Riflessioni sulla crisi cinese

Come sempre quando parliamo di Cina siamo di fronte ad un grado di complessità superiore alla norma per le dimensioni del paese, sia da punto di vista demografico sia dal punto di vista economico; lo scoppio della bolla sui mercati finanziari cinesi non è da meno, poiché le cause scatenanti sono molteplici e legate l’una all’altra.

La figura sopra evidenzia i caratteri fondamentali della bolla speculativa nel mercato di Shangai: i dati considerano i corsi azionari da luglio 2014 a luglio 2015.

In un anno l’indice borsistico è aumentato del 150% e nell’ultimo mese è crollato del 43%.

Una prima riflessione ci porta a sostenere che effettivamente lo scoppio di questa bolla sia dovuto alla correzione di un mercato completamente drogato da un eccesso di credito e di fiducia. Questo riassestamento non è comunque terminato, quindi verosimilmente la borsa cinese continuerà a scendere nonostante le iniezioni di liquidità portate avanti dalla Banca Popolare Cinese, quasi fossero degli antidepressivi.

Anche in Cina, nell’ultimo anno in maniera estremamente evidente, si è palesato quello scostamento fra “economia reale” e “mercati finanziari”, proprio dei modelli capitalisti.

Cina

Ma lo scoppio di questa bolla, e con esso la rapida reazione del governo cinese, ci fanno capire la preoccupazione per la situazione dell’economia reale nel paese: lo storico economico Barry Eichengreen et al. nel 2011 avevano straordinariamente previsto quanto sta accadendo1.

La Cina, che storicamente ha basato la propria rapidissima crescita in maniera sbilanciata verso l’esportazione dei propri prodotti, senza una corrispondente adeguata crescita dei consumi interni, ha subito in maniera sensibile il calo di domanda estera causato dalla recessione che ha colpito gli Stati Uniti dopo la crisi dei subprime (2008) e quella successiva che ha investito l’Europa (2010); per poter mantenere il sentiero di crescita del passato dunque il governo cinese ha sostenuto l’economia con corposi investimenti alimentati da erogazione di credito senza troppi requisiti e limitazioni. È in queste condizioni che si sviluppa un clima di euforia generale, nonostante la crescita potenziale diminuisse e il 44% del PIL cinese fosse composto da questi investimenti.

Dunque il governo della Repubblica Popolare Cinese ora si trova davanti ad un trilemma: ripulire il mercato finanziario dall’eccesso di euforia scollegato dalla realtà, gestire la lenta e difficile transizione da un’economia guidata dalle esportazioni e dagli investimenti ad un’una più dipendente dalla domanda interna e dai consumi e, infine, fare queste due operazioni mantenendo i tassi di crescita attuali, che assicurano la sostenibilità sociale e politica del sistema. La scelta fra queste strade sarà molto complicata perché probabilmente ne saranno percorribili solo due su tre a discrezione delle autorità cinesi.

Per fronteggiare lo scoppio della bolla le autorità cinesi hanno messo in campo due manovre: il deprezzamento dello Yuan e il Quantitative Easing.

La prima operazione nel breve termine forse permetterà di rilanciare le esportazioni rendendole più competitive, anche se non siamo di fronte ad una vera e propria svalutazione competitiva (infatti il cambio cinese negli ultimi mesi si è sempre sempre apprezzato e il saldo è ancora positivo). Gli effetti di lungo periodo, comunque, sono molto più interessanti: probabilmente quest’operazione rappresenta solo l’inizio di una progressiva liberalizzazione del sistema di cambio gestito presente ora in Cina, conditio sine qua non per l’assegnazione allo Yuan dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale.

Questo aspetto meriterebbe un approfondimento: già nel marzo 2009, in un famoso discorso2, Zhou Xiaochuan, il governatore della Banca Popolare Cinese, aveva manifestato la volontà di entrare a far parte di quei paesi la cui moneta viene utilizzata come valuta di riserva internazionale. In uno scenario che ha visto il dollaro e l’economia americana profondamente instabili è chiaro che la seconda potenza mondiale, grande consumatrice di materie prime ed energia, voglia assicurarsi dagli squilibri internazionali e acquistare un ruolo sempre più centrale dal punto di vista geopolitico. Tuttavia in quel discorso Zhou Xiaochuan ha individuato nell’assegnazione allo Yuan dei DPS solo una tappa intermedia. A suo dire, il punto di arrivo di questo percorso di riforma del sistema monetario, invece, dovrebbe recuperare il progetto di John Maynard Keynes portato a Bretton Woods nel 1944. Nel piano dell’economista inglese si prevedeva una camera di compensazione multilaterale per facilitare gli scambi internazionali garantendo un equilibrio delle bilance commerciali dei paesi, l’International Clearing Union, e di una valuta di riserva internazionale che non appartenesse a nessun paese, il Bancor; questi due provvedimenti dovevano risolvere definitivamente quel “Dilemma di Triffin” che, inevitabilmente, si è palesato con il sistema di Bretton Woods e ancora maggiormente con il suo seguente collasso dal 15 agosto del 19713.

