Ragionamenti su Colin Crouch e la socialdemocrazia

Fra le ragioni per cui il libro di Crouch è di fertile lettura, quella di maggiore e più multiforme validità sta nel modo in cui vi si tratta il modello socio-economico nordamericano. Crouch esplicita che nel successo della (pur declinante) egemonia statunitense la “Ownership of the network” ovvero la “network externality” è più decisiva della “quality of the product” (p. 126-129). Per l’autore gli Usa agiscono come un’azienda con forte e facile accesso alle reti (dal credito alla commercializzazione e smercio) nei confronti di una con minore accesso. Se anche il prodotto della seconda fosse uguale o migliore, essa non avrebbe scampo. Per gli Usa le “reti”, o “esternalità di rete” (network externalities) spiegano in gran parte il successo: il dollaro (che permette per esempio di usare le politiche monetarie in ogni senso senza che avvenga in proporzioni rilevanti una precipitosa dimissione di assets e titoli denominati in dollari); l’inglese come lingua globale (che concede alla ricerca Usa un vantaggio su quella non anglosassone, spesso fino all‘acquisizione della migliore ricerca); la evidente preminenza militare (che assicura aiuti di stato alla ricerca e alla produzione con ricadute immense anche nell’economia ordinaria). A ciò va aggiunta l’egemonia sui mercati finanziari connessa a quella del dollaro, da cui promana il potere delle maggiori agenzie di rating, a loro volta in grado di esercitare un impatto forte sulle scelte di regolazione di altri governi democratici, ma anche, per lungo tempo, di coprire quanto “Us dominated finantial markets proved to be very bad products indeed”. Ci pare che da queste osservazioni nascano diverse questioni di grande centralità per la rinascita di una socialdemocrazia “assertiva” (ovvero non meramente difensiva nei riguardi della globalizzazione e dell‘era neoliberale) come quella auspicata da Crouch. La prima ed essenziale è la confutazione per cui la vera forza della egemonia Usa fosse la debolissima presenza dell’incrocio fra forza sindacale e welfare state, cioè proprio quanto nella gran parte d’Europa costituisce storicamente il radicamento della socialdemocrazia e il fondamento del modello sociale europeo. Questo punto è sviluppato nel capitolo 5, in cui una serie di tabelle puntuali accertano come fra i paesi più innovativi e competitivi gli Usa siano gli unici ad avere livelli davvero bassi di sindacalizzazione e di welfare (p. 91 e segg., vedasi specie l’appendice di dati al capitolo). Le ricadute di tutto questo ragionamento sono molteplici. Innanzitutto, vista l’estrazione britannica dell’autore, vi è implicito un pezzo intellettualmente importante della revisione rispetto alla “terza via“ blairiana. Ciò nel senso che la proposta di Blair non era affatto del tutto originale ma derivava ampiamente dal lavoro di cosiddetta “triangulation“ (fra progressisti e moderati) già concepito e realizzato dal gruppo di Bill Clinton prima della sua candidatura e poi per ottenere la presidenza. Ma anche nel senso che su queste basi Blair operò all‘interno di una particolare versione della “special relation“ atlantica fra Uk e Usa, di cui l‘economia finanziaria della city londinese è un aspetto ovviamente rilevante e, trasponendo quanto di negativo da Crouch affermato sulla economia del debito finanziarizzato anglosassone, anche in buona parte negativo. L’idea di Crouch, come pure di altri intellettuali “laburisti critici” come Will Hutton (vedasi Europa vs. Usa, Fazi editore, 2003), è che invece per vocazione socio-economica ed ideologica il Labour britannico dovrebbe ricollocare con molta più decisione la propria forza nella costruzione di un’altra e diversa “rete di esternalità”: quella della Unione europea. Beninteso diversamente concepita da come è ora: Crouch auspica un’unitarietà di indirizzi fiscali europei, e anche una maggiore uniformità riguardo a come viene realizzato un “social investment welfare state”. Ma, e anche questo è ottimo sia chiarito quando si lavora per una nuova socialdemocrazia: “the monetary challenge today is not the avoidance of inflation and the control of public spending” (p. 129).

