“Nell’età dell’odio” di Antonio Nicita
- 24 Agosto 2026

“Nell’età dell’odio” di Antonio Nicita

Recensione a: Antonio Nicita, Nell’età dell’odio. Sfera pubblica, intolleranza, democrazia, il Mulino, Bologna 2025, pp. 180, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Beatrice Mezzetti

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«È la nostra età dell’oro, non torneremo indietro», afferma Donald Trump nel suo discorso di insediamento. Il pubblico applaude quando annuncia misure di contrasto alle politiche di tutela della diversità e dell’identità di genere e quando definisce l’immigrazione un’emergenza nazionale da contrastare attraverso la deportazione dei migranti irregolari. Donald Trump invoca una nuova età dell’oro, ma sembra inaugurare una nuova età dell’odio.

È da questo episodio che prende avvio il libro Nell’età dell’odio (il Mulino) di Antonio Nicita – Professore ordinario di Politica economica all’Università Lumsa, Senatore della Repubblica e membro della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Ponendo il lettore di fronte alla politicizzazione dell’odio come manifesto del nuovo nazional-sovranismo identitario, l’autore esorta a elaborare nuovi strumenti normativi di contrasto all’hate speech, capaci di proteggere il principio di eguaglianza su cui si fondano le democrazie liberali.

L’hate speech, reso in italiano con il termine “espressioni d’odio”, indica la costruzione o l’adesione a un discorso pubblico discriminatorio nei confronti di un gruppo di persone o di individui associati a quel gruppo. Alla luce dell’attuale scenario geopolitico, Nicita osserva come l’hate speech venga utilizzato nel cosiddetto “mercato politico dell’odio”: «Esiste dunque una relazione tra le espressioni di odio e perseguimento e la costruzione di un bene posizionale che abbia come finalità quella della esclusione sociale rispetto ai gruppi di persone che ne costituiscono il bersaglio prima della propaganda e poi delle politiche pubbliche» (p.38). Il mercato politico dell’odio, che si configura come uno spazio in cui la rabbia e l’intolleranza diventano risorse convertibili in consenso elettorale o profitto economico, è un terreno fertile per la deumanizzazione dell’altro, trasformato in vittima sacrificale sulla quale convogliare paure e frustrazioni alimentate da un discorso politico scadente. Questo meccanismo, inoltre, viene favorito dalla scarsa propensione degli elettori alla verifica delle informazioni e dalla continua ripetizione di narrative politiche che, sedimentandosi nel discorso pubblico, finiscono per consolidare pregiudizi e stereotipi.

Una maggiore produttività di questa “macchina dell’odio” è favorita dal progresso tecnologico. Oltre al fenomeno della disinformazione digitale, il funzionamento algoritmico dei social media produce almeno altre due conseguenze: le echo chambers e la selective exposure. Le echo chambers vengono definite come “luoghi digitali” in cui interagiscono utenti che condividono idee e opinioni simili. È qui che si assiste a un rafforzamento collettivo delle proprie convinzioni che non passa dal confronto critico con le idee altrui. La selective exposure indica invece la tendenza degli individui a esporsi selettivamente alle informazioni coerenti con le proprie opinioni preesistenti e a evitare quelle che potrebbero metterle in discussione, finendo così per rafforzare la propria visione del mondo. A questo proposito, Nicita scrive: «Di fronte a “notizie” che confermano la nostra pregressa visione del mondo smettiamo di cercare contro-esempi o falsificazioni perché anzi siamo ben contenti di ricevere, in poco tempo, esattamente quelle informazioni che confermano i nostri (pre)giudizi sul mondo, per quella distorsione cognitiva nota come pregiudizio di conferma (confirmation bias). Quello che è micidiale è che la conferma stessa operi da propulsore della verità desiderata e cancelli ogni dubbio residuo anche nei meglio intenzionati» (p. 55). Si assiste dunque ad una deformazione digitale della realtà, che produce polarizzazione e facilita la diffusione e il rafforzamento delle espressioni d’odio verso ciò che è costruito e quindi percepito come altro da noi.

In questo quadro si colloca il problema del contrasto all’hate speech, che si configura appunto come un fenomeno de-umanizzante e deformante. Chiedersi in che modo costruire una legislazione contro il discorso d’odio, però, significa confrontarsi con il problema della libertà d’espressione nei sistemi democratici. Ed è da qui che emerge lo scontro tra hate speech e free speech, cioè la libertà di espressione. 