La seconda strada intrapresa dal governo cinese è simile a quella affrontata da Stati Uniti, Europa e Giappone: il Quantitative Easing, ossia iniezioni di liquidità nel mercato che ridiano fiducia agli operatori e sostengano i corsi azionari. Probabilmente questo provvedimento riscuoterà successo nel breve termine, come un qualsiasi metadone. Temo però sia fuorviante continuare a credere o sperare che politiche di ribasso dei tassi d’interesse possano servire a stabilizzare il sistema nel lungo termine.

È infatti in questi termini che sono visibili degli interessanti punti in comune con le altre bolle speculative, dai mutui subprime (2008) alla bolla dei tulipani (1636): queste crisi non sono delle eccezioni nella vita normale di un sistema capitalista, bensì la regola ciclica. La liquidità che immettiamo nel sistema finanziario (con il QE) per ridare fiducia a mercati nel panico non farà altro che alimentare i rialzi azionari e le bolle future. Continuando a rispondere in questa maniera (che poi nel breve termine è forse anche l’unica che il sistema permette), questi, che sono fenomeni ciclici, si ripeteranno con una frequenza sempre maggiore.

Tutta questa liquidità che affluisce nei mercati va ad alimentare un eccesso di risparmio globale (savings glut) che alterna periodi di afflusso ad improvvise fughe di capitali, generando boom-and-bust cycles soprattutto nei paesi emergenti; questo fenomeno è particolarmente frequente dagli anni ’80 con le politiche neoliberiste di integrazione dei mercati finanziari globali e la completa deregolamentazione dei movimenti di capitale (vietati invece nel sistema di Bretton Woods): emblematici esempi sono stati Messico (1995), le tigri asiatiche (1997-1998), Russia (1998), Brasile (1999), i Dot-Com americani (2000), Argentina e Turchia (2001), fino ad oggi a Shangai.

Dunque, un rallentamento cinese può essere un pericolo per l’economia mondiale: ormai Nord America, Europa e Giappone hanno già provato a fronteggiare la recessione con politiche monetarie espansive e, salvo forse l’atteso tapering statunitense, non sono affatto intenzionate ad un rialzo dei tassi. Il rischio è che la domanda mondiale cominci a diminuire, non più trainata dalla Cina, senza che si abbiano ulteriori mezzi con cui affrontare una nuova recessione, trovandoci già da qualche anno nella famosa liquidity trap prevista da Keynes.

Anche i paesi emergenti non se la passano meglio, dal momento che la Cina è uno dei principali partner commerciali dei produttori di materie prime e di fonti energetiche e l’instabilità cinese si sta diffondendo velocemente in altri mercati, in primis in Brasile e nei paesi produttori di petrolio.

Di fronte a questo scenario, che ci coinvolge molto più di quanto pensiamo, appare fondamentale cominciare a sviluppare delle serie alternative al modello culturale, politico ed economico ora egemone. Non basterà elaborare solo delle cure palliative, che in fin dei conti risulteranno essere subalterne alla doxa dei mercati finanziari capitalisti e della dottrina neoliberista: così facendo, per parafrasare Keynes, ci attribuiremmo un compito troppo facile e completamente inutile, come se, in una stagione tempestosa come questa, l’unica cosa che riuscissimo a dire è che quando la tempesta sarà passata, il mare tornerà calmo.


1# Barry Eichengreen, Donghyun Park e Kwanho Shin, “When Fast Growing Economies Slow Down: International Evidence and Implications for China”, 2011

2# Zhou Xiaochuan, Statement on Reforming the International Monetary System, 23.03.2009

Nato nel 1991. Laurea triennale in Economia e Scienze Sociali presso l'Università L. Bocconi, dove è frequenta il corso di laurea specialistica in Economia e Management delle Pubbliche Amministrazioni e delle Organizzazioni Internazionali. Consigliere comunale delegato alle politiche giovanili a Treviso dal 2013. Segretario provinciale dei Giovani Democratici di Treviso.

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