Architettura ostile. Milano è smart o unpleasant?
- 04 Giugno 2020

Architettura ostile. Milano è smart o unpleasant?

Scritto da Giuseppe Luca Scaffidi

8 minuti di lettura

Proponiamo volentieri questo articolo, originariamente pubblicato su menelique magazine #2 – “La città muta” – primavera 2020. Ringraziamo la redazione di menelique e l’autore Giuseppe Luca Scaffidi per la possibilità di proporre questo contributo ai nostri lettori. Le illustrazioni sono di Davide Bart. Salvemini.


Le misure di emergenza adottate per arginare la diffusione del Covid-19 hanno plasmato nel profondo la nostra concezione di spazialità, trasformandoci in una moltitudine di solitudini connesse e costringendoci a osservare passivamente il lento e inesorabile svuotamento di tutti quegli spazi urbani che viviamo quotidianamente. La continua riproposizione di immagini raffiguranti centri cittadini desertificati ci ha proiettati in uno scenario di pura distopia che, solitamente, tendiamo a collocare nel microcosmo della finzione. Ma la paura del contagio ha messo a nudo tutte le contraddizioni insite nella modernità, ponendo in crisi alcuni tormentoni neoliberali che, fino a qualche settimana fa, venivano ancora presentati come verità intangibili ma che, dinanzi al primo ostacolo, hanno rivelato tutta la loro proverbiale fallacia, primo tra tutti il falso mito della naturale antecedenza dell’individuo sulla comunità: l’enfasi posta sulla necessità di cooperare per la tutela di un bene comune di portata superiore, la salute pubblica, ha chiarificato una volta per tutte che il tutto viene prima della somma delle sue parti, perlomeno su un piano puramente teorico.

Dopodiché, però, bisogna fare i conti con la realtà dei fatti: anche nel mezzo della più grave emergenza sanitaria della storia recente, la città neoliberista non ha esitato nel mostrare il proprio volto peggiore. Neppure la distopia, infatti, ha saputo porre un freno a quella paranoia securitaria che, da più di un ventennio, orienta le politiche pubbliche adottate dai nostri amministratori su scala locale. Gli avvenimenti delle scorse settimane hanno dimostrato ancora una volta come la fede cieca nel paradigma della “tolleranza zero” abbia definitivamente disumanizzato la nostra cultura giuridica, conferendole un quantum di malvagità non più trascurabile. Non è un caso se, nel momento apicale della pandemia, scandito da continui appelli all’unità nazionale e improvvisate esibizioni canore dalle balconate, abbiamo dovuto assistere all’ennesimo, vergognoso giro di vite sulla sicurezza: in quei giorni, a Milano, decine di senzatetto sono stati ignobilmente multati per aver violato l’articolo 650 del Codice penale, rei di non aver rispettato l’obbligo di restare in casa per contenere la diffusione del Covid-19: una violazione imposta dalla necessità dato che, per definizione, si tratta di soggetti che una casa non ce l’hanno.

 

Milano smart, Milano ostile

Secondo un’indagine condotta da Il Sole 24 Ore, Milano è la città più vivibile d’Italia. A determinare questo risultato contribuiscono diversi fattori, come la varietà dell’offerta culturale, gli ambiziosi piani di sviluppo delle periferie e la locomotiva imprenditoriale che genera lavoro e ricchezza, attirando sempre più abitanti all’ombra della Madonnina: la città, infatti, è interessata da un andamento demografico in piena controtendenza rispetto al trend attuale delle altre realtà urbane italiane, con un aumento dei residenti in crescita esponenziale dal 2012. Non dovesse bastare, secondo l’ICity Rank, l’indice di ForumPa che misura la capacità di adattamento dei 107 capoluoghi italiani nel percorso di trasformazione verso la cosiddetta città 4.0, Milano è la prima smart city del nostro paese, quella più “intelligente” in assoluto in termini di solidità economica, mobilità sostenibile, tutela ambientale, qualità sociale, capacità di governo e trasformazione digitale. Tuttavia è sufficiente prendere nota della grossa mole di iniziative locali a trazione turbo-classista per smontare la retorica compiacente della Milano dell’inclusione.