Passiamo qui, innestandoci sulla “avoidance of inflation”, ad una possibile interlocuzione critica con Crouch. La demonizzazione dell’inflazione, e nella fattispecie l’interpretazione datane fin dalla metà degli anni 1970, rappresenta un punto cruciale per valutare le due facce della “eclissi” (politico-ideologica e socio-elettorale) in cui si trova la socialdemocrazia europea odierna. In buona parte gli anni 1970 sono stati interpretati nel senso che la forza sindacale del tempo fosse la causa maggiore dell’inflazione, cosicché, operando un’estrapolazione socio-storica, è stata esagerata e generalizzata l’equazione fra forza sindacale e irresponsabilità del lavoro organizzato rispetto alla costruzione della competitività. Si sottace come l‘inflazione fuori controllo del tempo derivasse anche di più dagli shock energetici: fra i tanti assiomi utilizzati per l‘egemonia liberale degli ultimi decenni (a cominciare appunto da una certa mitizzazione della competitività americana) il fatto che l’incremento salariale dovesse essere sempre ben al di sotto dei guadagni di produttività. Non è un caso che oggi proposte come il Piano Marshall Dgb siano molto focalizzate su grandi investimenti per la razionalizzazione energetica, che lasci libero spazio poi al salario. Insomma: perché non investire in modo imponente nel rinnovamento energetico evitando la criminalizzazione dell‘inflazione concertata da crescita salariale? Per un capitalismo portato a recuperare profitti disinvestendo dalla produzione reale spostandosi sulla finanziarizzazione, però, la nostra reinterpretazione storica e socio-economica dell’importanza del salario risultava scomoda. Del resto, non è un caso si sia analogamente trascurato, all’interno dell’inflazione modestissima presente nell‘area Euro, quanto essa fosse: a) sempre meno un problema (anche a causa dell‘importazione di beni a bassissimo costo da paesi Bric o Next Eleven: parte rilevante della cosiddetta great moderation); b) sempre più causata dalla lievitazione anomala di assets finanziari e immobiliari e sempre meno dalla forza del lavoro organizzato e del salario.

Ad ogni modo, come detto, le tabelle del capitolo 5 di Crouch confutano proprio l’equazione forza sindacale-inefficienza economica, e ne va grande merito allo studioso britannico. Ma, lo stesso, all‘autore possiamo porre in modo dialetticamente fruttuoso due questioni: a) l’importanza di tutto questo (la criminalizzazione dell’inflazione da salario in ambito Euro e non solo) per la forza elettorale e socio-organizzativa della socialdemocrazia; b) la determinazione di quale sia esattamente il tipo di “rete di esternalità“ europee che è necessario costruire nella Ue per uscire dalla crisi in modo strutturale e pressoché (per quanto possano scorgere occhi sempre fallibili e mortali) definitivo. Questa discussione credo sarebbe di enorme importanza per individuare alcuni nodi metodologici e anche ideologici del lavoro di Crouch, riguardanti una migliorata interpretazione, e più incisiva, della crisi socialdemocratica e un riposizionamento (ideologico ed euristico) del socialismo e del sindacato di sinistra nei confronti del capitalismo.

