Turchia e Russia: storia di un rapporto difficile

Il presidente della Turchia Erdogan con Vladimir Putin

Dopo la fine dell’Impero Ottomano, la nuova Turchia kemalista ha assunto un ruolo centrale nella geopolitica durante la Guerra fredda. Bastione della NATO contro i Paesi del Patto di Varsavia – e non solo, data la vicinanza con l’Albania di Enver Hoxha e la Jugoslavia di Tito – la Turchia si è ritagliata uno spazio importante a difesa del blocco occidentale. Con la caduta dell’Unione Sovietica, e con essa anche quasi tutti i Paesi socialisti, il ruolo centrale della Turchia è progressivamente scemato. A determinare un cambio di rotta è stata l’elezione alla carica di primo ministro e successivamente di presidente di Recep Tayyip Erdoğan, fondatore del disciolto Partito del Benessere, in turco Refah Partisi, e fondatore del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP, acronimo di Adalet ve Kalkınma Partisi).

I rapporti storici con la Russia non sono mai stati ottimali, fin dai tempi degli zar. La politica estera fortemente invasiva promossa da Erdoğan non ha di certo aiutato. Filo-europeo, filo-statunitense e filo-atlantico, si pone oggi nel campo opposto alla Russia di Putin, che anch’essa ha dato una netta svolta alla propria politica estera dopo la presidenza di Boris El’cin. Le cause non vanno ricercate nella disputa attuale tra Russia e Occidente, ma anche nel disegno neo-ottomano che Erdoğan ha tentato, e tutt’oggi tenta, di imporre nel Levante e nel Medio Oriente.

I rapporti turco-russi hanno anche conosciuto periodi di importante distensione, specie per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico da parte di Ankara. La Russia, principale esportatore mondiale di gas naturale, ha trovato nella Turchia un valido partner commerciale. Non solo ovviamente per quanto riguarda le risorse energetiche, dal momento che l’interscambio commerciale è importante. Sono i turchi ad aver vinto le gare di appalto per la costruzione degli impianti destinati alle olimpiadi di Sochi del 2014, così come imprese russe si sono assicurate lavori per circa 20 miliardi di dollari nella costruzione di una centrale nucleare: progetto attualmente sospeso, ma interessante per valutare i rapporti economici e commerciali tra i due Paesi. Il solo interscambio commerciale, secondo Il Sole 24 Ore, ammonta a circa 31,9 miliardi di dollari. Questo ha reso la Russia, come riporta il “CIA World Factbook 2015”, il principale partner commerciale di Ankara.

I rapporti bilaterali più stretti si basano tuttavia sul commercio del gas. La compagnia russa Gazprom, insieme all’italiana ENI, ha infatti costruito tra il 1997 e il 2002 il cosiddetto Blue Stream, un gasdotto che dalla Russia attraversa il Mar Nero per raggiungere la Turchia, trasportando annualmente circa 16 miliardi di metri cubi di gas naturale. Una cifra che copre in larga parte il consumo nazionale turco. Tali rapporti si sarebbero dovuti stringere maggiormente a seguito della deposizione del presidente ucraino Vyktor Yanukovyč durante gli eventi di Evromaidan. La rivolta ucraina, che ha portato all’insediamento di un presidente e di un esecutivo filo-occidentale, ha spostato il Paese dall’egemonia russa e ha reso tesi i rapporti tra Mosca e Kyev. La guerra civile esplosa nella parte orientale dell’Ucraina è stata determinante nella decisione della Russia di costruire nuovi gasdotti che evitassero l’Ucraina. Per questo Gazprom decise dapprima di costruire il South Stream, un gasdotto che sarebbe passato nel Mar Nero e, attraverso la Bulgaria, avrebbe rifornito l’Europa di gas. Tuttavia – a causa del ritiro bulgaro dal progetto, a causa anche delle pressioni europee – la Russia ha dovuto rivedere i propri progetti. Sfruttando i tubi già posati nel Mar Nero, Gazprom aveva individuato nella Turchia il partner commerciale adatto per trasportare il gas in Europa, trasformando Ankara in un vero e proprio hub energetico. Il Turkish Stream, che si sarebbe avvalso anche della partecipazione greca, è naufragato dopo l’abbattimento del caccia russo Sukhoi-24, sul quale torneremo successivamente.