Nel settembre 2018, alcuni negozianti di corso Indipendenza hanno installato dei dissuasori in acciaio davanti alle vetrine dei negozi per impedire ai senzatetto di sostare sulle gradinate dei loro esercizi commerciali. In quell’occasione Fabrizio De Pasquale, consigliere di Forza Italia, non ha fatto mancare il proprio appoggio alla decisione degli esercenti, tessendone le lodi con un post sul suo blog personale:

«Li si può biasimare? Assolutamente no, la loro disperazione è del tutto motivata. Le vetrine di corso Indipendenza devono convivere da anni con questa fauna non proprio pacifica. I clochard italiani e stranieri usano pranzare all’Opera Fratelli di San Francesco e rifornirsi a sbafo di alcolici nei negozi del Corso, dove per evitare discussioni i commercianti regalano loro litri di ottimo Tavernello. Per i bisogni corporali e la pennichella ci sono le panchine dei giardini del Corso, sia pure ridotte per gli interminabili lavori della M4».

Due mesi dopo, l’allora presidente del Municipio 2, il leghista Samuele Piscina, ha promosso un’iniziativa dalle tinte fortemente xenofobe, premurandosi però di edulcorarla con quella patina di candore e finto comunitarismo tipica delle feste natalizie, fornendole una veste piacevole e, ovviamente, sfruttando l’occasione per mettere in moto la giostra dei consumi: il mercatino anti-bivacco, un’isoletta felice del capitale, da installare nei pressi della Stazione Centrale, con tanto di pista di pattinaggio sul ghiaccio, concerti gospel, eserciti di babbi natale e l’immancabile maxi albero a corredo. Il piano avrebbe dovuto inseguire la finalità di evitare che la zona fosse presa d’assalto da un manipolo di barboni e altri individui a basso reddito, magari animati dalla scellerata volontà di usufruire di uno spazio pubblico senza dover essere costretti a aprire il portafogli: un capolavoro d’ingegneria della discriminazione.

L’esempio di Milano è indicativo di come, prima ancora che smart, quella dell’epoca neoliberista sia una città profondamente malvagia, classista e divisiva, fondata sul lavorismo più radicale e sull’emarginazione della cosiddetta disorderly people, ossia l’insieme di quei gruppi etichettati come “destabilizzanti”: ambulanti, tossicodipendenti, prostitute o, più semplicemente, coloro che non detengono il privilegio di accedere alla ricchezza. In tutti i casi, si tratta di categorie percepite come antisociali poiché colpevoli di macchiarsi di un comportamento intollerabile: l’attitudine all’aggregazione. Del resto basta una passeggiata in centro per rendersi conto di come il cosiddetto unpleasant design, l’architettura ostile, stia progressivamente colonizzando (e incattivendo) la nostra concezione di spazio pubblico, emarginando sempre di più il nuovo sottoproletariato urbano dei non occupati. Le città pullulano di marchingegni ideati al solo scopo di scoraggiare la socialità: panchine divise in due o tre posti da braccioli in metallo o, nel peggiore dei casi, intrappolate in gabbie d’acciaio e trasformate in punti d’appoggio per fioriere; sedili spioventi alla fermata del bus; sedute pubbliche prive di schienale, scomode, inclinate, ribaltanti, strette, composte di un metallo incandescente d’estate e glaciale d’inverno. Non dovesse bastare, potremmo pensare a quei simpaticissimi cubi di cemento, impreziositi da luccicanti piramidi di ferro, che vengono posti al di sotto dei cavalcavia per impedire l’adunata di senzatetto alla disperata ricerca di un riparo dalla pioggia battente: è questa la brutale scenografia urbana con cui abbiamo imparato a convivere.

