“La Promessa” di Marianna Aprile
- 22 Ottobre 2026

“La Promessa” di Marianna Aprile

Recensione a: Marianna Aprile, La Promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta, Rizzoli, Milano 2026, pp. 352, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Sofia Di Grazia

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Perché una donna al potere fa sorgere domande sulla sua integrità e dubbi sulle sue competenze, mentre un uomo al potere è semplicemente un individuo che ha preso una determinata direzione di carriera? Perché la prima domanda che ci si pone su una donna riguarda la sua vita privata ma, nel caso di un uomo, è quasi sempre legata al suo lavoro? E perché un cittadino è libero ma una donna, per quanto cittadina, deve combattere ogni giorno per esserlo realmente?

A distanza di ottant’anni dalla conquista del diritto al voto e dal rivoluzionario contributo delle ventuno madri costituenti, Marianna Aprile – giornalista e conduttrice dei programmi In Onda (La7) e Amici e Nemici (Radio24) – si interroga sul rapporto che lega le cittadine italiane, elettrici ed elette, alla partecipazione politica. Alla luce dell’astensionismo da record che segna i nostri giorni, il suo pungente saggio La Promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta, edito da Rizzoli, non potrebbe essere una lettura più imprescindibile, soprattutto per le ragazze e donne che sembrano dimenticare l’importanza di far valere la propria voce in una comunità che tende sistematicamente ad ignorarle. Non è una novità che le donne siano marginali nei racconti storici: sono delle aggiunte, delle note a piè di pagina, o dei riquadri colorati intitolati “Per saperne di più”, come se la base fosse necessariamente al maschile ed il troppo complesso femminile possa solo venire dopo. Ebbene, se la storia viene raccontata alle nuove generazioni per far sì che non diano mai per scontato ciò che hanno appreso come “normalità” e per mettere la suddetta continuamente in discussione, chi racconta alle donne il loro passato? Chi ricorda loro che devono difendere ciò che hanno e combattere per ciò che ancora non viene loro riconosciuto, così come hanno fatto quelle prima di loro? Come si educa una generazione al rifiuto della passività senza una Storia da raccontare?

Nell’era della frammentazione, Aprile si fa largo per sottolineare, per l’ennesima (eppure indispensabile) volta, l’importanza di guardare al futuro e di vivere il presente puntando sempre gli occhi sul passato. Racconta, così, la storia dimenticata di donne altrettanto dimenticate, che hanno dedicato la vita alla conquista e alla protezione dei loro diritti. Il confronto tra l’immenso lascito che ci hanno consegnato e la commemorazione loro riservata, se paragonato a quello di molti uomini, parla da sé.

Con una punta di sarcasmo (doveroso, per non abbattersi di fronte a certe ingiustizie), Aprile racconta le donne alle donne, definendole continuamente in lotta ma mai sottomesse nell’animo: il cuore di una rivoluzionaria si riconosce perché aspira sempre alla libertà, anche quando il suo corpo è chiuso in una gabbia. Ripercorre le strade da loro battute dall’antica Grecia fino ad oggi, momento in cui assistiamo ad una concomitanza che la giornalista definisce “Storia” già di per sé, ovvero la presenza di due donne, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, che sono, indipendentemente dalle considerazioni personali e dalle future evoluzioni delle loro carriere, le leader dei due principali partiti del nostro Paese.

Nel commentare il libro, non ci sono punti di partenza migliori del titolo stesso, articolato eppure inevitabilmente incompleto. La Promessa non ha aggettivo e il suo carattere è cangiante in base alla prospettiva dalla quale la si guarda: minacciosa per chi le donne le teme, imperante per chi la deve difendere, infranta per chi non riesce più a crederci, inevitabile per chi ci si aggrappa come ad una scialuppa di salvataggio.

Come ogni storia di donne, il libro si apre con una premessa, perché, quando si tratta di noi, purtroppo, se di ambiguità non c’è l’ombra, sarà l’ombra stessa ad essere interpretata come tale. Così, anche l’autrice, come le protagoniste delle sue pagine, deve giustificare sé stessa al lettore, delineandogli il perché e il come delle sue scelte. Lo fa, però, senza rinunciare alla fermezza con cui redige ciascuna pagina del suo testo.

«Faccio la giornalista. Quindi più che un libro di Storia avete tra le mani un libro di storie, le tante che per le più svariate ragioni hanno attirato la mia attenzione in anni di lettura e studio. Ma anche quelle scoperte per caso cercate con tigna. Si tratta di scelte per natura arbitrarie, per forza soggettive e per definizione non esaustive. Ma costituiscono una galleria che ha almeno il pregio di impostare un discorso, prima che un percorso. Tra me e le donne incontrate in questo viaggio, tra loro e voi che qui ne leggete. Sono donne […] molto diverse l’una dall’altra, però le accomuna una cosa ricorrente che a me ha raccontato molto di loro. Quasi tutte hanno cambiato il nome, prima di intraprendere la propria lotta personale e collettiva. […] In dettagli come questo – ai miei occhi rilevatori – mi sono persa tante volte durante la scrittura. Fossi stata una storica probabilmente non lo avrei fatto. Ma faccio la giornalista, per noi i dettagli sono alleati preziosi […]» (pp. 11-12).

