Strutture di democrazia diretta: la paura del sovraccarico

Sassen

L’onda dello scetticismo sta per distruggere tutto? Forse si, ma come ogni fenomeno può avere la sua soluzione. Innanzitutto da cosa deriva questo scetticismo? Il fondamento lo si può trovare nella diffusione capillare e repentina di singoli frammenti di notizie e opinioni. La capacità di ricostruire strutture informative mentali viene sempre meno a favore di una vastità di “sentito dire” di mirandoliana memoria. La rivoluzione informatica ha cambiato le caratteristiche dell’”homo videns” sartoriano in una sua evoluzione nel web. La passività del messaggio televisivo si trasforma nel coinvolgimento attraverso la condivisione di messaggi estemporanei e parziali. Mentre la televisione ci allontanava passivamente, attraverso la costruzione di palinsesti favorevoli, dalla sostanza dell’informazione, il web dà la sensazione di poter fruire di tutte le informazioni necessarie e di poter finalmente esprimere la propria opinione. Quanto di questo è vero? Si, la condivisione e la fruizione sono diventate più semplici, gli attivisti hanno a disposizione risorse di partecipazione maggiori e la crescita della società civile globale è innegabilmente esponenziale. Ma ora bisogna porsi criticamente nei confronti di questi strumenti. La condivisione e la fruizione si sono allontanate dalla realtà fattuale per spingersi in un’atomizzazione delle proprie opinioni, consentendo un aumento quantitativo dell’attivismo affiancato dal precipitare qualitativo delle proteste che assumono sempre di più le caratteristiche di un flash mob. Il proiettare la propria opinione su uno schermo non consente più l’affezionarsi all’ideologia, come succedeva nelle sezioni dei defunti partiti di massa. La condivisione online diventa uno spogliatoio di responsabilità, una giustificazione intima di attivismo che si perde nel vuoto di Internet. L’atomizzazione e il chiudersi in una realtà virtuale rendono inutili le risorse di partecipazione enormi che il singolo attivista ha a disposizione, con la conseguenza dello sgretolamento del capitale sociale dal basso che segue alla distruzione di quello dall’alto. Quindi, mentre i reticoli sociali del passato aspettano di essere rimpiazzati, la crescita della società civile globale perde le sue motivazioni, oscillando da un tema all’altro perdendosi in un concetto fumoso di giustizia globale, controllato nei concetti da imprenditori della comunicazione politica.
La situazione potrebbe riportare a uno stallo scacchistico. L’incapacità delle istituzioni di assumersi responsabilità di rinnovamento e il vuoto associazionistico creato dalla trasformazione degli strumenti di informazione, nutrono sempre di più uno scetticismo preoccupante, non tanto per eventuali derive violente, ma per una progressiva amnesia di responsabilità civili. Le istituzioni rappresentative propongono di continuo modelli sbagliati di democrazia partecipativa come le primarie, esportate dagli USA erroneamente, considerata la maggior organizzazione partitica italiana capace di influenzarne l’esito attraverso il controllo finanziario e il condizionamento dei media. Le strutture istituzionali hanno perso la progettazione a lungo termine, progettando riforme di breve respiro in funzione populista.