Motivo di attrito tra Russia e Turchia è sicuramente i differenti programmi che hanno rispettivamente nel Medio Oriente e nel Levante. La Russia, infatti, vedeva di buon occhio la mezzaluna sciita, composta da Iran, Iraq, Siria e Libano (personificata dal partito Hezbollah) che le faceva mantenere una certa egemonia nell’area. Per la Turchia, invece, vicina ai Fratelli Musulmani, i Paesi sciiti sono un pericolo per la stabilità dell’area. Non solo questo. La presenza sciita in Medio Oriente, specialmente a guida iraniana, è avversa ai progetti egemonici turchi, che vogliono tornare ai fasti ottomani seppur non più sfruttano l’hard power. A sostegno di ciò vi è un discorso pronunciato a Sarajevo nel 2009 da parte dell’allora presidente Ahmet Davutoğlu, dove sostenne che «insieme alla Turchia, i Balcani, il Caucaso e il Medio Oriente torneranno a essere il centro della politica mondiale. Come nel XVI secolo. Questo è l’obiettivo della nostra politica estera e lo raggiungeremo». Ankara ha quindi l’interesse a divenire una sorta di Germania del Medio Oriente, e per farlo necessita di governi più o meno amici, certamente collaborativi, affinché l’egemonia turca possa imporsi. Per questa ragione i Fratelli Musulmani sono stati riconsiderati positivamente dal governo turco, come si evince dal sostegno di Erdoğan a Muḥammad Mursī, prima che questi venisse spodestato da Abd al-Fattah al-Sisi. La condanna a morte di Mursī nel maggio del 2015, ufficialmente per aver favorito l’evasione dei leader dei Fratelli Musulmani nel 2011, è stata severamente condannata dallo stesso Erdoğan, sostenendo come fosse una delle più gravi privazioni dei più basilari diritti. Il neo-ottomanesi di Erdoğan e Davutoğlu poco riesce ad adattarsi agli interessi russi in Medio Oriente, che hanno colto l’occasione della guerra civile siriana per poter risolvere problematiche interne ed esterne. Come già era emerso in un precedente articolo apparso qui su Pandora, l’intervento russo in Siria è più di carattere interno che estero. Emerge tuttavia che la Russia necessita di buoni alleati nel Medio Oriente col fine di diventare un loro stretto partner commerciale: ne è un esempio l’Iraq post-Saddam, nel quale Baghdad si è assicurata commesse militari russe. La compravendita, conclusa nel 2013, comprendeva numerosi elicotteri di ultima generazione e sistemi missilistici terra-aria Pantsir-S1, che hanno assicurato alla Russia un guadagno di 4,3 miliardi di dollari. Lo stesso Iran intrattiene stretti rapporti commerciali e diplomatici con la Russia, anche a seguito della vicinanza mostrata da Mosca – seppur non ideologica – con la Rivoluzione khomeinista del 1979.

Nella stessa Siria emergono tuttavia le differenze di visione sul post-guerra civile. Se Putin ha compreso che al-Asad potrebbe non essere più necessario alla guida della Siria una volta che la guerra è terminata, continua imperterrito a sostenerlo finché è importante per i suoi piani. La Turchia, dal canto suo, ha sostenuto e sostiene ancora i cosiddetti “ribelli moderati”, una macro categoria giornalistica che comprende gruppi antigovernativi di qualsiasi estrazione, dalla laica a quella jihadista. L’interesse turco nel Paese non è tuttavia di carattere religioso. Come riportato nell’articolo “Siria libanizzata” di Lorenzo Trombetta, apparso sul numero 5/2015 di Limes, ogni Paese contiguo alla Siria cerca di proiettare la propria influenza e, soprattutto, i propri interessi nazionali. La questione curda torna così d’attualità, dopo il progressivo ma lento avvicinamento (ideale) tra Erdoğan e il leader curdo Abdullah Öcalan. Per evitare che i curdi siriani potessero ottenere, sfruttando la guerra civile, la tanto desiderata indipendenza, influenzando così la comunità curda in Turchia, Ankara non ha dubitato un secondo per appoggiare i turcomanni, una delle tante minoranze etniche che appartengono al mosaico siriano e che sono state discriminate già a partire dal Mandato francese nell’area. I turcomanni, oppositori del regime, operano con tutte le formazioni antigovernative, comprese quelle più estremiste come Jabhat al-Nuṣra, il gruppo rappresentante al-Qāʿida. Le truppe turcomanne, ottimamente armate, sono state colpite duramente dai bombardamenti russi in Siria, che ha preferito rafforzare le zone governative colpendo i ribelli invece che andare direttamente contro il cuore dello Stato Islamico, come era stato annunciato da propaganda. L’indebolimento delle forze turcomanne ha causato il rafforzamento di quelle curde, aumentando di fatto la loro possibilità di ottenere un’area valida per poter proclamare la sovranità curda.