Cominciamo col dire che Crouch ha una visione riguardo alla genesi della riforma socialista del capitalismo che, da storico scandinavista, considero in sostanza condivisibile. A pagina 138-141 egli puntualizza che, ad esempio, inizialmente i grandi patti fra sindacati e capitale non erano esclusivamente né forse prevalentemente finalizzati a trovare “l’interesse generale”, bensì a massimizzare “organised labour‘s unilateral power”. Una visione simile si trovava anche all’origine dell’introduzione della sanità universalistica nel Regno Unito. La mia personale ricerca conferma che anche negli stati nordici, in realtà, la costruzione del welfare accelera, a partire dagli anni 1930, per rafforzare la posizione delle istituzioni di decommodificazione gestite dai sindacati. Questo, poi, innesta una dinamica per cui il sindacato induce il capitalismo a venire a patti con un lavoro organizzato forte. Ciò significa mettere in campo strategie di competizione e di investimento nuove e diverse. Aggiungo che proprio da questo deriva l’armonico interclassismo della socialdemocrazia meglio riuscita: infatti in realtà quella società che si predispone (grazie soprattutto alla forza del lavoro organizzato nel sindacato e nel partito) a strategie di investimento e competizione fortemente regolate è la sola a dare reali sicurezze alla propria classe media. E’, per esempio, la sola a creare una domanda di mansioni direttive, burocratiche, educazionali, regolative ecc. capaci di accrescere numericamente la classe media stabilizzandone gli elementi identitari ed economici fondamentali. All’opposto, finché le problematiche della riforma del capitalismo sono rimaste inevase, o sono state rese impossibili dalle condizioni socio-politiche di contesto (vedasi Italia, Germania, Spagna, Austria e tutti gli altri paesi piombati nell‘autoritarismo nei decenni, compreso il Sudamerica) i ceti medi sono divenuti la massa instabile e magmatica dell‘inquietudine. E sembra di intravedere oggi un ritorno a stati ansiogeni delle classi medie da cui c‘è tutto da temere. Come fa benissimo notare Crouch, ad ogni modo, alla lunga la socialdemocrazia ha stabilizzato l’impianto sociale e costituzionale della democrazia, nonché anche il capitalismo, proprio mediante le conseguenze virtuose, sul piano sociale e politico, del proprio operare a partire da (ma senza fermarsi alla) classe lavoratrice. E ciò nonostante il fatto che inizialmente non si escludesse che il riformismo fosse la maniera migliore di mutare, e perfino (proprio rafforzando la posizione del proprio radicamento sociale nell’ambito della dialettica democratica) di trascendere, il capitalismo. Non di rafforzarlo. A un certo punto, per esempio, Crouch cita Popper e la sua idea di società liberal-democratica evolutiva, diversa da quella di Hayek, e per ciò stesso più prossima alla socialdemocrazia che al liberalismo tout court. Questo della natura “popperiana” della socialdemocrazia è uno spunto che non da oggi ritengo molto condivisibile. La sostanza di tale approccio è che le posizioni di forza politico-sociale raggiunte dalla socialdemocrazia e, mediante questa, dal movimento operaio e dalle classi medie impegnate (ed educate) nel welfare e nella regolazione abbiano condotto il capitalismo ad adottare soluzioni che è incapace di produrre autonomamente. La questione è però se questo assetto evolutivo possa essere la prova di una mutazione (in senso vagamente e interclassista e liberal) del socialismo europeo o non sia piuttosto (come ritiene chi scrive) uno strumento teorico-epistemologico da utilizzare in forme sempre nuove per la riforma critica del capitalismo. E se ciò non costituisca un argomento ulteriore, e riteniamo comprovato dalla storia, in favore della permanente importanza del compito storico fondamentale della socialdemocrazia: la parità capitale-lavoro. Si tratta di un punto teorico vitale, nel senso che oggi, dopo la crisi e quanto la ha generata, il socialismo europeo deve sapere rafforzare il proprio approccio al capitalismo con l’idea che esso non è il lupo di Gubbio di S. Francesco: esso non si libera