USA 2016: dibattito democratico e terrorismo

La tragica notte di Parigi dello scorso Venerdì 13 Novembre, non ha influenzato solo il dibattito politico europeo, diviso sulle valutazioni che si fanno dei piani che vengono proposti (per ora più da governi nazionali che non da quello comunitario) per affrontare la minaccia terroristica, ma ha profondamente scosso anche il dibattito statunitense.

Gli accadimenti sullo scenario mediorientale, nel quale si insedia lo Stato Islamico, mandante degli attentati, sono vissuti infatti con particolare concitazione dall’opinione pubblica americana.
La consapevolezza che parti della complessa galassia del terrorismo islamico sono state finanziate dagli Stati Uniti, in una logica di “disturbo” alle mire sovietiche nell’area afghana, in funzione anti-Assad in Siria, e hanno avuto buon gioco nel dilagare in Iraq a causa della mancanza di un piano post-invasione, si sta diffondendo sempre più; se non sotto forma di consapevole riflessione sullo scacchiere geopolitico, sicuramente attraverso una condanna senza appello delle operazioni belliche degli ultimi decenni. Utilizzando la lettura che ne dà Gilles Kepel (2009), la retorica del Terrore usata dagli americani per giustificare l’intervento armato, e quella del Martirio usata dai terroristi per chiamare a raccolta gli islamici di tutto il mondo, entrambe fallite sul piano del risultato concreto di implementare la democrazia in Medio Oriente, così come di suscitare la rivolta degli islamici d’occidente contro i loro vicini, rimanevano incredibilmente efficaci fino a pochi anni fa; oggi, quella lettura sembra parzialmente inadeguata a descrivere i fatti di cronaca. Mentre proprio alcuni di quegli islamici occidentali hanno perso la vita negli attentati di Parigi, mostrando con la loro sola presenza al Bataclan i limiti del paradigma dello “scontro di civiltà”, gli americani in larga parte non credono più alla parabola dell’esportazione della democrazia. Ormai l’intervento in Iraq è considerato una mossa sconsiderata che ha portato ad un “secondo Vietnam”, la politica interventista di Bush figlio è stata apertamente condannata persino da intellettuali-faro del movimento conservatore come Francis Fukuyama e fra i democratici le posizioni di condanna meno netta di quelle esperienze son costate a Hillary Clinton nel 2008 la sconfitta alle primarie democratiche da parte di Obama, che prometteva con più forza una politica estera ad assai minor tasso di dispendio di vite e sangue americano.

Curiosamente, è un’altra sfida a primarie per la presidenza americana (che per altro vede coinvolta sempre la stessa Hillary) quella su cui è interessante soffermarsi all’indomani delle stragi di Parigi. Mentre infatti fra lo schieramento repubblicano la tensione alla guerra senza se e senza ma pare ormai attitudine invalsa, le opinioni dei democratici sono più sfumate e l’influenza dell’episodio sul dibattito fra coloro che stanno scegliendo chi votare per la nomination “dell’asino”1 in vista del 2016, è tanto più rilevante quanto costituisce, attraverso le reazioni dei vari candidati, una sorta di “cartina tornasole” delle loro personalità, delle storie politiche pregresse e delle proposte per il futuro.

La sera dopo gli attentati di Parigi, negli States andava in onda il secondo dibattito tv fra democratici. Presenti Martin O’Malley, brillante avvocato governatore del Maryland, ex sindaco di Baltimora, classico liberal di belle speranze ma fermo sotto il 5% nei sondaggi. (Bernard) Bernie Sanders, senatore indipendente ultrasettantenne del Vermont, noto alle cronache per la sua opposizione al mondo della finanza, all’establishment democratico per la sua prolifica attività legislativa (talvolta anche in accordo con rappresentanti repubblicani), e ai sondaggisti per il numero inaspettato di giovani presenti ai suoi comizi. C’era ovviamente anche Hillary Clinton, moglie di Bill, Segretario di Stato per l’amministrazione Obama, candidata data per favorita.

