I beni culturali tra legislazione e contesto storico: le riforme Franceschini

Franceschini

Negli ultimi anni il sistema dei beni culturali è stato oggetto di cambiamenti rilevanti. Gli ultimi governi sono intervenuti sia sul sistema amministrativo del MIBACT che sulle politiche sui beni culturali. Pubblichiamo volentieri questo contributo, che è il primo di una serie che l’autore dedicherà ad approfondire diversi aspetti del sistema dei beni culturali italiano.

Questo articolo mira innanzitutto definire il contesto storico che dal 2014 ha portato il Ministero dei beni culturali ad attuare alcune importanti riforme e come le nuove politiche culturali attuate dal ministro Franceschini abbiano in parte portato a compimento provvedimenti del governo precedente. In secondo luogo, l’articolo contiene l’analisi di due significative riforme – il decreto legge sull’Art Bonus e sul Turismo e il decreto dell’agosto 2014 in merito alla riorganizzazione del MIBACT – che hanno cambiato in modo drastico la situazione precedente, introducendo un diverso approccio alla gestione e amministrazione dei beni culturali. Questi due decreti infatti non solo hanno modificato l’organigramma e le competenze dei diversi uffici direttivi del MIBACT, ma hanno anche strutturato un sistema gestionale decisamente più rigido, verticale e volto a favorire la partecipazione privata. 


Un inquadramento storico

Nello spirito della spending review, negli anni dei grandi tagli alle spese pubbliche, venne formulata una serie di ambiziose riforme da parte dell’attuale Ministro della cultura Franceschini (febbraio 2014-dicembre 2016). Seppur legate alla temperie politica della spending review, vedremo come in realtà le ‘riforme Franceschini’ seppero sì obbedire alle generali direttive di riduzione della spesa pubblica, ma al contempo seppe recepire alcuni spunti di innovazione che, in parte, provenivano dal precedente ministro alle politiche culturali del ‘governo Letta’, Massimo Bray.

Dal 2011 infatti si era assistito a una serie di normative che miravano a ridurre la mole dei dicasteri in modo da abbassare i costi della macchina burocratica. Nel 2011 ben due leggi abbassavano le spese dei Ministeri pianificandone la progressiva riduzione per gli anni successivi[1]. Nel 2012 un’ulteriore legge sopprimeva definitivamente alcuni uffici ministeriali e definiva una più generale riduzione dei costi degli apparati amministrativi[2]. Pochi mesi prima, infatti, il Presidente del Consiglio dei Ministri (allora Mario Monti) aveva emanato una direttiva che invitava fortemente i dicasteri affinché riformulassero i loro organigrammi interni per ridurre la spesa pubblica[3].

Un’ulteriore riduzione delle spese ministeriali si ebbe nel febbraio 2014 – proprio a sei giorni dal giuramento del ‘governo Renzi’ – con la diminuzione del numero dei dirigenti ministeriali[4]. Quest’ultima normativa derivava in realtà dalle indicazioni che il precedente governo (‘governo Letta’) aveva suggerito attraverso la breve carica di Carlo Cottarelli come Commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica (novembre 2013-febbraio 2014)[5].

Tuttavia, proprio su questo terreno, ben poco prospero per le politiche culturali, già il ‘governo Letta’ mostrò una sensibilità più fine rispetto ai governi precedenti. Il Dicastero della cultura, allora assegnato a Massimo Bray, attualmente direttore editoriale della Treccani, trovò nelle restrizioni della spending review uno strumento per riformulare la struttura e le attività ministeriali. Nel giugno del 2013, si spostarono infatti le competenze in materia di turismo dal Dipartimento per gli Affari Regionali, il Turismo e lo Sport (governo Monti) al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (governo Letta)[6]. Lo spostamento non fu solo fondamentale per mettere in relazione dati e procedure strettamente legate tra loro (e.g. visibilità dei luoghi culturali e impatto turistico), ma anche per rendere il sistema dei beni culturali economicamente più forte grazie alle risorse derivanti dal turismo. Iniziava insomma a sostanziarsi la tanto decantata idea per cui il sistema dei beni culturali può diventare economicamente più sostenibile anche grazie alle sinergie tra turismo e cultura.

