Dibattito pubblico e soggettività: tra partecipazione e selezione

Quello che segue è il testo rielaborato di un intervento tenuto dall’autore nell’ambito del seminario “La selezione delle elite politiche nell’Unione Europea: la partecipazione dei giovani” organizzato nell’ambito del ciclo EuPolis “Partecipazione politica transnazionale, rappresentanza e sovranità del progetto europeo” che si è tenuto lunedì 23 febbraio presso l’aula Wolf del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza.

Il tema oggetto del dibattito è della massima rilevanza e presenta molteplici aspetti: la questione della selezione delle élite, il riferimento alla dimensione europea e il focus specifico sul problema della partecipazione dei giovani.

Posto che la questione può essere affrontata chiaramente da molti punti di vista, io partirò da un tema specifico, apparentemente eccentrico o marginale ma invece a mio parere decisivo per affrontare i vari aspetti del problema: la questione del dibattito e della discussione politica.

Vorrei muovere da una suggestione che è emersa da molti degli interventi fatti e che la prof.ssa Di Leo ha sottolineato: da un lato il fortissimo contrasto fra ciò che può essere ritenuto necessario e auspicabile per sviluppare una partecipazione politica democratica in grado di dar corso a una progettualità politica di lungo periodo, e la dura realtà delle cose dall’altro. Questo contrasto sembra però inevitabile, qualora non si voglia rinunciare all’idea della politica-progetto. Non bisogna infatti farsi alcuna illusione sulla situazione attuale dei partiti politici: bisogna prendere atto che quel processo di dissoluzione e disgregazione delle forme tradizionali della partecipazione, che parte da molto lontano, è ormai giunto ad uno stadio terminale. Dunque se si vuole dare nuovamente concretezza ai principi e alle istanze che un tempo trovavano espressione nella forma della politica di massa è necessario un profondo ripensamento di quelle stesse forme. Un nodo centrale che è necessario affrontare nell’ambito di questo ripensamento è il modo in cui stabilire un rapporto nuovo tra elaborazione teorica e forme organizzative.

Il venir meno di un dibattito di qualità, autentico ed incisivo, è un fattore importante della decadenza della vita democratica del nostro paese. Naturalmente non si può isolare questo tema, né sostenere che sia, propriamente, una causa della crisi della politica. Il quadro interpretativo migliore per comprendere questo processo è a mio avvisoquello dell’avvento del neoliberismo e delle trasformazioni ad esso connesse, trasformazioni che, da un lato, hanno radicalmente mutato la funzione della politica nel suo rapporto con la sfera economica e nella gestione del processo di accumulazione e, dall’altro, nel suo rapporto con la società. Tuttavia il neoliberismo non va considerato come un fenomeno unicamente economico. Infatti, come evidenziano molte analisi – ad esempio quelle di Foucault1 e di Harvey2, o la più recente di Dardot e Laval3 il l’afferimarsi del neoliberismo è un processo che presenta molteplici dimensioni. Si tratta di un profondo mutamento di egemonia che implica radicali cambiamenti culturali, dell’immaginario e finanche antropologici. Esaminare all’interno di questa costellazione la questione dell’evoluzione delle forme del dibattito politico può, da un lato, essere un utile indicatore per illuminare dinamiche più profonde e, dall’altro, mostrare come questa evoluzione possa aver contribuito a rafforzare e acuire i cambiamenti in corso.

L’interesse per questo tema non muove semplicemente da una passione per il pluralismo delle opinioni e per un’opinione pubblica vivace. Si tratta piuttosto di come si costruisce la democrazia reale. Nel dibattito e nello scontro politico che ne è il presupposto e la conseguenza non si ha infatti semplicemente uno scambio di opinioni da parte di individui atomisticamente considerati. In un dibattito autentico è in gioco la costruzione di soggettività politiche, sia nel senso che l’individuo che proviene da ambienti impolitici può acquisire la grammatica e l’habitus della vita politica, sia nel senso che soggetti collettivi si costituiscono a partire dal confronto sulle questioni e sulle fratture che emergono intorno ad esse. Prendendo posizione sulle grandi questioni del nostro tempo, possiamo, in parte, comprendere chi siamo, individualmente e collettivamente. È evidente come un dibattito di questo tipo abbia requisiti esigentissimi, che sono sicuramente assenti nella quasi totalità dei casi della nostra vita politica. Cercherò ora brevemente di indicare alcuni di quelli che sono, a mio avviso, tali requisiti.

