Da “Veep” ad “House of cards”: la politica americana attraverso le serie TV

Potrebbe sembrare che le serie televisive siano un argomento il cui interesse non vada oltre il semplice intrattenimento. Ma non bisogna farsi ingannare, sarebbe ingenuo vedere le serie tv, specie quelle che trattano l’argomento “politica”, in questo modo. Soprattutto negli ultimi anni le serie tv hanno raggiunto un sempre maggior livello di qualità artistica e con esso un sempre maggior livello di analisi della società che rappresentano. Non è un caso che tutti i grandi attori del nostro tempo si stiano spostando sul piccolo schermo

Da queste produzioni possiamo avere un punto di vista inedito sulla società americana.

Gli Stati Uniti stanno vivendo un momento travagliato della loro storia democratica. L’opinione pubblica, e dunque l’elettorato, sono polarizzati come non mai. C’è tantissima sfiducia reciproca, in particolare da parte dei conservatori nei confronti del Presidente Obama che, nonostante la sua grande popolarità e le sue due vittorie schiaccianti alle elezioni presidenziali, nel corso del suo soggiorno alla Casa Bianca non è mai riuscito ad avere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso e ora ha addirittura contro sia la Camera che il Senato.

E non si trova certo ad affrontare un’opposizione costruttiva, al contrario, i Repubblicani, cannibalizzati dal movimento ultraconservatore del Tea Party, si sono sempre dati come preciso obiettivo quello di mettere quanto più possibile i bastoni tra le ruote all’Esecutivo.

Questo ha prodotto un perenne conflitto tra Obama e Congresso, il cui più clamoroso esempio è stato lo stallo riguardo al “tetto del debito pubblico”: in sostanza il Congresso avrebbe dovuto votare il permesso di sforare il tetto del debito pubblico stabilito, per gli Stati Uniti una formalità, di solito. Eppure il Tea Party, usando la carta propagandistica del “più debito uguale più spesa pubblica uguale più tasse”, ha per mesi impedito di approvare l’autorizzazione dell’innalzamento del debito, portando quasi al raggiungimento del “baratro” le casse dello stato: chiaramente gli Stati Uniti non sarebbero falliti, ma sarebbero scattate “in automatico” delle contromisure quali ad esempio blocco del pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, erogazioni di servizi, etc.

Questo conflitto però ha di fatto reso il Congresso meno “utile” agli occhi dell’opinione pubblica Americana: un organo che non produce decisioni perché impegnato a litigare è facile che venga visto come superfluo, specie in un paese in cui il leaderismo è quantomai apprezzato.

A causa di questo stallo sempre maggiore responsabilità, in positivo e in negativo, si è concentrata sulle spalle del Presidente Obama e in generale sulla Casa Bianca.

Non credo sia un caso, infatti, che siano state prodotte in questi anni almeno tre serie tv molto importanti che si sono concentrate sull’Esecutivo, seppur in maniera molto differente.

Sto parlando di “Political animals”, “Veep” e – ovviamente – “House of cards”. Sono tre serie molto diverse tra di loro, ma che sono collegate da un fil rouge: l’idea che la politica sia ambizione e spregiudicatezza.

“Political animals” è una miniserie prodotta nel 2012, interpretata da una straordinaria Sigourney Weaver che veste i panni, sostanzialmente, di Hillary Clinton: il personaggio infatti è una rampante avvocatessa sposata con un ex Presidente che, dopo aver perso le primarie del Partito Democratico, ricopre l’incarico di Segretario di Stato (il ministro degli esteri). La serie non ha avuto grande successo nonostante l’eccezionale cast e una storia avvincente, ma cionnondimeno è una rappresentazione piuttosto efficace di quello che gli americani pensano sia la famiglia Clinton: un coacervo di ambizioni sfrenate e ipocrisia, tenuta insieme solamente dal bisogno di raggiungere il potere. Certo il personaggio della Weaver non è totalmente negativo, anzi nei momenti decisivi si rivela un buon politico, ma ciononostante viene rappresentanta come una persona spregiudicata, che non guarda in faccia nessuno e disposta a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. Raramente si pone interrogativi morali, diciamo.