Nel discorso pubblico e politico, la libertà di espressione viene non di rado presentata come un diritto inalienabile e come uno dei principi fondamentali delle democrazie liberali, trascurando tuttavia la questione dei limiti necessari affinché il suo esercizio non comprometta la tutela di altri diritti e principi. Passando in rassegna alcune delle principali fonti sovranazionali e internazionali in materia, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’autore contesta questa concezione, sottolineando come nessun discorso pubblico possa essere indefinitamente libero. I limiti posti alla libertà d’espressione, infatti, si fondano sul principio per cui le “libere parole” possono generare effetti dannosi per i regimi democratici. Una libertà d’espressione senza limiti può diventare un’arma contro la libertà d’espressione altrui. Alla vittima delle espressioni d’odio viene sottratta la possibilità di disporre ed esprimere sé stessa nella società, a causa di pregiudizi e stereotipi che ledono la sua dignità. Pertanto, quando si difendono le espressioni d’odio solo come libertà d’espressione, non si sta difendendo la libertà di tutti, bensì si sta premiando la libertà di alcuni a scapito di altri. Può essere veramente una democrazia quella in cui l’esercizio della libertà d’espressione finisce per relegare determinate categorie di individui in una posizione subordinata, definendole e imprigionandole attraverso il pregiudizio? Se la risposta è negativa, bisogna riconoscere che le espressioni d’odio puntano a mettere in discussione proprio l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, presupposto da cui deriva la legittimità di uno Stato di diritto. È in questa prospettiva che, per Nicita, diventa indispensabile riconoscere dei limiti all’esercizio della libertà d’espressione.

Delineando le caratteristiche di un adeguato contrasto alle espressioni d’odio, Nicita sottolinea l’importanza di assumere la prospettiva della vittima, considerando la libertà e la dignità che il discorso d’odio rischia di compromettere. Per fare questo, tuttavia, la legge e le norme non sono sufficienti. È necessario un atteggiamento che vada oltre la dimensione strettamente giuridica: occorre mettersi dal punto di vista dell’altro, riconoscendone e accogliendone la diversità. Questo è il prerequisito fondamentale per affermare e tutelare la libertà di ognuno. L’incapacità di assumere il punto di vista dell’altro richiama quella mancanza di pensiero sulla quale Hannah Arendt riflette attraverso il concetto di banalità del male. È proprio la capacità di interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle proprie azioni a rendere possibile il riconoscimento dell’altro come soggetto titolare della medesima libertà. Contrastare la discriminazione non significa, pertanto, annullare il riconoscimento della diversità, bensì impedire che le differenze diventino motivo di discriminazione. Il principio di eguaglianza non elimina le diversità, ma le rende irrilevanti ai fini dell’eguale trattamento dei cittadini: non siamo tutti uguali, ma nessuno dovrebbe essere odiato per ciò che lo rende diverso. Fatte queste considerazioni, il contrasto all’hate speech si configura come «la difesa del diritto fondamentale di ogni individuo di essere sé stesso senza subire discriminazioni o aggressioni che ne limitano la libertà e la dignità». (p. 165).

Alla luce del “mercato politico dell’odio” sopra descritto e delle ferite prodotte dall’hate speech all’interno dei sistemi democratici, il riconoscimento dell’alterità emerge come una condizione necessaria per porre un freno ai discorsi d’odio e ricostruire una convivenza fondata sul rispetto della libertà e della dignità di ciascuno. Lo sosteneva già Herbert Marcuse in L’uomo a una dimensione: «È solo a favore dei disperati che ci è data la speranza». È guardando alle vittime, alle ferite prodotte dalla persecuzione, dall’odio e dalla discriminazione, che diventa possibile riconoscere pienamente il male perpetrato. In un mondo interconnesso e globalizzato, la possibilità di entrare in contatto con l’esperienza dell’altro è più che mai a portata di mano. Eppure, sembra che abbiamo dimenticato come proprio il rapporto con l’alterità abbia sempre permesso all’umanità di interrogarsi su sé stessa. Se oggi ci si relaziona con l’altro attraverso la violenza, l’odio e l’esclusione, ciò che questa incapacità di riconoscerlo rivela è anche una difficoltà nel riconoscere sé stessi. Perché è proprio nella libertà che siamo disposti a riconoscere all’altro che si misura, in ultima analisi, il valore che attribuiamo alla nostra.

Scritto da
Beatrice Mezzetti

Studia Antropologia all’Università di Bologna. È appassionata di filosofia politica e comunicazione. È interessata a proseguire gli studi frequentando una scuola di giornalismo. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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