Scritto da Daniele Valli
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Una simile visione in che modo può interessare il dibattito contemporaneo? Queste idee, che giungono a noi attraverso i secoli come un monito profetico, mettono in luce come sia troppo spesso strutturalmente inadeguato l’atteggiamento europeo verso le questioni che le relazioni interculturali pongono. Al netto del contesto teologico in cui l’opera di Abelardo si inscrive, esso cerca di trasmettere a noi l’audacia e il coraggio del confronto.
Non può esistere un reale dialogo in assenza della forza della comprensione e dall’auto-comprensione. Una società consapevole di sé è una società forte, è una società che non teme la diversità, che sa guardare l’altro con spirito di costruzione. Forse, uno degli obiettivi che la comunità europea deve ora porsi è proprio quello di comprendersi, di valutarsi e capire cosa funziona e cosa no. Si cerchino le radici prime del nostro universo culturale e, liberi dal pregiudizio, si affrontino le questioni che oggi le relazioni interculturali presentano con lo spirito del confronto e dell’armonia. Quali sono le fondamenta del nostro essere europei? Forse proprio nell’incertezza di questa risposta risiede l’incertezza del nostro atteggiamento verso il diverso. Una società che perde il senso ultimo del suo stare insieme è una società priva di capacità di confronto. Da questo recupero probabilmente passa anche il recupero della consapevolezza con cui le tragedie del Mediterraneo, dell’Europa e del Medio Oriente devono e meritano di essere affrontate.
Da questo ordine di riflessioni non devono essere escluse anche le realtà musulmane. Quali sono le ragioni dell’esasperata esaltazione dell’identità a cui si assiste, per esempio, nel fenomeno dello Stato Islamico? Quale è la sua genesi? Si tratta di un orizzonte di considerazioni in cui si giocano nodi cruciali per il futuro del rapporto fra mondo cristiano e Islam. E di questo, a ben guardare, era ben consapevole lo stesso Abelardo, il quale nel Dialogo inserisce, quasi di nascosto, un elemento straordinario. Il personaggio del filosofo, infatti, che rappresenta lo spirito del confronto laico, non dogmatico, più razionale e libero da condizionamenti, è descritto molto poco. Ma da alcuni dettagli capiamo che questo interlocutore, che discute con l’ebreo e con il cristiano, è di origine islamica. Il musulmano, dunque, non è assente nel Dialogo, e non manca affatto la terza grande religione monoteista. Semplicemente, il suo rappresentante è in primo luogo un uomo di pensiero libero, non un credente. Ci è forse impossibile comprendere come in quel secolo qualcuno abbia avuto l’ardire di pensare ad una simile figura. Abelardo ci mostra in questo modo un’ampiezza di pensiero unica nel suo genere: egli è capace, negli anni in cui nascono le crociate, di vedere nel diverso anche un interlocutore, e di attribuirgli la responsabilità del dialogo e della comprensione.
La profondità della cultura islamica, anche in relazione al pensiero occidentale, era certamente nota allora più di quanto lo sia ai nostri giorni. Ma in questa intuizione risiede una ricchezza che in nessuna epoca dovremmo lasciar tramontare, sia nel mondo cristiano che in quello non cristiano: si abbandoni ogni approccio dogmatico, si abbia il coraggio del dialogo, e si faccia della ragione il motore del confronto.
Bibliografia
Pietro Abelardo, Dialogo tra un filosofo un giudeo e un cristiano, tr. it di Cristina Trovò, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1995.
Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Abelardo, Laterza, Roma-Bari, 2006.