Dalle startup verso una nuova politica industriale. Il caso di IncrediBol

Nel desolante panorama economico contemporaneo, in cui il privato non è propenso ad assumersi rischi e il pubblico non è in grado di imprimere una direzione e un impulso all’economia, è necessario prima di tutto un atto di realismo: occorre riconoscere che gli strumenti messi in cantiere finora per sostenere e incentivare il rilancio del nostro tessuto produttivo si stanno rivelando di scarsa efficacia.

La proposta che si vuole avanzare con questo articolo è di affrontare questo panorama non con inutili disfattismi, ma con uno sguardo attento a possibili nuovi indirizzi e soluzioni alternative.

Ad esempio, per quale motivo non mettere in discussione la divisione netta che ci è stata proposta come indiscutibile a partire dagli ultimi 20 anni, vale a dire quella fra pubblico e privato? È evidente che la questione del rilancio dell’economia costituisca un problema che si colloca al di sopra di tale distinzione, dal momento che si tratta di una urgenza che preme agli interessi di entrambe le parti. Abbiamo bisogno di rilanciare la collaborazione fra mondo imprenditoriale e istituzionale in nome di un orizzonte più ampio e di un’esigenza condivisa. Vogliamo che si proponga un nuovo programma di ricostruzione industriale. Una condizione perché questo avvenga è il superamento, da un lato, delle politiche di puro e sterile amministrativismo; dall’altro la dissoluzione di una certa italica diffidenza nei confronti delle istituzioni, poiché la reciproca mancanza di fiducia fra mondo imprenditoriale e istituzioni è deleteria al rilancio della nostra economia, che in questo momento dovrebbe essere riconosciuta e avvertita come priorità condivisa.

È interessante notare come tuttavia esistano delle esperienze in Italia di simili collaborazioni. In questo articolo ne verrà analizzata una, discutendone potenzialità e limiti. L’esempio che vorrei riportare è quello di un avviso pubblico chiamato IncrediBol, coordinato dal Dipartimento di Economia e Promozione della Città del comune di Bologna, presso il quale ho avuto l’occasione di fare uno stage. Si tratta di un bando finanziato dalla regione Emilia Romagna, rivolto a giovani imprenditori e startup del mondo dell’impresa creativa. L’ambito dell’impresa creativa – individuato come strategico da uno schumpeteriano programma europeo – si allarga a comprendere imprese che vanno dalla creazione di contenuti (web, software, editoria), al mondo del design, alla grafica, al teatro, all’architettura. Centrale al programma europeo (creative SpIN) è il concetto di spillover: bisogna incentivare un dialogo nuovo fra l’impresa tradizionale e il mondo della creatività, perché all’interno di questa sinergia è possibile creare innovazione, unico vero motore della crescita economica, e sviluppare di conseguenza beni e servizi a più alto valore aggiunto. I vincitori del bando hanno la possibilità di accedere al network collegato al comune, ad alcuni (limitati) finanziamenti, a servizi di consulenza, a spazi forniti dal comune, a postazioni di lavoro.

Ho intervistato diversi vincitori delle scorse edizioni, e ho avuto modo di constatare che purtroppo non di rado i progetti non riescono ad andare oltre il livello dell’impresa individuale o del piccolo giro d’affari: le tanto decantate e disruptive startup innovative si risolvono troppo spesso a creare bijoux, complementi d’arredo e oggettistica basata sul riuso di scarti di produzione. Senza nulla togliere a queste ultime iniziative, ciò di cui il nostro sistema produttivo ha bisogno sono prospettive di crescita. È interessante in questo senso constatare che, accanto alle esperienze di cui sopra, esistono casi in cui i progetti iniziali sono evoluti in giovani imprese autonome e con buone prospettive di crescita. Si tratta nella maggior parte dei casi di esperienze in cui il progetto è riuscito a interfacciarsi in modo efficace con l’amministrazione locale.

Spostiamo l’analisi su quest’ultima. Anche sul lato dell’ente pubblico non mancano i problemi. Vi mancano prima di tutto una precisa governance e una coerente capacità di coordinazione. Per rimanere all’interno dell’esempio in considerazione, il settore cui il bando si rivolge è troppo disomogeneo, e la conseguenza è che, a meno di non trovare un (raro) imprenditore con un progetto già particolarmente chiaro fin dall’inizio, le proposte che arrivano si attestano su una certa mediocrità e non sono nelle condizioni di potersi integrare ed essere messe a sistema. All’interno dell’ente pubblico ho avuto modo di incontrare con piacevole sorpresa diverse professionalità preparate e appassionate. È tuttavia frustrante osservare come, di nuovo, quello che viene a mancare è la logica di sistema e la coordinazione. Le informazioni e i contatti non vengono condivisi fra i diversi dipartimenti del comune, con tutte le inefficienze e il gonfiarsi dei costi (sia economici che di opportunità) che questo comporta. La divisione del lavoro non segue una logica di efficienza, ma piuttosto uno spontaneismo tanto innocente quanto inefficace: professionalità che potrebbero compenetrarsi strategicamente si trovano a svolgere compiti incompatibili oppure troppo simili fra loro, ostacolandosi a vicenda invece di collaborare. Quello che più sorprende, infine, è la mancanza di progettualità con cui le pratiche quotidiane vengono svolte. I progetti non vengono sviluppati attraverso un insieme coerente di step successivi e delineati ex ante; al contrario, le pratiche vengono affrontate quasi sempre nell’orizzonte della più assoluta impellenza, quando per svolgerle in efficienza basterebbe programmare con una progettualità e una divisione dei compiti chiara e coerente.

