“Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politica” di Mario Caciagli

cultura politica

Recensione a: Mario Caciagli, Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politica, Roma, Carocci, 2017, pp. 384, 35 euro (scheda libro).


Secondo gli specialisti della politologia è possibile riconoscere in gran parte dell’Europa particolari territori che si caratterizzano per una loro peculiare “cultura politica”. Molte sono in Europa le regioni che si distinguono per la loro bandiera, il comportamento di voto, i quadri di valori, le strutture organizzative e le tradizioni politiche dei gruppi sociali che le abitano. Per tratteggiare le principali caratteristiche di questi territori, tuttavia, un criterio istituzionale che li paragoni a semplici enti dotati di una propria personalità giuridica non basta ed è necessario accostarsi ad essi con un approccio socio-culturale. Quest’ultimo, infatti, permette di cogliere le trasformazioni di lungo periodo che avvengono nel rapporto fra la politica e la società, locale o nazionale poco importa, sia nella sua dimensione spaziale che temporale.

Certamente, regione politica non è sinonimo di regione amministrativa poiché spesso le divisioni culturali dei territori non corrispondono ai limiti imposti dai legislatori. Ma proprio l’assenza di confini certi, complicando le comparazioni e le analisi, rende più avvincente il percorso di indagine e la definizione delle culture politiche in cui l’Europa si è divisa e continua a dividersi, assumendo forme di partecipazione e appartenenza sociale sempre nuove [1].

Tema principale del saggio di Caciagli è proprio la descrizione approfondita di una delle culture politiche più importanti e radicate dello spazio europeo, ovvero la cultura “comunista”, declinata nella sua variante italiana. Delle due grandi culture politiche territoriali del sistema italiano la “bianca” è scomparsa con la DC, mentre la “rossa” ha avuto una lunga agonia [2]. Il lavoro del politologo fiorentino si può quindi intendere come una vera e propria narrazione delle trasformazioni a cui è andata incontro quest’ultima nel corso del Novecento, dalle sue origini nella società agricola a cavallo fra XIX e XX secolo in turbolenta trasformazione, fino alla sua crisi negli anni Novanta del secolo scorso e alla sua definitiva dissoluzione in quest’ultimo decennio.

Ciò che però rende il saggio particolarmente innovativo è la scelta dell’autore di limitare lo spazio della ricerca al microcosmo del Medio Valdarno Inferiore, una delle zone più “rosse” della Toscana “rossa” e noto centro di produzione conciaria. Attraverso quattro cicli di interviste effettuate nel corso di più di vent’anni a “elettori costanti” del PCI e delle formazioni sue eredi (PDS, DS, Rifondazione Comunista e, recentemente, il PD) il fenomeno della cultura “comunista” all’interno dei sei comuni del Comprensorio del cuoio (San Miniato, Fucecchio, Castelfranco di Sotto, Montopoli Valdarno, Santa Maria a Monte e Santa Croce sull’Arno), non solo viene inquadrato nel contesto della trasformazione socio economica dell’area, che evolve da zona agricola mezzadrile e solo parzialmente industriale a comprensorio a prevalenza industriale e di servizi, ma viene rivissuto come una vera e propria “storia familiare” dei suoi abitanti.

Il Medio Valdarno Inferiore, trovando un’espressione di valore scientifico, diviene quindi specchio delle lente ma costanti trasformazioni della cultura politica afferente alla sinistra e privilegiato punto d’osservazione sui comportamenti sociali degli individui che si sono sentiti appartenenti a quella determinata comunità politica. Con una prosa quasi narrativa vengono fatti scorrere di fronte al lettore i pensieri politici e le emozioni di operai metalmeccanici, studenti, casalinghe, contadini, mezzadri e piccoli imprenditori, ma anche di amministratori, sindacalisti, tesserati al Partito e piccoli dirigenti capaci di riflessioni semplici ma allo stesso tempo profonde, di cui l’autore, insieme ad un’ingente quantità di fonti d’archivio secondarie quali documenti delle parrocchie, certificati anagrafici e comunicazioni dalle sezioni di partito più piccole e provinciali, si serve per costruire l’impianto scientifico del libro e dare conto dei cambiamenti della cultura politica “di sinistra”, dal periodo delle lotte mezzadrili degli anni Quaranta-Cinquanta fino alla sua definitiva scomparsa nella società contemporanea [3].

