Domani è oggi: un estratto dal libro di Francesco Billari
- 07 Novembre 2023

Domani è oggi: un estratto dal libro di Francesco Billari

Scritto da Francesco Billari

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«Guardare al domani attraverso le lenti della demografia: partendo dai dati dell’oggi, consapevoli di dove eravamo ieri. Così dovremmo prendere le decisioni più importanti per costruire un futuro sostenibile per la nostra società».

In Domani è oggi. Costruire il futuro con le lenti della demografia Francesco Billari – Rettore dell’Università “Bocconi” di Milano e Professore ordinario di Demografia – riflette sui possibili scenari futuri per il nostro Paese, in ambito politico, economico e sociale, con gli strumenti della demografia, una scienza preziosa non solo per leggere i grandi cambiamenti che attraversano il nostro mondo, ma anche per provare a governarli. Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Egea, un estratto del testo.


Dalle piramidi alle navi

Il Presidente Mattarella, nel messaggio inviato nel 2023 in occasione degli Stati Generali della Natalità, ha scritto: «La coesione sociale del Paese si misura sulla capacità di dare un futuro alle giovani generazioni, creando un clima di fiducia. La struttura demografica italiana manifesta uno squilibrio che deve richiamare l’attenzione. Alle Istituzioni compete la responsabilità di attuare politiche attive che permettano alle giovani coppie di realizzare il loro progetto di vita, superando le difficoltà di carattere materiale e di accesso ai servizi che rendono ardua la strada della genitorialità. Si tratta di una puntuale prescrizione della Costituzione che, all’art. 31, richiama la Repubblica ad agevolare “con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”. Proteggendo “la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”».

Sul fatto che l’Italia abbia un grande problema demografico sembra esservi un’inusuale convergenza di opinioni, dal Presidente Mattarella ai leader di tutti i partiti, da Confindustria ai sindacati dei lavoratori. Questa condivisione della diagnosi a livello bipartisan è molto importante, ed è forse la migliore notizia: occorre portare la demografia al centro della nostra attenzione per «dare un futuro alle giovani generazioni». Lo ha fatto la Francia, creando una corazzata della ricerca demografica che ha contribuito con analisi e proposte. Lo ha fatto la Svezia, con un sistema di welfare stabile e basato da diversi decenni sulla raccolta di dati per la valutazione dell’effetto delle politiche.

 

L’esempio francese: scienza, dati e politiche per la demografia

Porre il problema demografico al centro: questo ha condotto la Francia a creare l’Institut National d’Études Démographiques (INED) con sede a Parigi, ancor oggi il più grande istituto di ricerca al mondo sul tema. I francesi si preoccupano della lenta crescita della loro popolazione nel secolo che conduce alle due guerre mondiali. Dal 1861, per esempio, Germania, Italia e Spagna crescono con un ritmo annuo tra il 6 e il 7%, mentre la Francia cresce solo di poco più dell’1% all’anno. Per questo i francesi, che partono con una popolazione simile ai tedeschi a metà dell’Ottocento, si trovano con quasi venti milioni di abitanti in meno, superati anche dagli italiani. L’INED viene fondato nell’ottobre 1945, alla direzione Alfred Sauvy, il creatore dell’analogia dell’orologio, che tra l’altro suggerisce le prime misure politiche a sostegno della famiglia e della natalità. L’Istituto segue un approccio basato sui dati, sui contributi provenienti da più discipline e sulla rilevanza della demografia per la politica, la società e l’economia. Anche per questo la base delle politiche demografiche francesi è rimasta invariata nei decenni malgrado l’alternanza delle coalizioni: soprattutto in ambito di politiche per le famiglie, la Francia viene descritta come best practice. Il numero medio di figli per coppia nel dopoguerra non è mai sceso sotto 1,7. Nel 2022 sono nati 723 mila bambini: il paese d’Oltralpe è vicino a doppiare l’Italia come nascite in un anno. La popolazione francese, che fino al 1985 era inferiore a quella italiana, ha continuato ad aumentare e nel 2022 è a 68 milioni, di quasi 10 milioni superiore a quella italiana nello stesso anno.