Ultimamente, sul fuoco della paura verso l’islamico, stava già soffiando la campagna elettorale di Donald Trump, miliardario “palazzinaro”, candidato repubblicano, che proponeva ancor prima degli attentati di respingere tutti gli immigrati (anche quelli messicani la cui percentuale di immigrazione l’anno scorso è stata zero), e inseguito ai fatti di Parigi di farli circolare con dei distintivi sugli abiti (non si sa bene se ignorando o essendo ispirato dal noto precedente storico). In conseguenza dell’attenzione quindi già molto alta sul tema dell’integrazione culturale, e delle parole del Presidente Obama che ha definito l’episodio un attacco a tutta l’umanità e a quei valori di libertà fratellanza e uguaglianza che son propri non solo del popolo francese ma anche del suo paese, la prima domanda del dibattito non poteva che incentrarsi sul tema della lotta al terrorismo. La Clinton si è decorosamente sfilata dalla spinosa situazione rispondendo che “era una questione tutta mediorientale” (ironicamente, lei stessa aveva tempo fa definito lo Stato Islamico una cosa che “era loro sfuggita di mano”), mentre Sanders – per altro figlio di un immigrato egli stesso – ha dato una risposta che ha lasciato attonito il pubblico2: non solo la minaccia terroristica sarebbe un risultato della disastrosa condotta USA in Iraq, aggiungendo che ogni cambio di regime pilotato da superpotenze esterne si è risolto in un disastro, e che bisogna combattere l’ISIS armando una coalizione internazionale che venga guidata da attori locali islamici, ma che il terrorismo è causato dal Climate change e che finchè non si sconfiggono le forze del Capitale che lo provocano, l’estremismo non sarà debellato. Il giorno dopo durante un’intervista alla CBS ha specificato:

Well, what happens, say, in Syria, for example — and there’s some thought about this — is that, when you have drought, when people can’t grow their crops, they’re going to migrate into cities. And when people migrate into cities, and they don’t have jobs, there’s going to be a lot more instability, a lot more unemployment. And people will be subject to the types of propaganda that al Qaeda and ISIS are using right now. So, where you have discontent, where you have instability, that’s where problems arise. And, certainly, without a doubt, climate change will lead to that.3

Come si sa, il terrorismo non si è insediato solo in Iraq e in Siria. La seconda domanda del dibattito tv era quindi stata sulla situazione libica, quella a proposito della quale Obama avrebbe chiesto “Do we have a plan for the day after?”. Questa volta è stato il turno di Sanders di glissare sulla questione, sottolineando l’inadeguatezza del governo americano nel trattamento di quei veterani sulle cui spalle ricade il peso maggiore delle sofferenze causate dalla guerra, rimarcando ancora una volta il secondo tratto distintivo della sua campagna dopo il socialismo, cioè il patriottismo. La Clinton ha indicato l’operazione libica come una operazione di discreto successo che avrebbe instaurato un governo “normale”. Fortunatamente per lei, che nei giorni successivi al dibattito risulta ancora in testa nei sondaggi, il suo pubblico sembra ignorare come stiano realmente le cose in quell’area. O’Malley, che ha accolto queste prime domande in mondo piuttosto retorico, ha invece conquistato l’applauso dei presenti con la battuta “there is a big difference between leading by polls or by principle”, andando a toccare un nervo scoperto della campagna della Clinton. Infatti mentre la figura di Bernie Sanders si distingue per la coerenza fra la propria esperienza passata e ciò che va propagandando in vista della Casa Bianca, la Clinton ha cambiato idea su quasi tutto: tralasciando la recentissima conversione ai matrimoni gay (che fino al 2013 dovevano essere solo “il vincolo sacro fra uomo e donna”) e altre posizioni inerenti i diritti civili ritoccate in senso più progressista, ha fatto marcia indietro anche sull’approvazione degli interventi bellici in Medio Oriente ai quali lei ha sempre votato a favore in Senato (al contrario di Sanders).

L’ex first Lady aveva già rischiato di scivolare sulla propria integrità morale quando il dibattito ha virato sulla questione della sua presunta sudditanza al mondo finanziario, che le viene rimproverata da chi la accusa di ricevere ingenti finanziamenti da ricchi magnati, multinazionali, e dal mondo di Wall Street, la senatrice di New York ha risposto dichiarandosi favorevole a recuperare risorse tassando e controllando maggiormente la galassia finanziaria, cosa che non sembrava incline a fare quando approvò l’abrogazione del Glass-Steagall Act4 nel 1999, il cui smantellamento ha peggiorato enormemente l’impatto della crisi finanziaria del 2008 costringendo il governo a stanziare soldi pubblici per il salvataggio degli istituti di credito a rischio fallimento.