Allora di cosa c’è bisogno? Sembra che l’unica soluzione sia il sovraccarico orizzontale e verticale delle istituzioni rappresentative. Per rendere più chiaro il concetto dobbiamo concentrarci sul Liechtenstein. Questa piccola monarchia costituzionale ereditaria rappresenta un unicum nel panorama istituzionale europeo. Nei dettami costituzionali prevede l’assegnazione della sovranità a due soggetti, il principe ereditario e il popolo, in un contesto di pesi e contrappesi originale. Il principe detiene il potere di sanzione, comune non solo ad altre monarchie europee(Inghilterra) ma anche ad alcune repubbliche, con l’aggiunta della controfirma del governo. Ma nel contesto di sovranità duale, non divisa, il popolo ha la possibilità ,attraverso lo strumento del referendum, di abrogare la Monarchia, oltre alla proposta o modifica di leggi ordinarie e costituzionali le quali necessitano della sanzione del principe. Inoltre, in base all’art.13 ter, il popolo può sfiduciare la persona del principe e, in seguito all’approvazione del Parlamento, la decisione finale spetta al Casato. Questo potere rappresenta ampiamente il sovraccarico positivo di cui il principe si assume la responsabilità, consapevole di non poter agire per perseguire politiche personali. I Comuni, in nome di una autonomia dalla dittatura della maggioranza, in base all’art.4, possono secedere dal territorio nazionale, dopo una votazione della maggioranza dei residenti del Comune.
Quest’apertura si inserisce in un contesto alternativo di controllo istituzionale, basato sia sulla creazione di procedure di controllo reciproco che di maggior responsabilità nei confronti del titolare ultimo della sovranità, ovverosia il popolo. Questa nuova struttura costituzionale influisce anche sul ruolo dei mass media, dei partiti, dei leader d’opinione, che devono necessariamente avere un comportamento eticamente più corretto per collaborare al mantenimento dell’organismo nazionale, con la contemporanea pressione sulle istituzioni.
Quale lezione possiamo imparare da questo piccolo stato? In primis che le procedure di democrazia partecipativa non possono essere importate senza un preventivo vaglio critico. Il Liechtenstein può permettersi questi strumenti per la sua peculiare territorialità unita a una popolazione esigua. Ma ciò che risulta chiaro è la possibile coesistenza tra un maggior potere delle istituzioni e l’autodeterminazione al livello più piccolo dello Stato. Bisogna quindi necessariamente sovraccaricare lo Stato.
Innanzitutto orizzontalmente. La recente storia partitica italiana dimostra come sia stata poco conveniente la mancata strutturazione istituzionale a lungo termine. Un esempio ne è la riforma elettorale del 2006, principale imputato dell’assenza di collegamento tra cittadini e istituzioni, voluto soprattutto per la cancellazione della preferenza. Le forze di maggioranza devono costruire un reticolo di controlli reciproci che permettono all’opposizione di essere costruttiva e non distruttiva, creando figure indipendenti dai rappresentanti che forniscano dei punti di riferimento e di garanzia. Una soluzione potrebbe essere una riforma del governo, avviandoci verso un presidenzialismo alternante, come suggerito da Sartori. Questo nuovo sistema riuscirebbe a rafforzare il governo, sostenuto da una maggioranza parlamentare più unita dall’assenza del meccanismo di premi e benefici presente in un sistema parlamentare senza responsabilità orizzontale. Il governo potrebbe quindi perseguire più facilmente il suo programma politico, evitare derive quali l’abuso di decreti legge e decreti legislativi, ma soprattutto concentrarsi su riforme a lungo termine. Il motore presidenziale, eletto dalla cittadinanza, funzionerebbe solo nel caso di caduta del governo, rappresentando quindi una minaccia preventiva che porterebbe a costruire dei buoni governi e delle alleanze che funzionino anche dopo il momento elettorale. La sorte dei due motori, parlamentare e presidenziale, è necessariamente contemporanea, rafforzando il controllo reciproco e garantendo una struttura di buone opportunità dove le istituzioni potranno, non sicuramente faranno, agire bene.
La costruzione di un buon sistema, quindi, comprende il fondamentale concetto che le riforme vanno fatte a prescindere dalle forze politiche contingenti, dovendo resistere agli inevitabili colpi della malapolitica e dell’estemporaneità degli avvenimenti.
