Ulrich Beck, lucido cosmopolita

Se ne è andato la sera di capodanno il sociologo tedesco Ulrich Beck.

Studioso di quella che viene chiamata la seconda modernità, ne sottolineava i caratteri ambivalenti ma anche le potenzialità emancipatrici. Suo era il concetto di società del rischio (con la Società del rischio, Carocci, 1986 ) o di modernità riflessiva, tale in quanto ripiegata ad affrontare, a riflettere sui prodotti della prima modernità. Se fino al fordismo, la prima modernità, con lo sviluppo degli apparati tecnologici e produttivi, era riuscita a dare maggiore sicurezza e a rispondere a dei bisogni (spesso dopo averli creati), la seconda modernità, invece, mette in pericolo se stessa con le sue istituzioni. Il trionfo della modernità costringe la società a dover gestire le conseguenze e l’incertezza causata da quei mezzi produttivi che, portati troppo avanti, finiscono, per sprigionare devastanti potenzialità distruttive, ponendo il rischio al centro della società. Ciò che serviva ad addomesticare la natura e a prevenirne i rischi finisce per amplificarne gli effetti. I rischi globali interrogano anche l’ordine politico globale però, poiché “ grazie alla funzione di rischiaramento dei rischi , si creano delle finestre di opportunità durante le quali le istituzioni che tutti ritenevano indiscutibili diventano parte del dibattito politico , si configurano nuove relazioni di potere e i senza potere, improvvisamente, possono ottenerne in una certa misura” (dall’intervista a Beck in Per un’altra globalizzazione, edizioni dell’asino, a cura di G. Battiston, 2010).

All’assolutizzazione dell’efficienza produttiva postfordista corrisponde una retrocessione del lavoro rispetto alle garanzie conquistate in seno al compromesso keynesiano fordista. Sul lavoro si scarica tutta l’incertezza e il rischio della produzione, rendendolo instabile, precario. Segmentato, disperso sul territorio, individualizzato, responsabilizzato, interiorizzato, il lavoro cambia e così il conflitto sociale, espulso dalle fabbriche, anestetizzato e depotenziato, vira verso orizzonti post materialistici, che riflettono l’insorgere di nuovi bisogni. Tempi di vita e tempi di lavoro entrano in collisione e si crea un nuovo terreno dal quale viene estratto valore. Per affrontare tutto questo, preso atto del carattere strutturale della disoccupazione nelle democrazie occidentali, e affrontare positivamente quella che si configurava come una crisi della società del lavoro, Beck sosteneva l’utilità del reddito di cittadinanza. Reddito di cittadinanza resosi necessario come strumento di emancipazione dal ricatto, oltre l’utopia della piena occupazione, a fronte della diffusione dell’esperienza del non lavoro, del precariato e dello sfruttamento mascherato. Prospettava così, in Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro (Einaudi, 2000), che, oltre la società del lavoro, nella “società del lavoro d’impegno civile”, ci potesse essere, al di fuori dello stato e del mercato, un’attività umana non necessariamente vincolata alla razionalità economica ma, in quanto autodeterminata e non sottoposta a gerarchie, volta al bene collettivo. Si sarebbe così creata una società dove i propri membri, in maniera libera e non strumentale, cooperando, potessero finalmente determinarne i fini.