Nonostante tutti questi limiti, l’iniziativa produce in alcuni casi dei risultati notevoli e interessanti, e questo avviene o quando il privato è dotato di una progettualità e di una visione che gli permettono di presentare al pubblico in modo chiaro quali siano le sue esigenze, oppure quando si genera una vera collaborazione privato-istituzione. L’esperienza delle scorse edizioni segnala con chiarezza che i risultati di più grande successo si verificano nei casi in cui il privato e il pubblico riescono a collaborare e a condividere le mutue specificità. Il pubblico è in grado di offrire al privato la conoscenza del proprio territorio, la compenetrazione con esso e la mappatura delle sue esigenze; il privato, a sua volta, mette in gioco la singola idea, la realizzazione di un progetto, l’impegno e l’entusiasmo.

Il bando IncrediBol non è che un esempio del fatto che una prassi di avvicendamento virtuoso di pubblico e privato non è solo possibile, ma anche e soprattutto auspicabile. Si tratta di un esempio di una prassi che, nei casi di maggior successo, andrebbe osservata da vicino. Si tratta infatti di esperienze che segnalano la necessità di rilanciare un ruolo attivo dell’amministrazione e un nuovo patto di fiducia fra cittadini e istituzione. In questo momento le aspettative scoraggianti hanno reso i privati pavidi e guardinghi ripetitori del consolidato. Parallelamente il giustificato timore della corruzione e dell’intrallazzo ha abbassato la politica a ordinaria amministrazione. Questo non significa però che la via di collaborazione fra pubblico e privato non sia percorribile in nessun caso. Nel contesto contemporaneo il privato ha bisogno di essere messo a sistema e di condividere informazioni ed esigenze, mentre il pubblico deve scommettere e prendere una direzione coraggiosa, assumendosene le responsabilità.

Perché questo accada bisogna trovare un orizzonte unico in cui far dialogare le due realtà. Questo collegamento passa per una più alta concezione di cittadinanza e per una più alta idea di politica, che non si limiti all’amministrazione. La congiuntura economica presente può costituire una grande occasione da questo punto di vista, l’occasione per lanciare un nuovo piano di ricostruzione economica. Credo che un simile obiettivo non sia improponibile. Occorre certo immaginare degli intelligenti sistemi di incentivi che si muovano in questa direzione. Ad esempio, si potrebbero concepire degli strumenti innovativi di garanzia del credito attraverso una sottoscrizione in condivisione fra pubblico e privato del prestito. Questo potrebbe avvenire in concomitanza a una responsabilizzazione del creditore pubblico, e a una condivisione di informazioni e di obiettivi da parte del privato, in modo da compenetrare due esigenze strategicamente compatibili (accesso al credito da un lato, necessità di informazione quanto più trasparente dall’altro).

Non si tratta qui di proporre delle pratiche del tutto sconosciute al nostro sistema produttivo. Il nostro paese al contrario ha conosciuto diversi casi di virtuoso e strategico convergere di direzione pubblica e di qualità privata. Pensiamo – per rimanere nell’area del bolognese – al caso della Ducati, trasformata da impresa produttrice di radio e rasoi elettrici in eccellenza della meccanica motociclistica: si tratta di una storia che ha avuto origine da un piano di investimento pubblico, cui poi sono seguiti grandi professionalità e un poco di fortuna. Ai giorni nostri il bando IncrediBol, a sua volta, costituisce un esempio di simili esperienze.

In definitiva, oggi l’amministrazione pubblica non è all’altezza delle esigenze contemporanee, è ridotta a minoritaria e ordinaria amministrazione, conseguenza dello spauracchio del catoblepismo. Gli startupper e le imprese ad alto contenuto innovativo si rivelano essere altro dalla rappresentazione giovanilistica degli spillovers e della disruptive innovation: si tratta di persone che hanno grandi progetti, ma mancano di credito e di garanzie. Al mezzo di queste esigenze si trova un ampio spazio di soluzioni possibili e di sperimentazione di pratiche. Uno spazio da non guardare con risentimento, ma con immaginazione. È possibile e necessario concepire nuovi sistemi di incentivi, finanziamenti e garanzie che trasformino una mutua esigenza in un reciproco guadagno; delle strategie che convertano una duplice indigenza in un duplice successo.

A livello micro esistono già delle esperienze che mostrano con forza che una simile collaborazione è possibile e auspicabile. Compito di un serio programma strategico di ricostruzione del tessuto economico dovrebbe essere partire da queste esperienze per estenderle in via sperimentale a livello macro e sistemico.


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Classe '91. Laureato in Scienze Filosofiche al Collegio Superiore di Bologna. Al momento è PhD candidate in Storia presso l'Università di Cambridge, Pembroke College. Appassionato di meccanica, ciclismo e montagna, si interessa di storia economico-politca, Rinascimento e tecnologia.

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