Verticalmente l’esempio del Liechtenstein è di fondamentale importanza. Il sovraccarico delle funzioni di governo, unito alla miopia riformista, è una delle cause principali della crisi politica attuale. L’incapacità di risposta delle istituzioni alimenta lo scetticismo e offre argomenti a tutte quelle forze, politiche e non, che fanno dell’antipolitica l’ideologia unificante. Lo Stato italiano, seppur in un contesto di riforma, ha ancora molti passi da fare per quanto riguarda la delega di funzioni amministrative, offrendo così ai cittadini servizi inefficienti e standardizzati, incapaci di garantire responsiveness. Le forze positive, le possibili aggregazioni locali, non vengono responsabilizzate attraverso una legislazione capace di intuire le possibilità date dalla società civile. Le istituzioni politiche hanno mancato il passaggio necessario dal vecchio modello di welfare state, distrutto dall’ondata neoliberista che ha individuato nel macchinario statale il principale nemico, ad un nuovo modello sussidiario, dove enti locali hanno una capacità maggiore di promuovere l’integrazione sociale. Il discorso infatti deve essere affrontato da lontano, a prescindere dalla dai servizi. In un momento storico caratterizzato dal processo di atomizzazione della persona, dalla disgregazione delle identità e dalla standardizzazione dei gusti, l’unico metodo per rimuovere la patina di corruzione dalla politica è la promozione delle reti sociali che, come le necessarie riforme orizzontali, prescinde dal momento storico. Il poter affidarsi su una cittadinanza attiva, che si muove in un contesto responsabilizzato, incentiva la costruzione di coscienze democratiche e distrugge le forze antisistema che non hanno più a disposizione come argomento unificante l’assenza dello Stato. Si rende necessario il costruire un sistema di più ampio respiro di promozione alla partecipazione di più soggetti, diversi dallo Stato, capaci di garantire innanzitutto la copertura di più bisogni, adeguandosi più facilmente rispetto al mutamento legislativo e stimolando una competizione inesistente in un contesto statale. Ma come fare ciò?
La prima caratteristica è che lo Stato deve fissare delle regole chiare poiché, anche se ci muoviamo all’interno di un mercato, le persone bisognano di garanzie diverse rispetto alle merci. Lo Stato non deve essere colpevolmente assente, ma deve rendere autonome le realtà fattuali a favore di un monitoraggio puntuale attraverso le sue più piccole unità, i Comuni. Le istituzioni secondarie devono sentire l’appoggio statale attraverso una legislazione chiara ed efficiente, senza inutili orpelli giuridici. La seconda caratteristica è la creazione di un meccanismo autosufficiente di incentivi. Lo Stato, snellendo la pantagruelica macchina statale, deve creare strumenti per promuovere la spesa privata destinata alla produzione di beni meritori, riuscendo a redistribuire risorse con metodi alternativi al prelievo fiscale. Ma soprattutto, e questa è la terza caratteristica, lo Stato non si deve spogliare completamente delle sue funzioni operative, ma, in collaborazione con la cittadinanza, deve svolgere quelle attività di produzione diretta di quei servizi che senza l’appoggio statale sarebbero difficilmente accessibili, come ad esempio i progetti europei.
L’integrazione di questi due modelli di sovraccarico orizzontale, come controllo reciproco tra le istituzioni coniugato a una maggiore rappresentatività, e verticale, come delega di funzioni che permetterebbero un rilassamento del macchinario statale e una responsabilizzazione della società civile, è forse l’unica strada per uscire dal presunto stallo scacchistico. Ma sarà importante ricordare che senza la progettazione a lungo termine, senza la coscienza che le strutture istituzionali devono essere riformate a prescindere dalle maggioranze politiche del momento, si rischia di incorrere nel pericolo di allontanare ulteriormente lo Stato dai cittadini, di deresponsabilizzare ancora di più la società civile, costruendo terreno fertile per quelle forze populiste che vogliono unificare una società atomizzata sotto la bandiera dell’antipolitica.

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24 anni. Si sta laureando in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l'Università di Napoli. Nei suoi studi ha un interesse particolare per le forme di governo e per le politiche pubbliche.

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