Beck è stato anche un tenace europeista che, come molti altri, vedeva nell’edificazione di un’Europa realmente democratica un primo passo verso uno Stato cosmopolita. Una proposta recente in questo senso fu quella apparsa contemporaneamente nel marzo 2012 su The Guardian, Le Monde, El Pais e la Repubblica , dove, assieme a Daniel Cohn Bendit, propose un anno di volontariato per tutti i cittadini dell’Unione ”come contro modello all’Europa dall’alto, l’Europa delle élite e dei tecnocrati” per affrontare la montante “rabbia per un sistema politico che salva banche mostruosamente indebitate , ma dilapida il futuro dei giovani[…]. I cittadini di questa Europa andranno in altri paesi e si impegneranno su problemi transnazionali su cui gli stati nazionali non sono in grado di offrire soluzioni appropriate (il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, i movimenti di massa di profughi e migranti e il radicalismo di destra)”. Aggiungeva, ironico, che “nessun pensatore progressista, da Jean Jacques Rouseau a Jurgen Habermas, ha mai voluto una democrazia che consiste unicamente nell’andare a votare a scadenze regolari” e pertanto bisognava scrivere, dal basso, una nuova costituzione europea. Coniò infatti il termine merkiavellismo per descrivere l’atteggiamento ambiguo con cui la Cancelliera tedesca gestiva l’intero continente, trasformatosi in ciò che Thomas Mann, nel ’53, davanti a degli studenti, auspicava non accadesse: che al posto di una Germania europea si arrivasse ad un’Europa tedesca, l’Europa dell’asimmetria di potere come dato immutabile.
Beck, in Europa tedesca (Laterza 2012), spiegava come la Germania, dopo un europeismo forzato dagli esiti della guerra e dalla sua divisione, oggi replichi le politiche “espansionistiche” applicate con la Rdt in bancarotta (di cui parla V.Giacchè nel suo Anchluss). La Merkel riesce mantenere il consenso interno e a non far implodere l’Europa, concedendo in casa il proseguimento di un patto socialdemocratico attenuato, e piuttosto indebolito dalla Hartz IV di Schroeder che precarizzò il mercato del lavoro, e imponendo agli altri paesi rigore e risparmio, in “nome del male minore all’insegna dello slogan – Meglio un euro tedesco che nessun euro!” attraverso “un neoliberismo brutale che ora viene introdotto nella costituzione europea nella forma del Fiscal Compact”. Angela Merkel ha approfittato della contingenza politica per ergersi a guida europea, dando però un’idea di “dominio involontario”. Attraverso l’esitazione e l’ambivalenza politica, collocandosi tra gli “architetti europei e gli alfieri degli stati nazione”, è riuscita a mantenere e accrescere il proprio vantaggio: in tempi di ricatti dei mercati però ogni momento perso ha un costo sociale ed economico. E’ “la strategia dell’omissione: (…) non investire, non concedere crediti e non investire denaro”. La Cancelliera, così, da una parte ostacola azioni economiche espansive – contestando la politica della Bce volta a tenere bassi gli interessi sui titoli di stato e minacciando di sganciare i paesi del Sud dall’Europa con la conseguente frantumazione dell’euro – mentre dall’altra promette maggior integrazione politica legata al risanamento fiscale.

Ma questo eufemismo passa per politiche nazionali sempre meno autonome e ispirate a un ortodosso liberismo, che rendono in maniera plastica la separazione tra policy e politics, tra “potere (la capacità di fare) e politica (l’abilità di decidere cosa deve essere fatto)” di cui parla Zygmunt Bauman. I parlamenti e i governi sono sempre più simulacri del potere, gusci vuoti, ma, come rileva Saskia Sassen, gli esecutivi (nazionali), in realtà, hanno avuto dei ruoli decisivi nella creazione di questo ordine (globale). Non c’è stato nessun esproprio violento del potere ma piuttosto un lento, silenzioso e tecnico lavoro, in seno alle strutture statali, di accentramento del potere a danno dei parlamenti e di cessione a strutture sovranazionali.
In queste strutture si prendono decisioni politiche al di sopra del consenso, al di fuori del dibattito pubblico, all’esterno degli organismi legittimati democraticamente. Questo è il regime post democratico in cui è immersa l’Europa. A questo si somma il principio tacito per cui i paesi economicamente più forti hanno più peso di quelli più deboli, che spesso, si vincolano da soli le proprie mani (come l’Italia, che pur se non era necessario ha inserito il principio del pareggio di bilancio nella propria costituzione). Il ragionamento di Beck è che sia velleitario pensare che si possa uscire da questa situazione tornando agli stati nazionali, inadeguati al presente, e così vede nell’Unione europea un esperimento, ricco di potenzialità, verso uno “Stato cosmopolita”, la cui possibilità emerge dall’evidenza empirica del mercato globale, costruito dai governi nazionali che hanno agito coordinandosi (Sassen). Gli strumenti utilizzati per creare la globalizzazione neoliberale possono essere utilizzati per crearne un’altra di senso opposto. La diminuzione di autonomia in una struttura politica condivisa, infatti, secondo Beck, aumenta la sovranità, ed è proprio la cooperazione internazionale a rendere possibile la sovranità in questa fase . Non ci si può salvare da soli di fronte a fenomeni (e poteri) globali. E inoltre è proprio da questa prospettiva che emergono le destre xenofobe regressive usando l’insicurezza prodotta dal mercato. Perciò il terreno dello scontro non può che essere quello della ricerca di una coesistenza libera al di sopra delle pulsioni identitarie in cui i nazionalisti si rifugiano, ergendo barriere fisiche che non sono che simboli urlati per mascherare l’impotenza politica di cui parla Wendy Brown in Stati murati, sovranità in declino (Laterza, 2013).
Perdiamo un importante voce critica che mancherà a tutti coloro che non accettano la narrazione trionfalistica del presente.


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Nato nel '95. Studente di Economia all'Università La Sapienza di Roma. Membro del collettivo di Link - Economia Sapienza

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