Wall Street non è l’unico mondo dal quale la provenienza dei finanziamenti alla Clinton è giudicata inopportuna. Ai commentatori occidentali post-Parigi, (e soprattutto post alleanza de facto fra Francia e Russia in Siria), sembra sempre più difficile difendere l’asse fra USA e sunniti, soprattutto in riferimento alla Tuchia – membro della NATO –, e all’Arabia Saudita; due paesi che, per i commentatori più maliziosi finanzierebbero l’ISIS direttamente, mentre per i più benevoli si limitano ad avvantaggiarsi della sua esistenza. Alla luce di queste considerazioni, la notizia che la fondazione della famiglia Clinton abbia ricevuto cospicue donazioni proprio dai sauditi, il cui regime per farla breve non si cura certo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo5 e men che meno dei diritti delle donne che la candidata dice di tenere in gran conto in quanto femminista fervente, ha scatenato i detrattori di Hillary sui social network nell’aspra critica della sua ennesima incoerenza.

Quanto a Sanders, egli aveva dichiarato in primavera che è inaccettabile che l’Arabia Saudita chieda agli USA un intervento di terra contro l’ISIS quando si è un paese controllato da una famiglia miliardaria che confina con l’Iraq.

La politica estera si rivela quindi solo una delle molte questioni che dividono candidati e rispettivi supporters nella corsa alla nomination democratica, e anche in questo campo le due personalità rimangono lontanissime per storia personale e appeal su diverse parti di elettorato (parallelamente, le posizioni dei due invece sembrano avvicinarsi, seppur più grazie ad uno spostamento della Clinton verso l’agenda Sanders che non viceversa). Quello che colpisce è che gli attentati di Parigi hanno indirettamente fornito ulteriori argomenti ai fan di Bernie per attaccare la principale concorrente, unitamente all’aver ulteriormente polarizzato il popolo repubblicano facendo crescere nei sondaggi il personaggio Trump a scapito dei più tradizionali competitors, ed evidenziato pesanti falle nella retorica dell’establishment democratico impersonato in questo caso da Hillary.

Come si sa, la retorica in politica non è mai solo retorica, men che meno quando si guida la nazione più ricca e potente d’Occidente; attraverso di essa si esprime di sovente una concezione del mondo che le è sottesa e può influenzare in modo significativo il corso della storia. Sanders, giudicato populista da tutti i suoi detrattori – non sempre a torto ma spesso in modo pregiudiziale – ha scelto la retorica del riscatto di quel 99% di cittadini impoveriti dalla crisi economica contro l’1% di privilegiati ricchi di qualunque tipo. È anche a causa delle attività di questo 1% che il 99 subisce le conseguenze del cambiamento climatico, fra cui il vermonter annovera anche la crescita dei fenomeni di radicalizzazione religiosa, ed ecco spiegata la sua battuta durante il dibattito tv. Come tutte le letture del mondo, può convincere o meno, ma certo se la si abbraccia bisogna farlo fino in fondo, senza timore di portarla alle sue estreme conseguenze.


1# Il Partito Democratico è tradizionalmente rappresentato da un asino e dal colore blu, mentre il Partito Repubblicano da un elefante e dal colore rosso.

2# Come già era successo dopo il primo dibattito, quando Sanders aveva dichiarato che il suo modello è la Danimarca e Stiglitz era intervenuto il giorno dopo sulla stampa spiegando la bontà del sistema danese, anche questa volta un premio Nobel – Paul Krugman – ha suffragato in parte la sua tesi rimarcando che “Terrorism can’t and won’t destroy our civilization, but global warming could and might.”
http://thinkprogress.org/climate/2015/11/16/3722355/bernie-sanders-climate-change-national-security-paris-climate-talks/

Insieme ad altri studi di diversa estrazione accademica che sottolineano l’importanza dell’impatto del cambiamento climatico sul Medio Oriente, vedi ad esempio http://www.pnas.org/content/112/11/3241.abstract

4# Provvedimento seguito alla Grande Depressione. Entrato in vigore nel 1933 separava le Banche di risparmio da quelle di investimento, impedendo, fra le altre cose, a queste ultime di utilizzare i soldi dei depositi dei cittadini per attività speculative ad alto rischio.

5# La nomina dell’ambasciatore ONU per i diritti umani data al rappresentante saudita aveva recentemente suscitato non poche polemiche a tal proposito.


 

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26 anni, in passato si é occupata di esteri ed Europa per Giovani Democratici, di mobilità studentesca e valutazione per la Rete Universitaria Nazionale; è stata Project Manager per IUSY e attualmente si occupa del rapporto fra Globalizzazione di mercato e Democrazia.

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