Una prima vitale esigenza è la presenza di solide forme di collegamento tra dibattito politico e dibattito intellettuale. In Italia la storia del rapporto fra intellettuali e politica è ricca e complessa. A una tradizione di sostanziale disimpegno, con alcune eccezioni, fa seguito un periodo, nel dopoguerra, di intenso scambio tra politica e intellettuali e di politicizzazione dell’intellettualità. Questo è da dirsi a maggior ragione per la politica di sinistra4. A prescindere dalle semplificazioni posteriori che possono essere fatte sulla questione dell’intellettuale organico, il rapporto tra intellettuali e partiti politici era complesso e dialettico, talvolta conflittuale, ma spesso fecondo, per cui, studiando i dibattiti di quegli anni, fatichiamo a porre una rigorosa linea di confine fra determinate questioni teoriche e altre, invece, di indirizzo politico. Basti pensare al valore politico che in Italia hanno sempre avuto le interpretazioni di Gramsci5, a certi dibattiti economici6 o delle scienze sociali7.

Tra fine degli anni Settanta e Ottanta inizia invece a maturare un nuovo distacco con un ritorno alla separazione fra politica e cultura. Si afferma un nuovo modello, che ha come caratteristiche l’iperspecializzazione e una rigorosa distinzione fra una politica concepita come sottosistema della società con compiti determinati e una cultura segmentata negli specialismi isolati. Si è potuto pensare, allo scoppiare della grande crisi economica globale, che si andasse verso un’inversione di tendenza e verso un ritorno ad un diverso modo di impostare questi rapporti. Per adesso questo non si è verificato.

È dunque necessario soffermarsi maggiormente sulle caratteristiche di un modello di interazione positiva fra politica e cultura. Presupposto per un dibattito vivo è, almeno in linea di principio, l’idea gramsciana che “tutti sono intellettuali”, ovvero che, almeno in potenza e pur secondo gradi diversi, a ciascuno è possibile acquisire una comprensione generale dei diversi problemi e dunque può esistere una continuità di principio fra lavoro di approfondimento teorico e vita politico-sociale del paese. Altro presupposto è che le divisioni disciplinari siano comprese non come cesure rigide ma solo come separazioni funzionali, in modo che tutte possano contribuire, ciascuna nel proprio ambito, alla costruzione di una comprensione globale della società, presupposto per la sua trasformazione. Naturalmente tutto ciò non avviene spontaneamente ma richiede un complesso lavoro di mediazione e un insieme di strutture a ciò deputate, oltre che una determinata attitudine e un impegno da parte dei singoli, attitudine e impegno che devono essere coltivati e che per diverso tempo negli anni recenti sono stati non solo trascurati, ma anche attivamente contrastati.

Il secondo requisito riguarda appunto questa attitudine e il tipo di soggettività di chi partecipa al dibattito. Da parte di chi partecipa ad esso dev’esserci un desiderio e una disponibilità verso di esso: è necessario ritenere questo tipo di confronto rilevante ai fini della costituzione della propria identità. Questa attitudine è stata pressoché totalmente eliminata perché il senso comune diffuso oggi affida a meccanismi diversi la costruzione dell’identità e assegna alla politica un ruolo subordinato rispetto alla riproduzione del sistema economico concepito come sostanzialmente dato, secondo un modello naturalistico. La ricostruzione di questa attitudine è la parte più difficile, e anche quella decisiva, nel superamento dell’egemonia neoliberista e nell’affermazione di possibilità alternative. Questo tema è anche profondamente connesso al modo in cui la libertà viene concepita, se come un mero rispetto dei confini fra i diversi individui oppure se come insieme di possibilità e di ricchezza esperienziale che si accresce attraverso il confronto e lo scontro con l’altro.

Il terzo decisivo elemento che vorrei mettere in evidenza è il nesso fra dibattito e potere. Forse il fattore decisivo nello svuotamento di significato tanto del dibattito interno ai partiti, quanto dello stesso dibattito nelle istituzioni rappresentative e del dibattito pubblico in generale, è da reperirsi nella crescente divaricazione che si è determinata fra luoghi del confronto e luoghi del potere reale. Se il potere di decidere sfugge al rapporto con la discussione e si autonomizza in una decisione irrelata (o legata a logiche ben lontane dai meccanismi democratici) allora è chiaro che il dibattito finisce per apparire inconcludente e velleitario. Anche qui dobbiamo fare riferimento al processo generale a cui ho alluso in precedenza. Da questo punto di vista sarebbe interessante mostrare come lo sganciarsi dei luoghi e delle forme del potere reale dal processo democratico sia andato di pari passo, negli ultimi trent’anni, con il “privatizzarsi” del dibattito. L’affermarsi della forma del think tank (forma pure importantissima da analizzare anche per comprendere come sviluppare nuovi strumenti di riflessione collettiva), inteso come ristretto luogo di elaborazione legato a specifici ambienti e finanziatori, rivolto principalmente al policy-making e al rapporto con le istituzioni andrebbe considerato nel suo nesso con lo svuotarsi del significato del dibattito pubblico democratico con lo svilupparsi sui media di un nuovo modo di parlare di politica ad usum delphini, per immagini e semplificazioni, un dibattito da avanspettacolo che ha avuto la sua forma paradigmatica nei talk show ma che ha pervaso anche la carta stampata.

