A che punto è la crisi?

Da dove si può partire per orientarsi nel presente? Credo che il punto di partenza rimanga sempre quello della crisi, una crisi che ha avuto inizio nel 2007-2008 e che, malgrado tutto, non è ancora giunta ad una conclusione, una conclusione che in verità nemmeno si intravede all’orizzonte. Per “fine della crisi” non si intende semplicemente un ritorno alla ripresa della crescita del PIL, ma la nascita di un nuovo modello di sviluppo.

Il modello precedente, che è entrato in crisi nel 2007 (ma si tratta di una crisi -beninteso- che non equivale alla sua fine, ma anzi, in mancanza di alternative, alla radicalizzazione delle sue logiche) ma che già negli anni precedenti aveva iniziato, a livello globale, a presentare numerose crepe, è ciò che chiamiamo neoliberismo, che a sua volta nasce a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta. Che cos’è il neoliberismo? Un modello che nasce come reazione alla crisi del precedente sistema, industrialista e fordista, basato su un grado di compromesso tra capitale e lavoro e sull’alleanza relativa tra il capitalismo ed una democrazia sostanziale e organizzata intorno al sistema dei partiti. All’epoca andò in crisi un modello che si era realizzato in quel trentennio postbellico che i francesi chiamano trente glorieuses, che Hobsbawm indicava come «l’età dell’oro». Diversi eventi segnanarono la crisi di questo modello. Li evoco brevemente:

  1. la rottura del sistema di Bretton Woods, con la decisione di Nixon di bloccare la convertibilità del dollaro in oro, cosa che rese possibile la libera fluttuazione nel mercato delle valute e pose un importante presupposto per la finanziarizzazione dell’economia.
  2. Gli shock petroliferi, che causarono una crisi di redditività delle imprese da un lato e una crisi fiscale degli Stati dall’altro, alimentando contemporaneamente l’inflazione e inondando al tempo stesso il sistema finanziario internazionale di petrodollari in cerca di impieghi redditizi.
  3. Le strategie di risposta delle imprese per rispondere a questa crisi, improntate da un lato all’automazione dei processi industriali e alla crescita della produttività e dall’altro alla disarticolazione della grande fabbrica attraverso delocalizzazioni produttive sia verso il tessuto delle piccole e medie imprese sia verso i paesi di nuova industrializzazione.
  4. L”inizio del processo di globalizzazione, inaugurato dall’apertura degli Stati Uniti, trattata da Kissinger, nei confronti della Cina.
  5. Una rivoluzione teorica operata nel mondo dell’accademia e dei think tank, operata da teorici che per lungo tempo erano stati minoritari, che approfittarono della crisi per attaccare il consenso allora prevalente di matrice keynesiana e per creare una nuova egemonia basata su un sistema di idee che prevedeva, per semplificare, una prevalenza delle politiche dell’offerta, la sfiducia verso ogni politica industriale ed intervento pubblico, il discredito dei corpi intermedi considerati economicamente dannosi, un pregiudizio positivo nei confronti del mercato e della capacità degli attori economici di autoregolare il proprio comportamento in esso.

Questi processi, iniziati già negli anni Settanta, accompagnati da una profonda e complessa trasformazione sociologica imperniata su una vasta cetomedizzazione della popolazione e che si accompagna ad una generalizzata rivoluzione dei consumi che fa il paio con la trasformazione produttiva, questi processi vengono completati dalle riforme politiche portate avanti a livello globale negli anni Ottanta e Novanta, con la progressiva deregolamentazione del settore finanziario, con il cambiamento del comportamento delle banche centrali che è inaugurato dalla decisione di Volcker di alzare drammaticamente i tassi d’interesse americani e che sarà improntato in seguito principalmente all’obiettivo del contenimento dell’inflazione piuttosto che della disoccupazione. Completano questo quadro le privatizzazioni, il predominio degli investitori istituzionali nella decisione delle politiche aziendali, la nuova filosofia di management delle imprese, la teoria della Publich choice nel settore pubblico e il nuovo atteggiamento di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che iniziano ad elaborare quello che negli anni Novanta verrà definito come il Washington Consensus, ovvero quel pacchetto di ricette economiche che inizia ad essere infallibilmente proposto a tutti i paesi: tagli di bilancio, deregolamentazioni, limitazione dell’azione pubblica alla mera creazione delle condizioni del funzionamento del mercato.