I nomi sono dunque un punto chiave per capire questa tela di storie. Nel cambio di appellativo risiede un peculiare senso di dover legittimare sé stesse: il passaggio da un’identità ad un’altra diventa un mezzo col quale lasciarsi alle spalle e ripulirsi dagli errori passati – effettivi sbagli, scelte che il giudizio maturato nel tempo porta ora a considerare errate, o comportamenti che, pur non essendo necessariamente tali, restano fonte di dubbio, inquietudine o vergogna. Il nuovo nome diventa così l’atto che sancisce una presa di coscienza: la consapevolezza del modo in cui la collettività le tratta, del ruolo pubblico e privato che riserva loro, e, di conseguenza, della necessità di contrastarlo per essere davvero padrone delle loro vite. Un taglio netto con il passato, da cui nasce un’inedita identità di combattente.

L’autrice di La Promessa ne parlerà, più avanti nel libro, come di una forma di autosabotaggio, una sindrome dell’impostore che colpisce solo le donne e le porta alla partecipazione politica cariche di timori – quando non le frena ancora prima di tentare. Nel leggere le loro vite, infatti, spesso emerge un senso del dovere e della responsabilità così serio da farle dubitare più volte di loro stesse. È il caso della scrittrice Maria Bellonci che racconta del fatidico 2 giugno 1946: «È un fatto interiore quello del 2 giugno, quando di sera, in una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede, mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadino. Confesso che mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire. Non che non avessi un’idea sicura, anzi; ma mi parvero da rivedere tutte le ragioni che mi avevano portato a quest’idea alla quale mi pareva quasi di non aver diritto perché non abbastanza ragionata, coscienziosa, pura» (pp. 134).

Molto spesso sono stati gli uomini a cambiare il nome alle donne, usando nomignoli per sminuirle anziché valorizzarle. A questo proposito, Marianna Aprile ricorda come venivano etichettate alcune importanti figure pubbliche: Bianca Bianchi era la “biondissima”, Teresa Noce la “Miss Racchia 1947-48-49” e Laura Diaz la “Pin-up girl di Montecitorio”. Si potrebbe pensare che sia il normale prezzo da pagare quando si è un personaggio pubblico. Eppure, quando la vittima è una donna, quel dubbio sulla “normalità” di certi trattamenti riemerge sempre. Se ancora non siamo convinti dell’assurdità di tutto questo, basta guardarsi intorno: come scrive Aprile, «è perché di titoli così di fronte a imprese e primati femminili ne leggiamo ancora» (p. 161).

Quanto ai primati, il punto di Aprile è interessantissimo. Sottolinea, alla fine del suo libro, il fenomeno per cui la candidatura di una donna ai vertici avviene, spesso e volentieri, nei momenti di maggiore crisi (dei partiti e dei leader, ovviamente, maschili). È ciò che i sociologi chiamano «teoria della scogliera di vetro» (p. 327). Questo rende le loro nomine a tutti gli effetti degli errori di sistema. C’è da chiedersi, allora, se l’unica chance per una donna sia quella di sperare in una rottura tale da trovare una fessura tra i cocci del disastro nella quale infilarsi. Ma, se ci si pensa bene, se già il dilemma “deputata” o “deputatessa” crea scalpore, la risposta è ovvia.

È questo a rendere la ricerca di Aprile così importante, in un libro che è, di per sé, espressione della rivoluzione incompleta che racconta e che incita a rendersi conto della gravità della scarsa partecipazione politica femminile, e a resisterle. Non si tratta solo del voto, ma anche del lanciarsi, del rischiare e del farsi sentire. Senza donne in politica, la politica non si farà mai donna e le riforme che le cittadine silenziosamente chiedono per poter rinnovare la fiamma della speranza che sentono spenta, o che non hanno mai avvertito, resteranno incompiute. Di fatto, nota argutamente la giornalista: «Nonostante leadership femminili di successo, le donne continuano a non rappresentare un elettorato di riferimento per i partiti alle prese con l’elaborazione della propria proposta politica. Alle elettrici, insomma, nessuno si rivolge davvero […]» (p. 332).

Ma se la democrazia consiste davvero nel rappresentare il popolo, finché si ostinerà ad escluderne alcune sue parti, sta a queste prenderne le redini. La lotta delle donne non ha data di inizio o di fine: è una battaglia di tutti i giorni, che risiede nei meandri della quotidianità, ma che va raccolta e coltivata, mai abbandonata. Come una Promessa.

Scritto da
Sofia Di Grazia

Studentessa di European Studies (UNA Europa Alliance) tra Bologna, Leuven e Edimburgo. Combina lo studio della politica e delle relazioni internazionali con un profondo interesse perla filosofia politica, le migrazioni, i dilemmi di identità e appartenenza, e una passione costante per la scrittura e il giornalismo. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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