Scritto da Gian Paolo Faella
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Preterossi si concentra nei capitoli successivi sull’interpretazione di diversi autori. In particolare nel terzo capitolo egli indugia sul ruolo dell’elemento religioso nell’ultimo Habermas, e specificamente sulla possibilità che lo spazio della ragione pubblica (per riprendere la nota espressione di Rawls), possa venire riempito da una funzione religiosa-simbolica.
Habermas alluderebbe pertanto a una genealogia prerazionale dell’etico. La sua teoria del discorso, da questo punto di vista, si sceglierebbe i suoi “miti”, tra quelli più compatibili con la discorsività illuminista, all’insegna della ricerca di un principio cooperativo per lo stabilirsi delle comunità, e non perciò di una riflessione sul potere e sulla sua tragicità.
Nel quarto capitolo l’autore si dedica poi a una disanima della filosofia di Carl Schmitt. Secondo l’autore, ogni epoca ha la sua teologia politica, tanto che anche a proposito del liberalismo stesso potrebbe usarsi quest’espressione.
Secondo Schmitt il fondamento della politica sta in qualcosa che la eccede: l’eccezione. A giudizio dell’autore, per altro, saremmo attualmente in presenza di una metamorfosi categoriale dello stato di eccezione che contraddistingue il passaggio della sovranità da condizione politica a condizione tecnocratica. Ciò, tuttavia, non segnerebbe una eliminazione del potere dall’orizzonte del politico, proprio perché gli stessi processi di spoliticizzazione, proprio come voleva Schmitt, sono in realtà il frutto di attività politiche. L’autore fa capo in particolare a una distinzione, ancora una volta schmittiana, tra spoliticizzazione, e cioè riconduzione all’astrattezza dei conflitti, e neutralizzazione, e quindi annullamento dei nemici interni ed esterni. Tuttavia, il baricentro di tale distinzione andrebbe mutando nelle varie fasi del Moderno, fino alla prevalenza dell’economico che porterebbe a una religione della tecnica.
A dispetto di Schmitt, tuttavia, l’autore sottolinea come la neutralizzazione stessa sarebbe un fenomeno che incorpora fin da subito elementi di una forma di governo dei conflitti, e non solo cioè una prassi decisionistica, e che la difficoltà di portarla avanti nell’epoca contemporanea sarebbe perciò la conseguenza in particolare della complessificazione dei conflitti sociali di cui la neutralizzazione stessa si occuperebbe.
Preterossi, in tal modo, si riconosce in una sorta di filosofia della storia del bilanciamento tra spoliticizzazione e neutralizzazione, che si attaglia forse soprattutto alle società europee. Il Preterossi, in ogni caso, propone di sostituire l’espressione “stato di eccezione” con l’espressione “stato di necessità”, a segnalare come quest’ultimo sia lo stato caratteristico delle sovranità contemporanee, e cioè a rendere evidente come l’eccezione che istituisce l’atto politico sia di fatto una statuizione dell’impossibilità di fuoriuscire da soluzioni tecniche o tecnicistiche.
Nel quinto capitolo l’autore si dedica a un’analisi della filosofia di Hegel, mettendo in campo l’ipotesi che la decostruzione del soggetto non sia l’unica possibilità in capo al Moderno, ma che sia invece possibile percorrere un’altra strada per sviscerare il nesso tra politica e soggettività. Di fatto, egli legge Hegel in maniera piuttosto idiosincratica, e cioè alla luce di Rousseau, Hobbes, e Schmitt, attribuendo un peso fondamentale alla nozione di volontà in Hegel stesso, volontà che sarebbe all’origine sia dell’autorità statuale che della libertà individuale. Una delle differenze fondamentali tra Antico e Moderno, sostiene l’Autore sulla scorta di Hegel, è che nel Moderno su ciò che va deciso la decisione deve essere enunciata esplicitamente dall’uomo stesso con un “io voglio”; il discrimine tra Antico e Moderno sarebbe perciò nel volontarismo, e dunque nella presa d’atto dell’impossibilità di rivolgersi a forze che esprimendo una sostanza inconscia esonerano l’autocoscienza dalla propria responsabilità.
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