lo definisce come una mentalità, una forma mentis. E come nel caso di Taguieff, in grado di innestarsi in più contesti e in diversi attori appartenenti a famiglie politiche diverse e opposte. Ciò che accomuna tutte le definizione è l’appello diretto al popolo e l’idea che quest’ultimo abbia dei valori e delle virtù innate.

Per comprendere la natura di questo appello al popolo occorrono però delle precisazioni. In generale gli studiosi si sono soffermati sulla visione manichea da esso scaturita nella quale al popolo sono associate le virtù positive mentre ai suoi nemici, che sono i più disparati, dai politici, ai grandi capitalisti, ai banchieri, ai tecnocrati, alle istituzioni democratiche, sono associate le virtù negative. Si realizza così una retorica antielitaria, o ancor meglio antiestablishment.

A nostro avviso, nell’appello al popolo, l’elemento distintivo che va sottolineato è la critica alla mediazione. I partiti politici, i sindacati, le grandi organizzazioni, ma anche le assemblee rappresentative sono il vero nemico del populismo. L’appello al popolo è insito nella politica, soprattutto nella democrazia che significa appunto potere del popolo. Ma il popolo, per esercitare il suo potere necessita della mediazione, degli intermediari. Nel momento in cui essi da strumento del potere del popolo diventano l’oggetto della critica del popolo, cioè nemici del popolo, si ha il populismo. In questo senso il populismo mette in atto una distorsione del processo democratico.

Qual è la conseguenza di ciò? La critica alla mediazione parte con l’idea di dare maggior potere al popolo, ma in realtà si risolve nell’esaltazione del leader, del capo decisionista, sia di partito che di governo, al quale viene di fatto consegnato maggior potere e che alla complessità della politica, che è compromesso, antepone la velocità del fare, che ammutolisce con minacce e ostentazioni di forza critici e oppositori, sia interni che esterni.

Così inteso il populismo rappresenta non solo una distorsione ma un pericolo per la democrazia. Per comprendere realmente occorre rispondere a questa domanda: chi comanda nel populismo? Come si accennava, la retorica populista e antipartitica dice che a comandare sia il popolo, o i cittadini, e non i professionisti della politica e gli apparati. Di fatto, però, il potere, tolto agli intermediari solo apparentemente ritorna al popolo, ma in realtà viene concentrato nelle mani di pochi come i leader, gli esecutivi e i loro capi. Si realizza, cioè, il mito della governabilità teorizzato dagli ideologi del liberismo politico della Trilaterale. Ma sono in realtà davvero loro a possedere il potere? Qui si apre un altro fronte. Il populismo, non quello di Grillo o di Le Pen, ma quello che sta o è stato al governo, è connesso con il neoliberismo, è una prosecuzione del neoliberismo con altri mezzi. Per dimostrare questa tesi basta capire realmente chi è che seleziona i leader e i governanti, chi li finanzia, chi fornisce loro idee e personale politico. I leader che vincono nelle postdemocrazie solo apparentemente sono quelli scelti dai cittadini. Nella realtà essi sono selezionati dai poteri forti, dalle lobby economiche e mediatiche che ne costruiscono il successo. Per questo motivo, una volta vincenti, questi leader dovranno rendere conto a questi poteri non certo ai cittadini o al popolo.

Comprendere il populismo da questa ottica significa provare anche a risalire alla sue cause che non sono quelle della vulgata dominante. In genere si dice che il populismo nasce perché i partiti sono in crisi, perché i cittadini si sentono più liberi e non amano identificarsi nei partiti, perché la politica è meno dinamica della società. Sono ragioni in parte vere, ma non strutturali. Per comprendere bene il successo del populismo, proprio perché connesso al neoliberismo, è necessario considerare fattori di tipo economico, materialistico, strutturale a cominciare dalla globalizzazione dell’economia e dalla sua smaterializzazione per finire alla crescente precarizzazione del mercato del lavoro, al tramonto del Welfare state. Questi fenomeni producono disgregazione sociale, esclusione, diseguaglianza, incertezza e insicurezza e di fatto distruggono il popolo. Ed è proprio quando non c’è più popolo, come spiega acutamente Mario Tronti, che c’è il populismo. Il neoliberismo, in primo luogo, ha creato le condizioni per far nascere il populismo distruggendo tutte le conquiste ottenute nei trent’anni gloriosi del grande compromesso socialdemocratico e dell’economia keynesiana. Dopo aver mutato il ciclo di produzione, sconfitto i sindacati ha puntato sul politico. Un solo avversario era rimasto sulla sua strada cioè i partiti di sinistra. Anziché puntare a sfidarli in campo aperto ha scelto una strategia migliore: li ha comprati. Un elemento su tutti dimostra ciò: il fatto che i partiti di sinistra abbiano rinunciato al conflitto. I partiti aggregavano interessi diversi e specifici nella società e li introducevano nell’arena politica. Capitale e lavoro stavano e stanno in perenne conflitto ma oggi nessuno pare accorgersene. La sinistra ha rinunciato al conflitto e ha cominciato a parlare di un generale interesse dei cittadini, della gente, nella migliore delle ipotesi del bene comune. Ciò è avvenuto perché la sinistra ha abbandonato il suo riferimento storico principale nella società ossia il lavoro. Solo che senza il lavoro la sinistra non è più tale, non è più alternativa, sta tutta dentro il sistema. Non trasforma la società dal punto di vista del lavoro, ma fa proprio quello del capitale. Il populismo è perciò essenzialmente un fenomeno autodistruttivo della sinistra col quale essa ha perso autonomia, identità e ragione storica. Il populismo non è Le Pen, ma Tony Blair. Per questo oggi, per un politico di sinistra, stare nel giro dei miliardari, degli imprenditori, del capitale, della Confindustria è motivo di vanto. Ubbidire ai loro ordini, in cambio di un vasto e positivo spazio mediatico, questo è lo scambio cui ha ceduto la sinistra. E non solo in Italia, purtroppo.

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Francesco Marchianò ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia Politica nella facoltà di Scienze Politiche”Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Svolge attività di ricerca nel Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza dov’è tra i coordinatori dell’Osservatorio Mediamonitor Politica. E' inoltre ricercatore del Centro per la Riforma dello Stato e scrive per il settimanale della Cgil Rassegna Sindacale. Ha scritto i volumi: "Giovanni Goria: il rigore e lo slancio di un politico innovatore", con Paolo Giaccone (Marsilio, 2014); "No Logos. Il Movimento No Global nella Stampa italiana" (Aracne, 2013) e "Walter Veltroni. Una biografia sociologica" (Ediesse 2012). Ha curato il secondo volume della collana "Carte Pietro Ingrao", intitolato "La Tipo e la notte. Scritti sul lavoro 1978-1996)" e con Nicola Genga il libro "Miti e Realtà della Seconda Repubblica" (Ediesse, 2012).

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