Se la politica si rifugia nei templi: le basi ideologiche dell’Isis

Secondo il sociologo Georges Bordeau la politica quando è in crisi si rifugia nei templi dove poi sarebbe nata. Cosa sta spingendo oggi molti giovani europei ad aderire a Isis? La risposta sta nel fatto che un giovane oggi riesce a trovare più risposte nel fondamentalismo islamico e nel fine ultimo a cui aspira e non nell’ideale politico sempre più in balia di nuovi modelli. La politica nasce con l’idea di unire, di creare unità dal molteplice per un bene comune. Oggi non è più in grado di farlo. E così la religione riacquista la propria autonomia con il fine di unire gli individui per un obiettivo comune. I musulmani sunniti dell’Isis al di là dell’obiettivo del Califfato riescono a fare adepti molto più facilmente di quanto si possa comprendere. Ormai celebre la predica di Abu Bakr Al Baghdadi nella moschea di Mosul. Il mondo occidentale negli anni ha fatto prevalere un modello economico dove l’economia contrappone, secondo Schmitt, “una produzione estremamente razionalizzata” alla quale corrisponde “un consumo completamente irrazionale”. In tutto ciò il razionalismo economico, che parte dal basso, è incapace di rappresentare unificando. Così riesce a fare i conti “con bisogni certi e a vedere soltanto quelli che può ́soddisfare”. La mentalità e l’ordine capitalistico, divenuti globali, hanno fagocitato il razionalismo politico imponendo le proprie idee e le proprie scelte. Il confronto tra la religione e in particolare quella musulmana e il modello economico-capitalistico occidentale sta conducendo ad un scontro serrato che non si limita a quello che imprudentemente alcuni giornalisti hanno definito “guerra di religione” ma ad una lotta per la rappresentazione di una figura unitaria che vada oltre gli interessi economici dei singoli acquisendo legittimità ed autorità. Le radici dell’ideologia di Isis risiedono nel pensiero di Ahmad b. Taymiyya, la cui teologia verrà rielaborata nel contesto delle comunità beduine della Penisola arabica da Muhammad bi. ‘Abd al-Wahhåb. Oltre a Taymiyya anche l’ideologia dell’egiziano Sayyed Qutb è alla base dell’Isis. Membro della Fratellanza Musulmana giustiziato nel 1966 perché accusato di cospirare contro il governo, Qutb ha mischiato l’erudizione islamica con una conoscenza superficiale della società e della storia occidentale. Inviato dal governo egiziano per studiare negli Stati Uniti alla fine degli anni ’40, Qutb ne ritornò con un enorme disgusto. Egli screditò le conquiste dell’Occidente come del tutto materiali, sostenendo che la società occidentale non possiede nulla che soddisferà “la sua propria coscienza e giustificherà la sua esistenza”. Nei suoi scritti Qutb sosteneva che il vero problema del mondo moderno è causato dalla cristianità e l’unico modo per guarire dall’angoscia creata da quello che lui ritiene un antico errore dei “seguaci di Cristo” è il martirio. Nella visione di Qutb i colpevoli di tutto questo sono non solo i cristiani nel loro grande errore, ma anche gli ebrei, che lui vede come ingrati a Dio, senza scrupoli, arroganti quando al potere. Il sionismo è parte dell’eterna campagna degli ebrei per distruggere l’Islam. Ma ancora più pericolosi degli ebrei sono i musulmani che vanno a braccetto con l’errore cristiano, quelli che hanno inflitto la “schizofrenia” cristiana al mondo islamico, come ad esempio la Turchia di Kamal Ataturk. Sempre per Qutb nel IV secolo dopo Cristo, l’imperatore Costantino si convertì e così tutto l’Impero Romano si cristianizzò. Ma fu una conversione – dice Qutb – fatta con opportunistico spirito pagano, dominata da scene di lussuria, ragazzette semi-nude, gemme e metalli preziosi. Il centro del messaggio proposto da Qutb risiede però nel considerare i dettami del Corano come atemporali e applicabili tout court ad ogni tipo di società umana. Parallelamente, Qutb interpreta molto radicalmente il concetto di gåhiliyya, letteralmente il periodo dell’“ignoranza” che precede l’islam e metaforicamente la condizione di chi è al di fuori dell’islam: al contrario di gran parte della tradizione, che considera la gåhiliyya propria di chi non conosce ancora la verità dell’islam, Qutb allarga questa condizione a chi rifiuta il suo messaggio, a chi decide di vivere contrariamente ai dettami di Dio, non comprendendone l’imprescindibilità. L’Occidente, ovviamente, è in prima linea tra le realtà che si trovano nella gåhiliyya più profonda. Infine una opportuna riflessione sul jihad. I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihād citando un hadīth riportato dall’imām Bayhaqī e da al-Khatīb al-Baghdādī. Si parla di jihād minore (esteriore) inteso come uno sforzo militare e jihād maggiore (interiore) inteso come sforzo per autoemendarsi. Il significato più letterale di jihād è dunque semplicemente “sforzo”. Questo jihād interiore si riferisce essenzialmente a tutti gli sforzi che un musulmano potrebbe affrontare aderendo alla religione. Ma la distinzione che appare più significativa oggi è quella tra il jihād offensivo e il jihād difensivo. L’interpretazione militante del jihād dello Shaykh al-‘Azzām pone l’accento sul jihād offensivo come una campagna che può essere dichiarata solo da un’autorità musulmana legittima e legale, tradizionalmente il Califfo. Mentre non serve nessuna autorità per intraprendere il jihād difensivo poiché, quando i musulmani vengono attaccati, diventa automaticamente obbligatorio per tutti i maschi musulmani in età militare, entro un certo raggio dall’attacco, prendere le difese. Ma la questione di quale autorità musulmana, ammesso che ve ne sia, possa adempiere doveri come dichiarare il jihād offensivo teso a colpire il nemico sul suo territorio è divenuta problematica per i fondamentalisti islamici da quando, il 3 marzo 1924, Kemal Atatürk, padre della repubblica turca abolì il califfato. Quel califfato che invece i militanti dell’Isis stanno cercando di ripristinare a tutti i costi attraverso la costituzione di un presunto Stato che ad oggi è ancora più pericoloso perché non conosce dei confini geografici specifici.


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Nato a Campobasso nel 1980. Consigliere nazionale FNSI, giornalista pubblicista e blogger de Il Fatto Quotidiano, Huffington Post, Limes, Lettera 43, QN. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma indirizzo storico-politico, Master in Geopolitica alla SIOI. Cultore della materia in Storia Contemporanea e Diritti dell'Uomo e Globalizzazione presso l'Università del Molise. Dirige la Scuola di Scienza Politica del Molise, scuola di formazione politica nata nel 2014.

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