Un sussulto, un memento. Riflessioni a partire dai fatti di Parigi

Innanzitutto si presenta la necessità di un chiarimento. Laicità e secolarizzazione non sono sinonimi. Certamente entrambi hanno a che fare con la dimensione della fede, della religione ma si muovono in campi differenti e producono effetti differenti.

Mentre la Laicità è strettamente istituzionale, (riguarda quindi la sfera dello Stato e dei suoi organi) la secolarizzazione è un fatto propriamente sociale ed individuale assieme. Certamente si potrebbe riscontrare un collegamento forte di entrambi i fenomeni con la fine delle grandi narrazioni, delle grandi opere di costruzione di senso, della riflessione collettiva sull’esistenza e sui significati ultimi della vita, ma mentre la laicità in teoria dovrebbe costituire la legittimazione della diversità di approcci e convinzioni rispetto ai temi sopraindicati, la secolarizzazione è l’eliminazione di essi dalla sfera collettiva (e spesso anche individuale).

La società Europea è quella più secolarizzata del pianeta. In America, contrariamente alle convinzioni comuni, la presenza religiosa è ancora molto forte nei comportamenti sociali e nella politica ( Persino i democratici, più aperti sui temi sociali e sui diritti si sognerebbero di fare una battaglia contro la pena di morte la quale non si elimina per motivi squisitamente religiosi).

Nonostante questo, anche in America l’appiattimento di tali valori sui nuovi principi cardine del Consumo e del Denaro, e l’utilizzo di alcuni valori cristiani al solo scopo di tenere a bada lo spirito di rivolta delle masse, determinano uno scenario ricco di contraddizioni e di disuguaglianze sociali. L’occidente diviene così il luogo in cui i valori della post-modernità assumono un tratto più triviale e disumano.

Nel mondo islamico, esiste un fenomeno che ha radici molto antiche , definito fondamentalismo (o, utilizzando categorie strettamente occidentali che non si addicono del tutto alla situazione ma che per motivi di comodo utilizzerò anch’io, islamismo radicale) che si orienta alla lettura immediata e letterale dei precetti sacri, ad una loro meccanica trasposizione nell’organizzazione sociale e nei comportamenti, ed alla introduzione di questi elementi anche nel diritto. Esso si distingue anche, dall’islam (moderato o tradizionale), per l’interpretazione degli stessi precetti. L’esempio più esplicativo riguarda il termine jihad che, dal significare l’ impegno che ogni fedele ha il dovere di profondere nella diffusione della parola del profeta, diviene un inno alla azione con ogni mezzo, un esortazione alla guerra religiosa.

Il fondamentalismo si presenta in questo caso come reazione ad una spinta endogena proveniente dal mondo musulmano stesso, alla modernizzazione (non secolarizzazione) e ad un alleggerimento o rilettura in chiave moderna di schemi e precetti religiosi divenuti troppo oppressivi. Tra l’altro credo sia naturale per ogni Religione, ricercare la Parola di Dio nella realtà e non esclusivamente leggendo pedissequamente i testi sacri che, per limiti materiali non potranno mai disciplinare ogni possibile situazione che si potrebbe presentare nella storia, seppur orientati da quei principi fondamentali che negli stessi testi sono contenuti.

Ma tale motivazione non appare esaustiva. Tant’è vero che le confraternite, nuovo medium tra il popolo e il potere, costituiscono anch’esse una forte risposta alla Modernizzazione (anti-religiosa in questo caso) che pareva fiorire nella popolazione, ma esse sono totalmente distanti dal fondamentalismo perché portatrici di una lettura rigorosa, non rigorista.

Sembra infatti che l’esasperazione dei movimenti fondamentalisti sia un riflesso non della modernizzazione in senso lato, ma di una particolare rappresentazione di essa: L’Occidentalismo (che porta con sé la secolarizzazione nel caso concreto), ontologicamente contrario a tutti i principi fondamentali delle società islamiche, dell’islam politico e all’organizzazione che le caratterizza.

Le guerre di conquista, mosse dagli interessi economici di matrice Occidentali, hanno reso questo pericolo sempre più concreto. Un pericolo che assumeva i tratti di una invasione più che di uno scontro tra civiltà antitetiche. La Globalizzazione si presentava come un processo naturale che avrebbe investito tutti i popoli, e se si fosse registrata qualche reticenza l’Occidente sarebbe intervenuto con metodi coercitivi trasformando uno sviluppo naturale in un obbligo indotto. In tal caso il nuovo Ordine sociale avrebbe investito il mondo islamico senza preservarne i tratti caratteristici e virtuosi.

La tensione (anche con risvolti bellici) tra fondamentalisti ed Islam tradizionale è sempre esistita ma, la netta prevalenza del secondo sul primo relegava il fondamentalismo ai margini del mondo musulmano. L’intervento delle Grandi potenze, esemplare è la guerra del 1980 tra Sovietici e Afghani che spinge l’America a sostenere le minoranze determinando la loro inclusione nel governo autonomo, rafforzò le spinte fondamentalistiche pronte ad approfittare della destabilizzazione.

La volontà di omologazione e la marginalizzazione delle aree culturalmente (non religiosamente) incompatibili con il Capitalismo (il principio in base al quale l’interesse dell’individuo deve sempre sottostare a quello della comunità e le relative strutture sociali che rendono concreto tale principio ne sono un esempio emblematico) e l’economia di mercato occidentale rendono il mondo islamico rigido e impenetrabile. Lo stesso Islam tradizionale che ha una forte egemonia sui costumi e sulla società avverte la minaccia di una cultura così aggressiva. A questo punto si verifica un paradosso significativo: In assenza di spinte secolarizzanti, la religione assume un carattere molto più duttile e leggero. Al contrario quando spinte secolarizzanti prendono forma e divengono concrete, la Religione si inasprisce, si irrigidisce e fa riemergere le pulsioni superate. Per non disperdere e rendere impercepibile la propria identità e per impedire la lacerazione delle personalità, si va alla ricerca di segni estetici e di forme simboliche “il velo ne rappresenta un chiaro esempio”. Quando si rischia di perdere l’identità la si inasprisce, specie nelle forme, per renderla più salda nelle apparenze.

La fine delle grandi narrazioni che si prefiggevano l’obbiettivo di unire tutti gli uomini, di far sorgere blocchi storici in ogni parte del mondo egemonizzando le sacche di povertà ed assegnando loro coscienza di classe seppur mantenendo saldi alcuni principi caratteristici delle stesse società, ha assegnato a queste interpretazioni l’esclusiva nella costruzione di orizzonti di senso che volgevano alla salvaguardia, seppur con metodi efferati, di valori collettivi.

Non la guerra, non la distruzione, non l’odio, ma il rilancio di queste visioni, la lotta alla marginalità globale, la valorizzazione dell’islam tradizionale, vero grande avversario dei fondamentalismi e l’unico capace di batterlo nei cuori e nei cervelli dei popoli arabi, dovranno essere i nostri mezzi di battaglia. Il campo sarà il mondo intero, vera grande vittima di tali strazi.


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Classe 1991. PhD presso l'Università della Calabria, dove ha conseguito la laurea specialistica in Relazioni Internazionali.

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