mai del tutto delle proprie tendenze a disdire il patto regolativo fondato sulla parità con il lavoro. Le dinamiche di finanziarizzazione e precarizzazione del lavoro palesatesi negli ultimi decenni non sono che una nuova edizione dell’insofferenza alla regolazione mostrata in epoche passate ed analoghe (sfociate in crisi anch‘esse analoghe). Il punto è allora domandarsi se l’operare della socialdemocrazia non per una “tabula rasa“, ma in un costante riformismo per la “società aperta“ (e per sempre al suo interno) davvero autorizzi ad affermare che anche la socialdemocrazia, in fondo, appartiene ad una versione (progressista) del neoliberalismo (p. 23-24). Per Crouch, semplicemente, la socialdemocrazia moderna, ovvero non “difensiva” ma propositiva nei riguardi delle logiche di mercato, altro non sarebbe che un neoliberalismo che “while accepting the value and priority of the markets in the economy” tuttavia è anche conscio “of their limitations and definciencies“. La distinzione proposta da Crouch sarebbe allora non fra socialdemocrazia e neoliberalismo, ma fra un peculiare neoliberalismo progressista e quello “liberalconservatore”, quest’ultimo composto di due elementi: il neoliberalismo “ideologico”, che però praticamente non esiste in natura, e quello dei grandi interessi concreti (“corporate neoliberalism”). Ecco, replichiamo a Crouch che questo discrimine teorico-politico non basta, non esaurisce le necessità distintive e critiche (anche se popperiane) della socialdemocrazia. L’equilibrio (storico-critico, ideologico, epistemologico ed infine ideologico-politico) da cogliere per una socialdemocrazia di nuovo attiva e incisiva, capace di un riformismo critico nei confronti del capitalismo, necessita di alcuni ulteriori punti fermi, fra i quali certamente i due seguenti:

a) Il capitalismo (come già accennato) rimane coriaceo alle correzioni e alle regolazioni. Esso rimane sé stesso. Lo dice lo stesso Crouch, in realtà, quando, a p. 115, afferma chiaramente che molta parte del mito riguardo alla superiorità del sistema Usa nasce dalla volontà del capitalismo europeo di dismettere le istituzioni di quanto io chiamo parità capitale-lavoro, cioè da un’invidia per i colleghi non europei (ed ormai anche europei) i quali “face no such constraints on how they treat their employees”. Come aggiunge l’autore, la precarizzazione del lavoro, lungi dall‘essere una costrizione assoluta della globalizzazione, è una conseguenza di tale natura del capitalismo (si ripensi alle tabelle in appendice al capitolo 5, che escludono comparativamente ogni inferenza fra minore protezione del lavoro e competitività). Da queste ragioni, lo ripetiamo, proviene anche l’economia del debito finanziarizzato. Questa deve divenire utile avvertenza per chi opera nella sinistra europea, nel senso che è utile conoscere la natura dell’avversario. Perché di avversario si tratta, sempre, nonostante decenni di riformismo, di welfare e di regolazione. Le definizioni del documento di Bad Godesberg del 1959 (“tanto mercato quanto è possibile, tanto stato quanto è necessario”), cui Crouch fa comprensibile riferimento (pp. 24-26) sono ancora utili, ma al di dentro della consapevolezza che il capitalismo (ovvero proprio il “neoliberalismo del terzo tipo“, non quello degli ideologi, ma quello dell‘interesse concreto del capitale reale) non rispetta definitivamente i limiti e gli equilibri così delineati. Aggiungiamo che verosimilmente, alla fonte dei problemi della socialdemocrazia europea, c‘è esattamente l’idea/illusione che invece quegli equilibri fossero stati acquisiti, e andassero sostanzialmente solo aggiustati in base alle novità della globalizzazione. Il frutto migliore dell’ormai celebre lavoro di Picketty sta, più che nelle soluzioni offerte, proprio nel suo mostrare la natura storicamente inedita del periodo di “egemonia socialdemocratica” (soprattutto dei livelli di eguaglianza da esso e in esso raggiunti), e nella descrizione di quanto stia avvenendo un riavvicinamento a realtà di diseguaglianza sociale e di funzionamento economico vicine alla storia pre-anni 1930.