Sempre sotto l’iniziativa del Ministro Bray, si costituì per la prima volta una commissione di prestigiosi accademici e professionisti chiamata Commissione per il rilancio dei beni culturali ed il turismo che si espresse con una lunga relazione nell’ottobre 2013[7]. Se però le argomentazioni e le conclusioni della Commissione non ebbero una traduzione immediata in decreti leggi per l’ormai vicina fine del governo, esse in realtà furono preziose per due precisi aspetti: le riflessioni della Commissione anticiparono alcuni principi riformativi del successivo Ministro Franceschini (non a caso alcuni membri della ‘Commissione Bray’ divennero poi stretti collaboratori del Ministro Franceschini); e, in secondo luogo, permisero l’attuazione di un’importante legge sui beni culturali emanata sempre nell’ottobre 2013. La legge in questione attuava significativi progressi nelle politiche culturali: concedeva ampio spazio alle politiche giovanili in alcuni progetti ministeriali (e.g. 500 giovani per la cultura, la promozione della musica per i giovani artisti); velocizzava il processo di attuazione di progetti internazionali (e.g. Grande Progetto Pompei, Reggia di Caserta); e, inoltre, perfezionava alcuni articoli del codice dei beni culturali (e.g. la valorizzazione delle attività di artigianato locale da parte dei comuni)[8].

Alla luce di ciò, sarà più semplice comprendere come le riforme del Ministro Franceschini non furono solo in sintonia con la generale concertazione del riformismo aperto dal ‘governo Renzi’, ma lo furono anche rispetto agli spunti positivi che il mandato di Bray aveva destato.

L’eredità di Bray e le attuazioni di Franceschini

Dopo la pubblicazione della relazione finale da parte della Commissione per il rilancio dei beni culturali ed il turismo (31 ottobre 2013), il ‘governo Letta’ avrebbe avuto poco più di due mesi prima di dare le dimissioni (14 febbraio 2014). Nonostante ciò, le conclusioni a cui giunse la Commissione nominata da Bray, oltre ad aver finalmente inaugurato una nuova seria discussione sulle politiche dei beni culturali, costituirono in realtà un prezioso riferimento per le riforme del ministro Franceschini, in carica dal febbraio 2014.

Molti degli argomenti presenti nella relazione della Commissione (e.g. «Riorganizzazione del MIBACT», «Sinergie tra pubblico e privato», «Mecenatismo», «rilancio dell’ENIT-Agenzia nazionale del Turismo») appaiono infatti come delle forme embrionali delle successive riforme di Franceschini, attuate di lì a poco. Se infatti si considerano gli argomenti relativi al «Mecenatismo» e al «rilancio dell’ENIT-Agenzia nazionale del Turismo», il richiamo al decreto legge del maggio 2014 sull’Art Bonus e sul Turismo è immediato. Se invece si considera quanto detto rispetto alle riforme della spending review e alla «riorganizzazione del MIBACT» nella relazione della ‘Commissione Bray’, si comprende meglio il decreto dell’agosto 2014 attraverso il quale si è riformulato l’organigramma del MIBACT.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’eredità di Bray e le attuazioni di Franceschini

Pagina 2: Tra mecenatismo e turismo: il decreto legge per l’Art Bonus e per una nuova politica sul turismo

Pagina 3: Una nuova struttura per il MIBACT


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Laureato in Filologia Classica nel 2014 e Archeologia nel 2015 presso l'Università di Bologna, è dottorando presso l'IMT di Lucca in Gestione e Analisi dei Beni Culturali. Oltre a pubblicazioni scientifiche e alla partecipazione in conferenze internazionali, ha lavorato alla pubblicazione di schede di catalogo per mostre museali e ha collaborato con il British Museum di Londra nel Dipartimento di Disegni e Stampe.

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