 

Unpleasant design

Le prime riflessioni sul potenziale deterrente del design ambientale – e la conseguente declinazione dell’arredamento cittadino in senso classista e divisivo – affondano le proprie radici nella prima metà degli anni Settanta, quando gli studi sull’utilizzo della progettazione urbanistica a fini di prevenzione e controllo subirono una decisa intensificazione, sfociando nella costituzione di una nuova scienza interdisciplinare, denominata CPTED (Crime Prevention Through Environmental Design). Nel 1972, l’architetto Oscar Newman elaborò la “teoria dello spazio difendibile”, ossia l’idea secondo cui la pianificazione ambientale possa scoraggiare comportamenti potenzialmente criminali. Il caso della hostile architecture rappresenta, dunque, un perfetto esercizio di costruzione sociale dell’insicurezza: siamo ben lontani dal paradigma tradizionale dell’architettura difensiva, ideata nella prospettiva di difendersi da un nemico esterno in caso d’attacco. Nel caso dell’unpleasant design, la “minaccia” (spesso corrispondente a un’attività illegale di trascurabile cabotaggio) è percepibile soltanto in potenza e il “nemico” non è un forestiero, ma un membro di quella stessa comunità che si vorrebbe proteggere, il più delle volte versante in condizioni di indigenza assoluta.

Nel 2012, l’architettura di controllo ha compiuto un decisivo passo in avanti in termini di oppressione dello spazio pubblico. Nel luglio di quell’anno, l’azienda britannica Factory Furniture ha fabbricato la celebre Camden Bench, una panchina in cemento che pesa quasi due tonnellate, progettata per poter resistere a tutta una serie di comportamenti percepiti come pericolosi o antisociali, come ad esempio il contrabbando, disincentivato dall’assenza delle tradizionali fessure, che dovrebbe impedire allo spacciatore di turno di poter usufruire di un sicuro nascondiglio in cui riporre le proprie dosi. Inoltre, la sua superficie è talmente aguzza da scoraggiare qualsiasi skater a utilizzarla come base per eseguire un’acrobazia, ed è dotata di un rivestimento speciale che la rende impermeabile ai graffiti e agli atti vandalici. In un articolo sul suo profilo Medium, Frank Swain l’ha definita come un «non-oggetto», un marchingegno configurabile unicamente per esclusione, «definito assai più da quello che non è che da quello che è». In effetti la Camden Bench sembra essere stata progettata per venire utilizzata in qualsiasi modo, ma non come una normale panchina: schiacciarvi un pisolino rasenta l’impossibilità, dato che la cima increspata e le superfici inclinate, le stesse che prevengono l’accumulo della spazzatura, rendono utopistica non soltanto la prospettiva di sdraiarsi, ma anche il semplice sedervisi sopra. Infine, è dotata di una rientranza frontale che consente a tutti i masochisti che dovessero trovare il coraggio di provare a accomodarsi la possibilità di riporre temporaneamente i loro bagagli dietro le gambe, per motivi di sicurezza. La Camden Bench è il perfetto referente empirico di questa nuova e spietata funzione che, sempre più frequentemente, viene attribuita al design. Un dispositivo violento e altamente gentrificante, che incorpora tutte le caratteristiche tipiche del securitarismo di stampo neoliberalista: l’avversione verso il non occupato desideroso di riposo, la demonizzazione dell’istinto di aggregazione e «la promozione e produzione della paura a uso dei cittadini perbene». La Camden Bench, come altri strumenti di architettura ostile, trae la propria forza legittimante dalla percezione di una minaccia soltanto potenziale, non suffragata in alcun modo dai fatti. Citando Antonio Acierno, autore del saggio Dagli spazi della paura all’urbanistica per la sicurezza, «la paura della violenza cui il cittadino sembra essere esposto in qualsiasi luogo e momento non è riscontrabile nei dati reali, e deve essere intesa come un risultato della mescolanza di informazioni e cultura locale».