“Veep”, esordita anche lei nel 2012 e prodotta dal canale on demand HBO, ha invece un approccio totalmente diverso. Si tratta infatti di una serie satirica in cui si prende ferocemente in giro il Vice Presidente degli Stati Uniti, una carica che viene presentata come del tutto marginale. A interpretare il Vice Presidente è una bravissima Julia Louis-Dreyfus, anche lei democratica, anche lei sconfitta alle primarie, anche lei con tutta l’intenzione di provare di nuovo a diventare Presidente. La VEEP passa tutto il giorno tra un errore e l’altro, nel vano tentativo di fare manovre politiche che le possano dare visibilità. Tra un’inaugurazione e un evento benifico, chiede costantemente alla sua segretaria se il Presidente abbia chiesto di lei e la risposta è irrimediabilmente: “no”. Come dicevo, l’approccio è molto scanzonato, spesso grottesco, ma ancora una volta la politica viene rappresentata come un teatrino in cui l’unico obiettivo delle parti in commedia è quello di lavorare per il proprio successo personale, senza alcun rispetto per gli elettori che vengono spesso dileggiati e senza nessuna visione di insieme o progetto politico. Contano solo il “sentiment” dei media e le previsioni dei sondaggi.

E arriviamo infine alla serie culto per tutti gli appassionati di politica: House of Cards. La serie ha esordito nel 2013 sul canale online Netflix: nel suo campo è una rivoluzione. È stata la prima serie frutto di una grande produzione che venga distribuita solamente tramite il web (ovviamente parliamo dei paesi in cui Netflix sia attiva, in Italia la serie è stata distribuita da sky). Qui troviamo, secondo me, il legame con quanto descritto prima circa la mancanza di fiducia nei confronti del Congresso e di una maggiore concentrazione sull’esecutivo. Il protagonista – un monumentale Kevin Spacey, che della serie è anche produttore esecutivo – è da molti anni il capogruppo dei Democratici alla Camera. Ha fatto un accordo con il Presidente: in cambio del suo appoggio nella campagna elettorale, il Presidente gli ha promesso il ruolo di Ministro degli Esteri. Tuttavia il Presidente ha un Congresso bloccato, sa che Frank è il miglior capogruppo possibile e rompe il patto: lo lascia relegato nel ramo legislativo invece che portarlo con lui nel suo Gabinetto.

Frank non la manda giù e fa partire una serie di manovre diaboliche che non vi svelo per non rovinarvi il piacere di vedere tutta la serie. Tuttavia, pur non raccontandovi nulla della trama, anche questa volta abbiamo la rappresentazione di una politica in cui gli ideali non vengono mai menzionati. Anzi, Frank dileggia chiunque ne abbia uno che non sia quello di arrivare in cima, con qualunque mezzo.

Più in generale tutte e tre le serie danno una rappresentazione “cruenta” della politica americana: tutta dominata dalla necessità di raccogliere fondi per le campagne e dunque in continuo rapporto di amore e odio con le grandi lobby che influenzano direttamente sia esecutivo che legislativo.

Certo ci troviamo di fronte a delle fiction, ma se non altro abbiamo un’idea di come l’America vede se stessa: non è detto che sia una fotografia, ma certamente è un autoritratto. In altre parole è questo il modo in cui l’America vede la propria classe dirigente: intendiamoci non è propriamente una rappresentazione edificante, ma per certi aspetti non del tutto negativa. I protagonisti, infatti, pur con i loro difetti, sono una elité: straordinariamente intelligenti, straordinariamente preparati, incredibilmente scaltri, capaci di elaborare strategie machievelliche in un batter d’occhio, in grado di trattare abilmente con l’ultimo dei contadini così come con il più potente dei Capi di Stato.