b) Anche (principalmente) per questa natura permanente del capitalismo, la “società aperta” progressiva ottenuta per alcuni decenni del secolo XX, come effetto in parte non intenzionale dello schieramento socialista-sindacale, non pacifica le differenze una volta per tutte. Ergo, senza un socialismo democratico dotato di proprio radicamento sociale e quindi senza una distinzione rispetto agli interessi concreti dal capitale e rispetto alla cultura politica liberale (con cui, certo, ma solo in seguito, avviene un compromesso riformista) la “società aperta” progressiva non esiste. Senza la valorizzazione dei propri punti distintivi di forza e di critica, insomma, la socialdemocrazia e il suo schieramento sociale non riescono ad arricchire (sempre per usare Popper) la società di razionalismo critico. L’effetto e al contempo la causa di ciò sono che il capitalismo invade tutto il campo delle soluzioni. Con conseguenze negative (lo riaccenniamo) storicamente note perché inevitabilmente ripetutesi. In questo senso, dunque, la situazione attuale non è diversa dagli anni 1930: anche oggi il “risultato popperiano“ concreto sarà frutto di un approccio socialista (democratico) alla democrazia, all‘economia, alla società. Non pensiamo dunque ci sia ragione, proprio a partire dalle premesse di Crouch, di affermare che la socialdemocrazia sia una versione peculiare di un modo particolare di essere neoliberali. Un capitolo del libro si intitola invece “We are all (partly) neoliberals now“. Ora, la riflessione dell’autore ha indubbio valore proprio grazie alle argomentazioni con cui Crouch sostanzia quel “partly”. Ci distinguiamo da lui, però (anche sulla scorta di quanto sostiene l’autore) in quanto non pare lecito inferire che, poiché l’applicazione del socialismo democratico ha prodotto la società aperta, oggi la società aperta può fare a meno del socialismo (per quanto, ripetiamo, democratico e riformista). La ragione è che senza la critica del capitalismo la società aperta e la sua capacità di auto-correzione regrediscono. Tale regresso, appunto, è incarnato dalle grandi crisi da finanziarizzazione e precarizzazione del salario che si ripetono nella storia. Dunque, una forza socialista, per quanto democratica e riformista, e per quanto in armonia con il mercato, non è definibile come “neoliberale”. A meno di ricadere nell’ottimismo “terza via” blairiana, da cui il Crouch prende le distanze.

Visto come lo schieramento sociale, e principalmente il lavoro organizzato in sindacato, costituiscono il nocciolo più vitale della sinistra, occorre a questa punto chiarire un punto della trattazione di Crouch. Egli, in buona parte giustamente, esorta la socialdemocrazia ad ampliare (p. 176; pp. 187-91) la propria base sociale a una platea ampia di ceti ed attori, come i giovani e le donne, a cui il neoliberalismo ha offerto “the freedom of the market, but that freedom came with costs” (p. 176). Questo anche perché un’organizzazione più ampiamente movimentista serve a sostituire “declining core electorates” e “similarly declining trade unions” (p. 187). Questo ci offre il destro di chiarire ancora (ovvero nell’ambito del mercato del lavoro prodotto dal regime economico della finanziarizzazione globalizzante) meglio quanto abbiamo voluto intendere poco sopra. Il declino numerico della base sociale, sindacale e socialdemocratica ci pare frutto di una causa principale: la tendenza a distinguersi troppo poco nelle soluzioni dall‘avversario neoliberale, nella convinzione che (ritenendo “blairianamente” le acquisizioni fondamentali ormai consolidate) i tempi attuali della globalizzazione e del capitalismo finanziario lasciassero poco spazio per un approccio più critico. La perdurante crisi mondiale e la sua analisi storica sono invece illuminanti in un altro senso: il capitalismo e le sue logiche interne si sono distanziate dall‘investimento produttivo di lungo periodo in modo che ha assottigliato le fila del lavoro salariato e che, agli occhi di quest‘ultimo, ha indebolito la capacità di difesa del lavoro da parte della sinistra democratica e sindacale europea (da cui il riflusso nell’astensione e nel voto di protesta). Ma, e questo è il punto, tale nuova modalità di investimento si è dimostrata catastrofica e insostenibile. Dalla parte della sinistra socialdemocratica e sindacale c‘è insomma la forza della logica e della storia nel sostenere