Tutto questo insieme di fenomeni che ho velocemente evocato, sui quali esiste una vasta letteratura, porta alla creazione di un sistema che è ciclicamente colpito da crisi finanziarie (possiamo ricordare la crisi delle borse dell’87, la crisi dello SME che colpì Italia e Inghilterra nel ’92, il crack russo, la crisi delle “tigri asiatiche”, il fallimento del fondo LTCM, la crisi post- 11 settembre) ed entra già parzialmente in una difficoltà sistemica negli anni Duemila, difficoltà che viene differita dalle misure prese dal governatore della Fed Greenspan e dal presidente Bush (aumento della spesa militare, incentivi al mercato immobiliare). Il sistema poi esplode nel 2007. Quella che nasce come una crisi causata dal default su una classe di mutui ipotecari particolarmente rischiosi (i subprime) e sui derivati costruiti su questi mutui negli Stati Uniti, si propaga e si allarga, fino a diventare, in seguito al fallimento di Lehman Brother, una crisi finanziaria globale. Questa crisi mette a nudo le fragilità drammatiche del sistema, rivela l’illusione che stava alla sua base che il mercato fosse in grado di autoregolarsi e che gli agenti economici e le istituzioni finanziarie fossero gli attori maggiormente in grado di capire come agire e di adottare le soluzioni migliori per proteggersi dal rischio. La crescita di questo sistema, accompagnata da un abnorme aumento a livello globale dell’indebitamento privato (che cresceva indisturbato mentre i deficit pubblici venivano messi alla berlina) aveva mascherato l’emergere di macroscopiche contraddizioni: mentre i salari stagnavano a livello globale e il mercato del lavoro si precarizzava, le disuguaglianze raggiungevano livelli mai visti a partire dal periodo precedente alla crisi del ’29 e la ristretta élite al vertice della piramide sociale (quel famoso 1% di cui sentiremo poi parlare) accumulava ricchezze inimmaginabili.

Tuttavia, come accennato prima, alla crisi del sistema (ovvero alla rottura del suo regolare funzionamento precedente) non ha corrisposto una sua radicale riforma, ma piuttosto un mix tra aggiustamenti e radicalizzazioni di esso. In seguito allo scoppiare della crisi si poteva pensare all’emergere di un’alternativa globale , e in effetti le politiche che vennero seguite, sopratutto in un primo tempo, cambiarono parzialmente la rotta rispetto all’andamento precedente. Sopratutto negli Stati Uniti venne promosso un grande programma di investimenti pubblici che sarebbe stato improponibile per l’ortodossia precedente. Al tempo stesso però venivano salvate le grandi istituzioni finanziarie sull’orlo del fallimento senza porre condizioni. La nuova regolazione del settore, che in una prima fase veniva richiesta a gran voce, si rivelò poi al di sotto delle aspettative. Sopratutto, una delle risposte principali a livello globale fu data dalle banche centrali: si diede inizio ad una politica monetaria straordinariamente espansiva, con i programmi di Quantative Easing promossi prima dalla FED, poi dalla Banca del Giappone e infine, ancora adesso, dalla BCE. Se da un lato questa politica ha dato sollievo all’economia e ha evitato il peggioramento della crisi, dall’altro essa sembra avere anche lati oscuri: essa pare alimentare ulteriori bolle sui mercati finanziari, far crescere ulteriormente le disuguaglianze e parzialmente fallire nell’obiettivo di far fluire il credito verso l’economia reale. La causa di questo sembra essere la mancanza di un’adeguata politica fiscale che faccia da contraltare a questa espansione monetaria.