Non c’è quindi da stupirsi se, malgrado una rappresentazione così controversa, lo stesso Barack Obama sia una grande fan di House of Cards, per quanto abbia dichiarato: “Vi assicuro che non è affatto così eccitante essere Presidente, per la maggior parte del tempo si tratta di stare chiusi in una stanza con delle persone che parlano di cose noiose”.

Guardando queste serie tv da un punto di vista italiano, invece, vi sono degli aspetti della politica americana che sono totalmente differenti rispetto a quella nostrana.

Innanzitutto vi è l’incredibile differenza di responsabilità o, se volete, di potere che un politico americano si ritrova a gestire: la più grande potenza economica e militare del globo affronta qualunque vicenda abituata ad essere in cima alla “catena alimentare”. Per quanto in questi anni il ruolo degli Stati Uniti si stia lentamente ridimensionando, soprattutto in merito ai rapporti con il gigante Cina e quello Russia (questa tematica è ampiamente affrontata soprattutto in House of Cards), non v’è dubbio che dalle nostre parti, forse neppure in Europa, non ci sia niente di vagamente paragonabile a quel livello di potere, quindi certi aspetti che possono sembrare esagerati nella narrazione, in realtà sono molto vicini al vero: il Presidente degli Stati Uniti è davvero la persona più potente del mondo, quantomeno una delle… E così i membri del Congresso, all’apparenza “semplici” parlamentari, in realtà per impianto costituzionale, quantità di potere reale e autonomia decisionale, non hanno niente di paragonabile nel nostro sistema.

La stessa cosa si può certamente dire per la quantità di denaro a disposizione della politica americana: Barack Obama ha raccolto per la sua ultima campagna presidenziale la cifra record di un miliardo di dollari, poco meno di lui ha fatto il suo sfidante Mitt Romney. Questa quantità esorbitante di denaro è uno dei protagonisti principali delle serie tv sulla politica made in Usa: ovviamente parliamo di cifre che in Italia non si spendono per le compagne elettorali di un decennio…

Infine l’ultimo degli aspetti: il professionismo. Tutti i personaggi politici delle serie tv americane sono professionisti della politica:

  • Elaine Barrish di Political Animals è moglie di un ex Presidente, è stata governatrice dello Stato dell’Illinois, si è candidata alla Presidenza, fa il Segretario di Stato e si prepara ad un’altra campagna presidenziale. Fa da tutta la vita politica e non ha nessuna intenzione di smettere. E nessuno dei suoi avversari si sogna di rimproverarglielo;
  • Selina Meyer di Veep ha passato anni nel Congresso, si è candidate alla Presidenza, si è ritirata per appoggiare il Presidente, fa il Vice e non vede l’ora di avere una chance per puntare alla Presidenza. La sua professione è la politica.
  • Frank Underwood, è IL politico professionista. Più di vent’anni al Congresso, da lustri Capogruppo, punta sin dall’inizio ad un ruolo nel governo e poi beh, il cielo è il suo limite…

E la stessa cosa si può dire di tutti i personaggi secondari che ruotano intorno ai protagonisti: mediamente il parlamentare al primo mandato è un pivellino che deve imparare tutto, mentre gli unici che contano qualcosa sono coloro che stanno ormai da anni nel Congresso e che hanno capito come districarsi. Il professionismo è considerato un valore e per quanto la critica verso la politica sia feroce in queste serie, questo aspetto non viene mai messo in discussione. È chiaramente inutile fare un paragone con la politica nostra, diciamo.

Alla luce di questo mio, spero non troppo noioso, excursus si potrebbe dire che è molto rischioso immedesimarsi nel “modello americano” di fare politica come, un po’ ingenuamente, si vede fare sui social e persino da qualche analista più raffinato. Il pericolo reale sarebbe quello di prendere solo i difetti di quel sistema che, viste le evidenti differenze che ci separano dagli Stati Uniti, rischiano di essere l’unica cosa che saremmo in grado di importare.


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Classe 1983. E' laureato in Scienze Politiche. Riformista, lavora presso la Fondazione Giorgio Amendola in Torino ed è iscritto al PD.

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