 

Bivaccofobia

La declinazione dell’architettura in senso autoritario e torturante affonda le proprie radici in quell’ossessione per le politiche securitarie tipica della nostra epoca, ispirata dalla dottrina della zero tolerance resa celebre da Rudy Giuliani nella New York di metà anni Novanta, che ha contribuito alla diffusione di un virus sociale peculiare: quello della bivaccofobìa. Potremmo definirla come la paura immotivata – e, di conseguenza, patologica – della sosta, l’angoscia procurata dall’osservazione dello stazionamento, il timore insuperabile dell’assembramento o, più semplicemente, la demonizzazione dell’idea stessa di condivisione di uno spazio pubblico. La propagazione di questo morbo è facilitata dal continuo ricorso a una delle formule magiche più politicamente remunerative che esistano, l’abracadabra del neoliberismo: garantire l’ordine pubblico. Come evidenziato da Wolf Bukowski nel suo saggio La buona educazione degli oppressi, «c’è una sorta di necessario lavoro propedeutico al decoro e alla sicurezza e è quello mirato alla cancellazione delle classi sociali […]. Cancellata la classe, le persone saranno da un lato isolate nell’individualismo, e dall’altro confusamente riunite dal nazionalismo». Quella della bivaccofobìa è una partita che si gioca quasi interamente sul piano della percezione: consci dell’alta permeabilità dell’elettorato italiano verso il mito del decoro a tutti i costi, gli amministratori sono sempre più incentivati a assumere le vesti dei vigilantes, capitalizzando la promessa elettorale di assicurare protezione nei confronti di un pericolo che, in realtà, non esiste. Il prodotto finale che scaturisce dalla propagazione di queste narrazioni tossiche è rappresentato dalla fioritura di tutta una serie di dispositivi anti-povero, che finiscono con il plasmare profondamente l’architettura delle nostre città, indirizzandola in un orizzonte di marcata esclusione sociale.

L’esperienza della quarantena ha dimostrato come la bivaccofobia, allo stadio attuale, abbia assunto lo status di male endemico e insuperabile: le misure adottate per placare l’emorragia, in primis il decreto “Io resto a casa”, sono state indirizzate unicamente alla protezione di coloro che possiedono un reddito e un tetto sopra la testa, senza mostrare la benché minima preoccupazione per la situazione di chi quel reddito e quel tetto non ce li ha, e è costretto a arroccarsi sotto ai portici per ripararsi dal freddo. Avvertendo le prime avvisaglie di catastrofe, lo storico dell’architettura Iain Borden ha coniato un termine specifico per descrivere lo stato dell’arte attuale: quella in cui viviamo è l’epoca della mall-ification, l’era della perpetua messa a profitto dello spazio pubblico, della centro-commercializzazione della piazza. Quella dell’epoca neoliberista è, in definitiva, una città pensata a sola misura di occupato, una metropoli dell’esclusione in cui lo spazio per la non redditività non è più contemplato: il vero e proprio locus amoenus del tardo capitalismo, che si vorrebbe colonizzato unicamente da lavoratori zelanti ai limiti del fanatismo e da consumatori pronti a riversare il frutto del proprio sudore nella creazione di altro capitale. Negli ambienti urbani che attraversiamo quotidianamente, la coincidenza tra avente diritto e lavoratore-consumatore è sempre più marcata e, di contro, la sottoclasse dei non lavoranti è sottoposta a un regime di ghettizzazione crudele, pienamente istituzionalizzato dalla formazione di un corposo pacchetto di misure anti-nullatenenza che, colpevolmente, abbiamo imparato a considerare come dei mali necessari.

Scritto da
Giuseppe Luca Scaffidi

Si occupa di attualità, cultura e politica. Tra gli altri, pubblica su menelique, Jacobin Italia, DinamoPress e The Vision.

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