Da Bitcoin a Uber. Come cambia il lavoro

Saragozza, Settembre 2014. Condivido l’appartamento con un ragazzo spagnolo che passa buona parte delle sue giornate davanti al computer. Una sera, quando rientro a casa, mi spiega la sua attività. Mi mostra una chiave USB su cui sono raffigurati un paio di picconi. Mi dice che è un attrezzo per fare mining, ovvero produrre moneta virtuale. Lui produce una certa moneta virtuale, con cui compra Bitcoin, per poi poter investire in altre monete virtuali. Il Bitcoin è l’unità di conto che serve come base per le transazioni, come il dollaro nella nostra economia.

Comprendo il piccolo carattere dell’esperimento quando afferma che migliaia di unità di moneta virtuale corrispondono a pochi spiccioli di euro. In seguito, il simpatico coinquilino mi mostra una piattaforma online su cui si può effettuare qualsiasi tipo di contratto tra privati. A suo parere è una rivoluzione che semplificherà la nostra vita. Io sono più scettico. Chi garantirà che i contratti siano rispettati? Il meccanismo mi appare troppo informale, privo di una vera autorità competente che vigili sulla corretta applicazione dei contratti.

Quando ripenso alla nostra conversazione, mi sorgono dei dubbi. Io stesso, durante il mio breve soggiorno spagnolo, ho adoperato strumenti come Airbnb. Il sito web fa incontrare chi ha bisogno di un posto dove dormire con chi è disponibile a fornirlo a un dato prezzo. Recentemente, è sorta la polemica su Uber. Il servizio mette in contatto chi ha un posto auto disponibile con chi ha bisogno di un passaggio.

Queste esperienze, piene di alti e bassi, cambieranno qualcosa nel nostro modo di lavorare?

Una nuova Onda?

Gli economisti neo-schumpeteriani pensano che la storia economica del capitalismo sia caratterizzata da lunghe onde. L’onda si forma quando quella precedente perde consistenza, ovvero durante anni di crisi economica, poi raggiunge la maturità, ovvero il periodo di crescita economica, fino a toccare il suo picco e discendere mentre una nuova onda si forma. Ciascuna onda si basa su di una particolare visione del mondo dal punto di vista tecnico ed economico, ovvero un paradigma. Per questo ciascuna onda ha le proprie tecnologie, sistemi economici, organizzazioni del lavoro e fattori chiave che alimentano la produzione.

L’ultimo cambio di paradigma è accaduto negli anni ’70, quando l’economia è traslata da un sistema economico keynesiano ad uno neoliberale, l’organizzazione del lavoro dal Fordismo alla Produzione Snella, il fattore chiave dal petrolio alla microelettronica. Durante questo passaggio, la Produzione Snella ha reso più democratica l’organizzazione del lavoro. L’avanzamento tecnologico e il maggior grado di istruzione degli operai hanno prodotto migliori condizioni ergonomiche, minori livelli gerarchici, una comunità di fabbrica basata sul team di lavoro e un maggiore coinvolgimento intellettuale dell’operaio.

Malgrado la maggior democraticità del lavoro, i neo-schumpeteriani avevano avvertito che le condizioni finali sarebbero state determinate dal conflitto tra capitale e lavoro. Chi avrebbe prevalso si sarebbe preso la fetta maggiore della torta prodotta dal progresso tecnologico. Come è facilmente osservabile, il capitale ha vinto quella lotta a scapito del lavoro. Se gli operai hanno ottenuto indubbi vantaggi, i ritmi di lavoro sono rimasti stabili, dove non sono aumentati, e l’alienazione non è certo diminuita. Gran parte dei benefici sono stati allocati al lato della dirigenza, che ha potuto disporre di una manodopera sempre più precaria e meno sindacalizzata.

Ad oggi, siamo di fronte ad un’altra fase discendente del ciclo economico. La grande differenza rispetto agli anni ’70 risiede nella tecnologia. Se 40 anni fa si affermava chiaramente una nuova tecnologia, la microelettronica, oggi non vediamo questo grande balzo. Le nanotecnologie appaiono come allo stadio infantile e le energie rinnovabili non comportano cambiamenti produttivi degni di nota. Cosa sta cambiando è il modo con cui la tecnologia viene utilizzata. Dalla fine degli anni 2000 è esploso il fenomeno dei network. Gran parte del mondo è divenuto connesso ad una rete che ci fa scambiare immediatamente suoni, immagini, video, idee, software, servizi, opportunità.

La Condivisione della Conoscenza

Oggi viviamo una situazione drammatica, in cui l’economia è in crisi e la tecnologia non si sviluppa a sufficienza. Al tempo stesso, siamo sempre più connessi e capaci di cooperare per arginare la crisi che ci colpisce. I servizi che possiamo elargire autonomamente appaiono infiniti. Basta pensare che oggi il mio simpatico coinquilino può stampare moneta ed investirla. In futuro potrebbe prestarla ed emettere obbligazioni comportandosi come un banchiere centrale in miniatura.