L’abbattimento del caccia russo Sukhoi-24, in seguito a una presunta violazione dello spazio aereo turco, da parte dell’aeronautica di Ankara rientra perfettamente nell’irrigidimento dei rapporti tra Mosca e la Turchia. Secondo quanto emerso dalle indagini strumentali effettuate nei giorni successivi all’abbattimento, la violazione dello spazio aereo, per quanto possa essere stata reiterata, era minima e poteva risolversi con metodi diplomatici invece che militari. Ma non è tutto. Il pilota del SU-24, così come un militare dedito alle operazioni di soccorso, sono stati uccisi in territorio siriano e la loro esecuzione è stata rivendicata proprio dai gruppi ribelli turcomanni. A seguito dell’abbattimento Mosca ha ritirato qualsiasi accordo commerciale stipulato con la Turchia, ponendo Ankara anche sotto un rigido regime di sanzioni economiche. Col fine di ridurre le tensioni tra i due Paesi, il leader del partito curdo turco Partito Democratico del Popolo (HDP, in turco Halkların Demokratik Partisi) Selahattin Demirtaş è volato a Mosca dove ha incontrato il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. In cerca di alleanza internazionali, Demirtaş ha sottolineato come questa crisi non fosse necessaria per il popolo turco e fosse controproducente, da un punto di vista economico e geopolitico, alla luce del proseguimento del caos siriano. Il premier Davutoğlu non ha perso tempo nel provare a screditare un potenziale avversario politico – scomodo visti i risultati ottenuti, seppur in calo alle ultime elezioni – sostenendo che l’HDP intrattenga relazioni solo con Paesi ostili o non amici della Turchia. Resta il fatto che la diplomazia di Demirtaş a Mosca potrebbe aver trovato i suoi risvolti positivi, seppur trasversalmente. Il vice ministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov ha infatti sostenuto come i curdi debbano essere una parte integrante dei colloqui sulla Siria, garantendo quindi il tavolo internazionale nel quale difendere i loro interessi. A interessarsi ai curdi non vi è solamente la Russia: gli Stati Uniti, che hanno inviato numerosi armamenti alle forze YPG (Unità di Protezione Popolare, in curdo Yekîneyên Parastina Gel) e hanno fornito copertura aerea durante le operazioni di terra, come a Kobane. L’eventuale spartizione della Siria infatti causerebbe la probabile formazione del primo Stato curdo, verso i quali sia Russia che Stati Uniti si interessano già da ora per avere un nuovo potenziale alleato.

La rivalità turco-russa pare pronta a intensificarsi anche in altre regioni: una di queste è il Caucaso, dove Ankara si reputa pronta a contribuire per la risoluzione dell’annosa questione del Nagorno-Karabakh. Piccola regione montagnosa tra l’Armenia e l’Azerbaigian, il Nagorno-Karabakh è tutt’ora contesa tra i due Paesi. Dichiaratasi indipendente con il collasso dell’Unione Sovietica – sfruttando una particolare clausola costituzionale sovietica – il Nagorno-Karabakh ha conosciuto la violenta reazione azera e il conflitto, congelato dal 1993. Il Caucaso, zona storicamente di influenza russa, potrebbe divenire il prossimo punto di sfida tra Russia e Turchia, specialmente a seguito delle parole del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Questi ha infatti sostenuto che la soluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh è impossibile fino a quando l’Armenia continuerà a occupare militarmente, utilizzando il linguaggio propagandistico azero, la regione. Gli assi contrapposti si definirebbero quindi come quello armeno-russo e azero-turco. L’Armenia, stretto alleato di Mosca, si è trovata d’accordo con Baku nell’affidare alla Russia il ruolo di mediatrice del conflitto, forte della grande influenza che può esercitare nell’area. L’interessamento turco alla vicenda può cambiare notevolmente le carte in tavola.

I rapporti tra Russia e Turchia si erano stemperati dopo la caduta dell’Unione Sovietica, dall’iniziale perdita di influenza dei due Paesi e dalla necessità di stringere importanti accordi commerciali ed energetici. Le aspirazioni, divergenti, dei due Paesi hanno però fatto riemergere il quasi atavico conflitto latente. Balcani, Medio Oriente e Caucaso: le tre regioni menzionate da Davutoğlu nel discorso principe della politica estera neo-ottomana della Turchia saranno le principali aree di divergenza tra i due Paesi, dove non si possono escludere piccole escalation come nel caso dell’abbattimento del caccia russo.


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

Studente magistrale in Scienze Internazionali e della Cooperazione all'Università di Genova. Collabora regolarmente per le riviste online East Journal e Geopolitical Review.

Comments are closed.