Voci da Shatila: reportage da un campo profughi

Voci da Shatila: reportage da un campo profughi

Il Libano, con una popolazione di 5,8 milioni di persone di cui quasi due milioni sono profughi o rifugiati, potrebbe esser chiamato “il Paese più accogliente del mondo”.

Palestinesi, siriani, iracheni, sudanesi, somali, etiopi sono solo alcune delle popolazioni ospitate al suo interno. E mentre nel piccolo Paese mediterraneo vengono accolti più rifugiati che in tutto il Vecchio Continente, proprio quest’ultimo costruisce muri, e in alcuni casi, inventa disincentivi che ricordano periodi infelici del passato come accaduto, per esempio, in Danimarca.

Beirut, la capitale libanese, è una città mediterranea dai mille volti. La sua posizione strategica l’ha sempre messa al centro di tutti i conflitti regionali, cosa che vale in particolare per il quartiere di Shatila, un campo profughi a sud della città.

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Nato nel 1949 per ospitare i palestinesi della diaspora, Shatila fu teatro di scontri e massacri durante tutta la guerra civile libanese; oggi è uno dei centri che ospita il maggior numero di rifugiati in Libano.

Le voci che riecheggiano in questo chilometro quadrato, dove vivono circa 20mila persone, raccontano i problemi e la vita di un’intera regione, il Medio Oriente.

Ibrahim, siriano di 26 anni, vive a Shatila, ma proviene da Raqqa, città nota per esser diventata la capitale dello Stato Islamico. E’ scappato perché non voleva arruolarsi con nessuno. Lui ama la sua città e la sua gente e, soprattutto, ama il suo Paese come tutti i siriani.

“La Siria è il Paese più bello del mondo!” ribadisce con gli occhi lucidi Ibrahim, “ma ora non è possibile vivere lì. Io ce l’ho fatta a scappare e la mia famiglia è riuscita a prendere un bus proprio ieri. Noi vogliamo solo vivere tranquilli, senza sparare a nessuno e senza dover scappare dalle bombe”.

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La maggior parte dei siriani si ritrova in una situazione inimmaginabile fino a qualche anno fa: la guerra ha portato all’esodo di quasi 5 milioni di persone dalla Siria (Paese di 22 milioni di abitanti) e ha ucciso più di 250 mila persone.

Coloro che sono riusciti a fuggire hanno raggiunto i Paesi limitrofi: Giordania, Turchia e Libano. I primi due hanno allestito campi profughi attrezzati per accogliere i rifugiati, mentre il Paese dei cedri si è rifiutato di crearne di nuovi per il timore di ritrovarsi con una popolazione permanente di siriani. Di conseguenza, questi ultimi si sono accampati in abitazioni di fortuna nella Valle della Bekkaa, al confine con la Siria, oppure hanno trovato solidarietà e “alloggio” nei campi palestinesi, come accaduto ad Ibrahim che ripone ormai le sue speranze in Europa: ”Voglio venire con te in Italia! Vengo anche a nuoto” ripete il giovane siriano.“Voglio andare in Europa per vivere una vita normale, anche se il mio sogno è tornare in Siria” afferma.

Per la maggior parte dei siriani andare in Europa significa tranquillità. “Negli ultimi anni noi (siriani, NdR) abbiamo visto i nostri parenti morire sotto i nostri occhi. Abbiamo visto distruggere le nostre case da bombe che cadono dall’alto senza sapere nemmeno chi le ha tirate. Noi non vogliamo più scappare, vogliamo vivere!”. Con occhi carichi di sentimento Ibrahim racconta i suoi desideri. Ora fa i manouche -la “pizza” libanese- a Shatila, il suo racconto è la quotidianità in Libano, dove migliaia di profughi si rifugiano dalle devastazioni portate dai conflitti limitrofi.

Si calcola che oggi nel mondo ci siano sessanta milioni di sfollati a causa delle guerre; in Medio Oriente questo flusso di persone è in attesa della fine della guerra in Siria-Iraq.

Attendere diventa un gesto lungo e difficile in un Paese dove un terzo della popolazione è composta da rifugiati; di conseguenza, in alcuni casi, è inevitabile tentare la via più rischiosa: affrontare il Mar Mediterraneo. Il mare dal nome celebre, che sta in mezzo alle terre, e ora anche in mezzo alle guerre.

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Le numerose voci di Shatila rivelano le vite di chi è riuscito a scappare dalla guerra più recente, ma anche di persone o famiglia che fuggono da generazioni. Questo è il caso di Mohammed, siriano di origine palestinese.

“La mia famiglia scappa da più di 60 anni” afferma il 40enne. Sorride perché, nonostante le difficoltà della vita, sorridere significa continuare a vivere.

Mohammed viene invece da Yarmouk, il campo profughi palestinesi nella periferia di Damasco, la capitale della Siria. Suo padre era scappato da Nablus (Palestina) nel 1948. Lui, con la sua famiglia, è scappato nel 2012 dalla Siria.