Una delle poche certezze che ho è che il mio coinquilino non diventerà mai un serio banchiere centrale, perché mancano i meccanismi di tutela erogabili esclusivamente da un governo. Al contrario, può avere un roseo futuro ciò che non implica un alto grado di rischio, come dare un passaggio in auto, fornire un letto, elaborare software e costruire piccoli oggetti. In questi casi, la transazione finanziaria non è cospicua e i meccanismi di tutela possono essere erogati da una semplice piattaforma online come Uber o Airbnb.

Da una parte le conoscenze sono più accessibili e condivisibili. Dall’altra, il capitale fisso necessario ad avviare una qualsiasi attività è più accessibile perché per produrre beni sono sufficienti un computer, semplici macchinari e qualche idea. Possiamo provare a portare all’estremo il ragionamento, pensando utopisticamente che qualsiasi cosa potrebbe essere così prodotta. Se fosse possibile, si andrebbe verso una completa democratizzazione dell’attività produttiva. A livello di produzione, cadrebbe la differenza tra i gruppi operai freelance, detentori della forza lavoro, e chi detiene i mezzi di produzione.

Quindi saremo tutti e felici e contenti? Non esattamente.

Almeno i meccanismi finanziari rimarranno gestiti da grandi gruppi bancari e assicurativi. Per quanto il capitale fisso sarà minimo, non potrà essere eliminato. Chi inizierà un’attività avrà bisogno di capitale per acquistare un’auto, una stampante 3D, un appartamento, etc. Allo stesso modo, molti gruppi operai freelance avranno bisogno di un’entità terza che tuteli il consumatore e garantisca la correttezza delle transazioni. Sarà la lotta fra chi detiene il “grande capitale” e chi il “piccolo capitale” a determinare la nuova organizzazione del lavoro.

Scenari Possibili

In questo momento, la posizione del “grande capitale” è di indubbia forza. Se questo dovesse prevalere, gli operai freelance sarebbero più autonomi, le loro mansioni sarebbero meno alienanti e più democratiche, ma sarebbero soggetti a vincoli che potrebbero portare ad un peggioramento complessivo. Questo ci fa paura e ci rende scettici sui meccanismi più controversi come Uber. Difatti, più democrazia non significa necessariamente migliori condizioni di lavoro. Basti pensare che la società più democratica nella storia umana è quella composta da cacciatori e raccoglitori.

E’ preferibile lavorare otto ore lungo la catena di montaggio in un sistema antidemocratico che rincorrere molto democraticamente un mammut, magari per giorni. Se penso ad attività come Uber, i lavoratori freelance possono essere indotti ad auto sfruttarsi, perché il basso capitale fisso iniziale non garantisce un sufficiente ritorno degli investimenti e chi garantisce la sicurezza delle transazione può essere meglio organizzato per estrarre gran parte dei profitti derivati dal servizio. Il lavoratore può risultare più stressato rispetto alla fabbrica Fordista.

Ma la storia è bella perché può cambiare. La lotta tra “grande” e “piccolo” capitale è solo all’inizio e può avere risultati inaspettati. I produttori potrebbero connettersi in modo da fare sindacato ed erodere parte del potere del “grande” capitale. Ad esempio, potrebbero organizzarsi in modo da decidere una sorta di ridistribuzione dei profitti totali in base al capitale fisso investito inizialmente e alle ore lavorate da ciascuno di essi, dividendosi turni e zone d’influenza. Così facendo potrebbero fermare la concorrenza tra loro, limitare le eventuali perdite, godersi il meritato riposo e fidelizzare i consumatori. Inoltre, potrebbero organizzarsi per ottenere migliori condizioni contrattuali nei confronti dell’azienda che garantisce le transazioni.

E’ utopistico pensare che gran parte la produzione industriale verrà effettuata attraverso questi mezzi. La maggior parte continuerà a rispettare le logiche tradizionali dove l’imprenditore detiene i mezzi di produzione e il lavoratore la forza lavoro. Al tempo stesso, anche nel caso di produzioni più tradizionali come l’automobile, l’organizzazione del lavoro cambierà a causa della maggiore condivisione delle conoscenze operaie. Si affermeranno nuove tecniche manageriali più adatte a soddisfare le nuove esigenze. Anche in questo caso il risultato finale dipenderà dal conflitto tra capitale e lavoro. Nel caso in cui il lavoro si affermasse, si potrebbe giungere ad un’organizzazione di tipo neo artigianale, che ridurrebbe drasticamente l’alienazione operaia grazie a mansioni prive di una sequenza predefinita. Peccato che, per il momento, questa sia ancora un’utopia.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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