che tornare all‘investimento di lungo periodo è vitale per non perpetuare e/o reiterare le presenti catastrofi. Non solo: tale necessità è tanto forte da lasciare spazio per proporre forme nuove e “socializzate“ di investimento (dal “Piano Meidner“ al “Nuovo Piano Marshall della Dgb“, dal “Piano del Lavoro Cgil“ ad un uso più sistematico e concentrato, per esempio, dei fondi pensione e di altre forme di risparmio popolare, fino ai nuovi modelli di investimento e proprietà pubblica elaborati da Giacomo Corneo e proposti recentissimamente in un importante conferenza internazionale della Fondazione Ebert a Berlino). Dove intendiamo arrivare? Al fatto, certo, che giovani e donne, come dice Crouch, sono associabili alla sinistra democratica poiché sono stati trattati male dal capitalismo. Ma anche al fatto che la risoluzione dei loro problemi non può essere indicata che dentro ad una nuova idea di investimento produttivo di lungo periodo (molto meno finanziarizzato) la quale ricollochi al centro anche e soprattutto i ceti del classico lavoro salariato. La fortuna, la centralità, la consistenza di tali ceti dipende dallo stesso cambiamento di regime economico-produttivo-regolativo da cui dipende quella di giovani e donne. I mutamenti sociali osservati nell’ambito del lavoro e della sua “organizzabilità” sindacale e politica non sono affatto irreversibili sociologicamente come appare ritenere Crouch. Ecco perché, anche se la tecnologia e i suoi sbocchi produttivi hanno e avranno comunque un impatto fortissimo sul modo di lavorare, il mutamento di regime dell’investimento indicato come necessario (prima o poi) dalla logica della presente crisi può restituire fortissima funzionalità storica agli attori della regolazione stessa (in primis sindacati e socialdemocrazia). Essi possono pertanto tornare a essere il riferimento di quella “solid mass organisation” che Crouch ritiene appartenere al passato. Certo, il contenuto accresciuto di conoscenza diffusa coessenziale all’investimento di lungo periodo muta natura e composizione delle classi salariate, il che nella nuova epoca richiederà una “mass organisation” qualitativamente nuova (nel senso di molto più riflessiva). Vicina ad esempio alla “mobilitazione cognitiva” prefigurata dal Fabrizio Barca, e anche a forme di mobilitazione nuove come il “Trondheimmodellen“ sperimentato dalla LO norvegese. Ma l’essenziale, ci pare, è tenere conto della dipendenza dei processi sociali dai regimi d’investimento: la “società liquida“, cosiddetta, come effetto non definitivo ma come risultante di una tipologia d’investimento (della finanziarizzazione insomma) tutt‘altro che definitivo. Le ragioni di esistenza della socialdemocrazia e delle maggiori organizzazioni sindacali europee, quindi, sono in un nuovo regime d’investimento produttivo capace di rivitalizzare il rapporto con ceti di riferimento vecchi e nuovi. Occorre, insomma, sia nell’indagine delle cause sia nel reperimento delle soluzioni, più attenzione alle dinamiche della storia economica che indagine sociologica. Più socialismo che sociologia. A partire da una nuova terminologia utilizzata per definire i punti di forza delle società europee più dotate di forza sindacale e competitività, punti di forza che io chiamo altrove RCPC (Rich Commodification and Parity Complex). A mio avviso in quelle società il dato di premessa è la parità capitale-lavoro, e non il concetto più vagamente illuminista di trust, fiducia (che Crouch utilizza troppo “sociologicamente” a p. 16). La fiducia (mai esclusiva di una conflittualità che riaffiora comunque necessariamente, con forza, anche in Scandinavia) ne è al massimo una conseguenza. Quale fiducia mai sarebbe possibile senza la parità capitale-lavoro, ovvero in presenza di un capitale dall’investimento caduco e disumanizzante? Questa è la serie di osservazioni metodologiche, politiche e ideologiche che possono completare il prezioso lavoro di Colin Crouch.

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Professore di Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche presso l'Università La Sapienza di Roma. Scandinavista. Collabora col Center for Nordic Studies Di Helsinki. Tra le molte pubblicazioni si segnalano i due volumi Svezia (2005) e Danimarca (2015) per la Unicopli di Milano, sulla storia del Novecento di questi due paesi.

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