“Siamo arrivati qui in bus da Damasco nel 2012” afferma Mohammed, “Siamo venuti a Shatila perché conoscevamo una famiglia di palestinesi che ai tempi della guerra in Libano era scappata da noi, a Damasco. Ora hanno “ricambiato” il favore, ospitandoci e aiutandoci a trovare una casa a Beirut”.

Mohammed racconta dello scambio di aiuti che c’è fra siro-palestinesi e palestinesi che vivono in Libano: i conflitti in Medio Oriente stanno creando delle vere e proprie reti di persone disposte a tutto pur di aiutarsi nelle evidenti difficoltà della guerra.

“Siamo molto grati a tutte le persone che ci hanno aiutato. Se non fosse per loro, saremmo ancora sotto le bombe a Damasco. Ora l’unica cosa che vogliamo è che i nostri figli vadano a scuola, in attesa di tornare in Siria”.

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Una delle più grandi preoccupazioni di chi scappa dalla guerra sono i figli: cosa faranno questi bambini quando saranno adulti? Che cosa saranno in grado di fare in un Paese completamente devastato dalla guerra?

Il figlio di Mohammed frequenta una scuola pomeridiana a Beit Atfal Assoumoud, una ONG locale presente in tutti i 12 campi palestinesi in Libano. Il prossimo anno vorrebbe iniziare la scuola elementare dell’UNRWA, l’unico istituto riconosciuto dal Ministero all’interno del campo. Mohammed spera di riuscire a trovare un lavoro, così da poter provvedere alla propria famiglia, “in Libano non c’è lavoro. Noi viviamo grazie agli aiuti delle ONG o dall’UNRWA, e soprattutto grazie alla gente che conosciamo qui, a Shatila” conclude il 40 enne siro-palestinese.

Solidarietà, la parola d’ordine che regala quotidianamente vita in un quartiere che oltre ad essere lo specchio dei conflitti regionali, è anche tristemente noto per il suo passato pieno di eventi catastrofici. Uno di questi fu il massacro compiuto dalle forze cristiano-libanesi nel 1982, con la supervisione dell’esercito israeliano. Un evento che segnò la storia del Paese intero: più di 3000 vittime, centinaia di scomparsi, e un intero campo da ricostruire.

Una data indelebile per chi l’ha vissuta in prima persona.

Abu Jamal, 70enne palestinese, ricorda benissimo quel giorno, il 16 Settembre 1982, quando perse suo figlio, diventato uno degli “scomparsi”. Con sguardo fiero e orgoglioso, egli porta sempre con sé una spilla con il viso del figlio stampato sopra, “la Palestina è la terra più bella del mondo” dice convinto,“noi torneremo nel nostro Paese” continua l’anziano signore. Poi racconta: “Io vengo da Nahariyya” -un villaggio a 20 km dalla frontiera libanese- “posso vedere ancora la mia casa, ma non posso raggiungerla!”. Il diritto al ritorno – termine indicato per definire la situazione quasi secolare dei profughi palestinesi – è la questione più dibattuta nel conflitto arabo-israeliano (e successivamente israelo-palestinese). Il diritto al ritorno -termine indicato per definire la situazione quasi secolare dei profughi palestinesi- è la questione più dibattuta nel conflitto arabo-israeliano, successivamente appellato israelo-palestinese. 5,5 milioni di palestinesi attendono da generazioni il diritto a tornare nella proprio Paese.

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L’UNRWA -l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione- definisce il rifugiato palestinese “una persona il cui normale luogo di residenza è stato in Palestina tra il giugno 1946 e maggio 1948 e che ha perso sia l’abitazione sia i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948”.

I profughi palestinesi espulsi dopo la nascita di Israele non hanno più potuto mettere piede in quella terra, perché Israele reputa l’aqq al-ʿawda – diritto al ritorno in arabo – una pretesa politica e non un diritto della popolazione che viveva quei territori.

L’ONU riconobbe tale diritto nell’articolo 11 della risoluzione 194, ma lo Stato israeliano si rifiutò di accettare quest’obbligo e, dal 1948, milioni di palestinesi risiedono negli stati limitrofi sognando la “terra” raccontata da chi l’ha vissuta, come Abu Jamal.

Le voci di Shatila sono un frammento di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, regione complessa e legata a conflitti interminabili; ma la bellezza di questo luogo sono le persone: racconti, sogni, desideri e soprattutto l’insaziabile voglia di vivere.


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Originario della Val di Susa, è laureato in Scienze Politiche a Torino. Nel 2013 è stato a Barcellona dove ha scritto la tesi sull'indipendentismo catalano. Iscritto al corso in Scienze Internazionali - Politica del Medio Oriente dell'Università di Torino, ora è a Beirut presso l'Université Saint-Joseph a preparare la tesi magistrale.

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