Caciagli identifica la spiegazione di questa decadenza dai ritmi lunghi nella diversa natura della cultura politica “rossa” italiana rispetto a quelle di altri territori europei. In Francia, ad esempio, il PCF poneva quasi solamente il proletariato di fabbrica al centro delle sue attenzioni, così la cultura operaia della banlieu parigina venne completamente travolta dal crollo dell’URSS e dalla deindustrializzazione degli anni Ottanta. In Italia, invece, le classi di riferimento del PCI erano anche i ceti medi e soprattutto i mezzadri, che videro nel Partito un solido punto di riferimento per riscattarsi ed emanciparsi dalla vita nei campi. Fu dunque nelle campagne, ma con il compatto supporto degli operai, che la cultura politica rossa trovò il sostegno più sicuro per la sua sopravvivenza. Alla sua guida si pose il PCI che la rifondò dopo l’esperienza della Guerra e delle lotte degli anni Quaranta-Cinquanta subentrando al PSI, il quale ne aveva gettato le basi durante le lotte sociali di fine Ottocento.

Il Partito, nelle zone di suo insediamento, piantò i semi di una lunga tradizione fatta di valori quali l’etica del lavoro, la solidarietà, la partecipazione e soprattutto il radicamento sul territorio, elementi che, grazie all’istituzione del «socialismo municipale» [4], guidarono la grande trasformazione di regioni agricole in regioni industriali. In un ambiente politico poco polarizzato, i governi locali contribuirono alla crescita di fittissime reti di piccole e medie imprese gestite spesso da ex mezzadri che attribuirono sì a sé stessi ma soprattutto all’appoggio dato dal Partito alle loro battaglie il merito del loro riscatto sociale. Quando le condizioni materiali dei mezzadri cambiarono, la fedeltà politica si mantenne e si trasmise alla generazione successiva.

Certamente, va ricordato che tutto questo avvenne anche grazie a quella che Caciagli definisce «la  corona» [5], ovvero tutta una serie di enti e associazioni satelliti che, rifondando miti e riti vecchi e nuovi (dalle Feste dell’Unità, alla Casa del Popolo fino al mito dell’URSS come laboratorio di una via alternativa di sviluppo e uguaglianza), giocarono un ruolo fondamentale nel mantenimento di una forte egemonia territoriale, trasformando la percezione dei comunisti di essere «diversi e superiori» rispetto al centro romano, antagonista politicamente [6]. Come spiega l’autore: «Conservando molti dei valori tradizionali, la centralità dei municipi e le politiche assistenziali, la subcultura rossa italiana […] divenne sempre più interclassista secondo un’ideologia popolar-progressista in piena consonanza con la strategia del “blocco sociale” del PCI» [7].

La crisi di questo mondo, sia nel microcosmo del Comprensorio, sia in tutto il resto delle “regioni rosse” arrivò con l’avvento della società postindustriale, la fine del Partito e l’indebolimento della vita associativa, in un contesto nuovo dove «gli interessi hanno preso il sopravvento sull’ideologia» [8]. Essendo radicalmente cambiati i modelli di riferimento e le abitudini, la trasmissione della cultura rossa, soprattutto alle nuove generazioni scolarizzate, divenne dapprima difficile ed in seguito impossibile. Fu quindi la somma di trasformazioni locali, nazionali ed internazionali che sfarinò gli elementi centrali della subcultura comunista della quale restarono, e restano, solo alcuni valori, su tutti la solidarietà e la giustizia sociale, ma svincolati dalla politica e limitati ad un livello individuale.

Per questi motivi, a conclusione del lavoro, Caciagli definisce la subcultura rossa «un’epopea del Novecento» [9], riconoscendola cioè come una narrazione epica che si realizzò nell’area del Cuoio, in Toscana ed in molte aree del Paese per un trentennio, fondendo tutti gli elementi sopracitati in un insieme culturale e riuscendo a farlo funzionare come identità a sostegno della propria politica, ma ormai relegata ad «archeologia della politica europea» [10].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La cultura politica rossa fra dimensione locale e internazionale

Pagina 2: La definizione di cultura politica

Pagina 3: Cosa resta oggi della cultura politica?


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(1992) Friulano di origine ma bolognese d'adozione. ha studiato storia all'Università di Bologna e si è laureato in Relazioni Internazionali. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Attualmente in tirocinio a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia a Bruxelles.

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