E qui veniamo all’Europa, che ai problemi derivanti dalla crisi globale ha di fatto aggiunto ulteriori criticità che derivano dall’architettura estremamente imperfetta dell’Euro, che ha rivelato le sue fragilità con lo scoppiare della crisi. In Europa la crisi si è trasmessa attraverso il settore finanziario, portando al fallimento o alla crisi di numerose banche e ad un credit crunch che ha condotto, oltre che ad enormi difficoltà per un gran numero di imprese, anche allo scoppio di diverse bolle immobiliari in paesi come l’Irlanda o la Spagna. Di conseguenza gli Stati sono dovuti intervenire per salvare le banche, non solo in questi paesi, ma nella stessa Germania, ove le Landesbanken avevano acquistato grandi quantità di derivati. E qui è avvenuto un grande gioco di prestigio politico e comunicativo. Quella che era una crisi che nasceva dal settore privato e finanziario, è diventata una crisi fiscale degli Stati e questo, in combinazione con le regole europee (di quello che è stato definito da alcuni stupidity pact) ha portato al mantra dell’austerità e ad una narrazione falsata della crisi, basata sulla tesi dell’indisciplina fiscale degli Stati, usando il caso greco (che rappresenta una frazione infinitesimale dell’economia europea e che per molti aspetti non è paragonabile agli altri Stati dell’Unione) come paradigma di una favola morale che divideva i paesi in virtuosi e viziosi. Tutto questo nascondendo ancora una volta la contraddizione vera, ovvero lo squilibrio delle bilance commerciali interno all’Unione causato dalla ridotta crescita, in rapporto alla produttività, dei salari tedeschi e dalla mancanza di qualunque vero strumento macroeconomico e politico che permettesse all’Unione di ovviare alle grandi differenze dei tessuti produttivi dei paesi dell’Unione, differenze che sono espressione del contrasto tra diverse varietà di capitalismo che, in assenza di una vera politica atta a produrne l’armonizzazione e la convergenza, entrano esplicitamente in conflitto. Allo scoppiare della crisi, le contraddizioni che fino ad allora erano state occultate dai trasferimenti interni attraverso il sistema bancario e il credito facile, favorito dal venir meno del rischio di cambio, diventano evidenti. E la convergenza che, in ossequio all’impostazione neoliberista che sta alla base dei Trattati Europei, era affidata principalmente all’azione riequilibratrice del mercato mostrava, in quel contesto, il suo fallimento.

Se la crisi forniva l’occasione per una ridiscussione complessiva dell’impostazione dell’Unione Europea, ridiscussione che ridesse un ruolo alla politica nell’architettura europea e che colmasse il deficit democratico che tuttora persiste, creando al tempo stesso una vera unione fiscale con strumenti di condivisione del debito e con la possibilità di massicci investimenti europei, dobbiamo dire che questa occasione in buona parte non è stata colta. Certo, alcuni risultati significativi sono stati ottenuti. Un aumento della flessibilità sui margini di bilancio e il Piano Juncker rappresentano comunque, per quanto insufficienti, passi nella direzione giusta. Tuttavia l’impianto generale rimane dell’Unione e la narrazione di fondo della crisi rimane la stesso e questo è probabilmente il segno di un’occasione mancata.

Il problema di fondo dell’architettura europea rimane probabilmente la profonda diffidenza per la politica. L’idea è che determinate decisioni e assunti di fondo debbano essere sottratti alla determinazione democratica ritenuta animata da una visione troppo di breve termine, e debbano essere invece determinati sulla base di un sapere ritenuto più oggettivo e tecnico. In ossequio alla concezione ordoliberale, vi è un quadro, un insieme di condizioni e di regole che deve essere mantenuto e salvaguardato al fine di produrre un sistema di mercato altamente concorrenziale, che viene ritenuto aprioristicamente il migliore e l’unico modo di organizzare la società. La politica democratica deve inserirsi in questo quadro e non interferire con i suoi assunti fondamentali. Tuttavia proprio gli eventi degli ultimi anni hanno mostrato quanto questa convinzione sia arbitraria e chi conosce più da vicino i meccanismi di determinazione dei parametri europei sa quanto essi siano in realtà politici. La sfiducia verso la politica porta ad affidarsi a regole che si vogliono inflessibili, ma, nel momento in cui le regole non si adattano alla realtà, ecco riemergere dietro di esse i rapporti di forza nella loro nudità -e qui assistiamo al ritorno del ruolo degli Stati, e di alcuni Stati più di altri, secondo un rapporto che non è regolato ma arbitrario.