Questo ci porta ad accennare ovviamente al grande tema che sta sullo sfondo a questa problematica, ovvero alla grande trasformazione tecnologica che ha portato prima alla nuova centralità della televisione e ora dei nuovi media digitali. Riguardo a questi ultimi, i loro effetti appaiono ambigui. Se da una parte indubbiamente si ha una minore passività e forme di dibattito più articolate sono possibili attraverso i social network, d’altra parte quella che spesso viene generata è un’illusione di partecipazione più che una partecipazione reale: il fenomeno del cosiddetto clicktivism.

La partecipazione digitale rimane una forma individualistica di partecipazione che favorisce fenomeni di radicalizzazione delle posizioni più che di sintesi politica. Questo ovviamente non significa che i nuovi media non possano essere utilmente impiegati, ma sarebbe necessario lo sviluppo di un pensiero a monte che ne evidenzi le specificità e l’utilizzo possibile nell’ambito di una strategia complessiva.

Prendendo atto di questo processo il compito che a mio avviso si pone oggi è quello è quello di pensare nuove forme che, a partire da questa situazione di separazione dei dibattiti, possano nuovamente creare forme di collegamento, possano mediare partecipazione, discussione e analisi teorica. Ottenere questo risultato, e così avviare una riflessione profonda sulle forme attuali del potere globale per comprendere come sia possibile riottenere incisività ed efficacia sui processi, è il presupposto anche per trovare modi per risolvere positivamente l’altro tema al centro del nostro dibattito, ovvero la selezione delle élite politiche. Nel momento in cui è venuto completamente meno quel processo di sinergia fra formazione e selezione, che – almeno in parte – veniva una volta garantito dai partiti politici, siamo consegnati a modalità rapsodiche. A complicare il problema, per venire all’altro punto del seminario, interviene anche la significativa sconnessione fra piano nazionale e piano europeo, le cui élite, infatti, sono separate. La scarsissima conoscenza della dinamiche europee non solo presso le opinioni pubbliche nazionali ma anche presso gli stessi militanti politici, l’autoreferenzialità del dibattito europeo, la separazione de facto (salvo eccezioni) fra élite che operano sul piano italiano ed élite che operano sul piano europeo costituiscono un ulteriore elemento di difficoltà nell’affrontare questa problematica. Non si tratta tuttavia di partire da zero. Esistono già ottime analisi, forze intellettuali. Quello che manca è l’ideazione di forme specifiche che permettano di fare da tramite fra tutto ciò, di mettere in comunicazione ambiti diversi, di collegare dibattiti slegati, di diffondere analisi ristrette ad ambienti specialistici, di fornire strumenti a chi desideri capire il proprio presente e di impegnarsi in politica di poterlo fare.

Si tratta, in altre parole, di ricostruire un tessuto connettivo partendo dall’assunzione della disgregazione di ciò che in passato c’era, non pensando di restaurare qualcosa che è legato ad un’epoca conclusa, ma trovando le forme per adeguare tutto questo al presente. Per esprimere questo compito con un termine gramsciano, si tratta di costruire l’intellettuale collettivo.


1M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso Al College De France (1978-1979), edizione stabilita sotto la direzione di F. Ewald e A. Fontana da M. Senellart, Feltrinelli, Milano 2005.

2D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.

3P. Dardot; C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, pref. di P. Napoli, DeriveApprodi, Roma 2013.

4Cfr. ad esempio, con riferimento al PCI, N. Ajello, Intellettuali e PCI (1944-1958), Laterza, Roma-Bari 1997 e Id., Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991, Laterza, Roma-Bari 1997.

5Cfr. G. Liguori, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti, polemiche 1922-2012, Nuova edizione ampliata e riveduta, Roma, Editori Riuniti 2012.

6Uno su tutti, il convegno tenutosi all’Istituto Gramsci nel 1962 sulle tendenze del capitalismo italiano, cfr. A. Pesenti; V. Vitello (a cura di), Tendenze del capitalismo italiano. Atti del convegno promosso dall’Istituto Gramsci, Roma 23-25 marzo 1962, Editori Riuniti, Roma 1962.

7Ad esempio il dibattito sulle classi sociali negli anni Settanta, cfr. G. Ragone; C. Scrocca (a cura di), La sociologia delle classi in Italia, Liguori, Napoli 1978.


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Nato nel 1986. Direttore responsabile della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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