Esiste infatti un problema più di fondo legato a questo tema: ovvero che parte essenziale dell’egemonia neoliberista è la costruzione di un tipo di soggettività estranea alla politica, una soggettività che pensa che le scelte di fondo relative alla propria esistenza e al mondo siano inaccessibili alla politica, il cui compito sarebbe in fondo soltanto quello di amministrare un settore della realtà data secondo procedure definite. L’idea che associandosi e partecipando alla vita democratica si possa contribuire sostanzialmente a cambiare le cose è un’idea che è oggi estranea a buona parte della popolazione. Ed è in questo che si radica la causa profonda della crisi della politica, dell’astensionismo, della sfiducia dei cittadini, che è una sfiducia che è simmetrica alla sfiducia in se stessa della politica. La politica è oggi relativamente impotente ma è anche sfiduciata rispetto alla possibilità di recuperare questa potenza e di metterla al servizio di un progetto di cambiamento. E finchè non si affronteranno questi nodi di fondo sarà difficile pensare ad un superamento di questa crisi.

Gli stessi movimenti di protesta che sono emersi abbondanti negli ultimi anni vanno visti in questo contesto. In questi movimenti, nati a livello europeo si sono mescolati confusamente e in varia misura giusti elementi di critica al sistema attuale e populismo antipolitico. Il diverso equilibrio di questi elementi determina esiti diversi nei vari paesi.

Tutti questi nuovi movimenti segnalano comunque un’insufficienza e una incapacità di risposta dalla politica istituzionale e della sinistra e non basta qualche concessione all’antipolitica per risolvere il fenomeno. Solo una politica che sappia da un lato misurarsi con la complessità e con la dimensione dei processi globali e dall’altro sia in grado di suscitare nuovamente e in forme nuove dinamiche di partecipazione democratica può veramente porsi come soluzione di questi problemi dicendosi al tempo stesso di sinistra.

Il nodo della partecipazione è decisivo, perché è uno dei temi politici fondanti del neoliberismo. Il famoso Rapporto del 1975 alla Commissione Trilaterale sulla Crisi della Democrazia individuava la radice delle difficoltà della democrazia proprio nell’eccessiva partecipazione che andava ridimensionata per far fronte all’”eccesso di domande” che impediva al sistema di funzionare correttamente.

Da questa tendenza viene quella che Colin Crouch ha chiamato post-democrazia, ovvero una situazione in cui permangono tutte le istituzioni democratiche ma di cui viene meno la rilevanza reale, in parte per la minore partecipazione e in parte per l’emergere di nuovi poteri (economici, mediatici, ecc.) reali che marginalizzano le istituzioni rappresentative.

Ridare significato reale alla parola democrazia, questa è la prima sfida che si presenta oggi per rinnovare la politica, sfida apparentemente semplice ma in realtà, con tutto quello che implica, straordinariamente ardua. Questo implica da un lato un ragionamento sulle forme organizzative, ma ancora prima una riflessione articolata sulla cultura politica, che deve finalmente assumere la “complessità” non come un alibi ma come una spinta, un pungolo alla comprensione. Bisogna porsi alcune domande fondamentali. Come sta cambiando la struttura produttiva, incessantemente modellata dal procedere della crisi? Siamo nel corso di una nuova rivoluzione produttiva? E questa, come sta cambiando a sua volta la sociologia, i blocchi sociali? Sta emergendo una nuova antropologia? Come può agire in questo contesto la sinistra? Proponendo quali modelli? Con quali forme organizzative? A quali livelli deve situarsi la sua azione e come questi livelli possono coordinarsi tra loro? Si tratta di domande ambiziose, ma assolutamente ineludibili per chi si voglia porre questo compito.


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Nato nel 1986. È il direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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