 

La diagnosi del problema demografico e la nascita del welfare scandinavo

Anche la nascita del welfare State dei Paesi scandinavi scaturisce dalla diagnosi di un problema demografico. Siamo tra le due guerre mondiali, non lontani dal periodo di fondazione dell’INED. Come per la Francia, la bassa crescita o più esplicitamente la bassa fecondità preoccupano la Svezia: già nel 1925, al netto della mortalità, il numero medio di figli per donna non assicura la riproduzione delle generazioni, e nel 1936, quando non è ancora scoppiata la Seconda guerra mondiale, la Svezia tocca un minimo di 1,73 figli per coppia. Il tasso di natalità svedese è il più basso al mondo, almeno per quanto risulta dai dati dell’epoca. Dopo varie analisi, Alva e Gunnar Myrdal (entrambi premi Nobel, lei per la Pace, lui per l’Economia) pubblicano nel 1934 il volume Kris i befolkningsfrågan (La crisi nella questione della popolazione), un bestseller per i tempi. I coniugi Myrdal illustrano l’importanza delle tendenze recenti della fecondità, discutendo le possibili conseguenze di un declino della popolazione ed esaminando potenziali risposte politiche. Il dibattito pubblico che segue conduce nel 1935 alla costituzione di una Commissione Reale sui temi della popolazione, con la partecipazione di esperti. La Commissione propone innanzitutto di rispondere alla «crisi di popolazione» partendo da una diagnosi, con un censimento per costituire una base fattuale; successivamente, pubblica studi e suggerimenti di politiche innovative. La Svezia inizia così a sviluppare un welfare particolarmente votato alla compatibilità tra lavoro e vita familiare, all’eguaglianza tra generi, e con una grande enfasi sul benessere dei bambini e dei giovani, fino alla scuola e all’università. Inoltre, gli svedesi, che dal XVIII secolo già dispongono di registri delle nascite, dei matrimoni, dei decessi, giungono a sviluppare un sistema statistico e di valutazione delle politiche senza pari, diffuso poi negli altri Paesi nordici. Dal 1947, utilizzando il «numero di identificazione personale» (il nostro codice fiscale, per intenderci), i «registri di popolazione» permettono di collegare i dati sulle misure di welfare con gli esiti demografici, sanitari, le carriere lavorative, le condizioni economiche e gli esiti scolastici dei beneficiari. In questo contesto, il numero medio di figli per coppia nel dopoguerra non è sceso in Svezia sotto gli 1,5. La popolazione svedese non è mai calata, ed è oggi di quasi 10,5 milioni.

 

L’eccezionalismo demografico italiano

I casi francese e svedese ci insegnano come la diagnosi critica e lucida, basata su dati, della situazione di oggi sia essenziale per pensare il domani. L’oggi che osserviamo in Francia e Svezia, viste come esempi virtuosi di demografia, a metà del secolo scorso era il domani. Ovviamente anche loro continuano ad avere questioni irrisolte, anche importanti, come l’integrazione dei migranti e delle generazioni successive. Ciononostante, hanno pensato molti decenni prima alla questione demografica rispetto a noi.

In Italia l’aumento della durata della vita è proseguito per decenni, inarrestabile, a eccezione dei periodi attorno alle guerre mondiali o del Covid-19, su cui torneremo più avanti. La longevità è una delle caratteristiche dell’«eccezionalismo demografico italiano». La demografia italiana è eccezionale perché siamo un Paese con valori da top ten mondiale su diverse dimensioni (non tutte desiderabili). La durata della vita, dove appunto siamo diventati leader, fa sì che i nostri centenari delle aree interne della Sardegna e della Calabria siano studiati, con i loro stili di vita, come la dieta mediterranea, e presi come esempio. Meno desiderabile è un altro aspetto dell’eccezionalismo: siamo diventati un Paese leader nella bassa fecondità: a metà degli anni Novanta del secolo scorso, insieme alla Spagna, siamo stati i primi ad avere in modo strutturale un numero medio di figli per coppia sotto 1,3. L’espressione lowest-low fertility, che potremmo tradurre come «bassissima fecondità», è stata coniata per questa situazione: siamo molto più vicini a 1 figlio per coppia, quindi a un dimezzamento delle dimensioni delle generazioni nel passaggio da una a un’altra, piuttosto che a 2. Per il calo delle nascite siamo ormai un caso di interesse anche per la grande stampa internazionale, sebbene il primato mondiale sia recentemente passato alla Corea del Sud, con valori inferiori a un figlio per coppia.

Il basso numero di nascite oggi in Italia è dovuto a due fattori concomitanti. Primo, vi sono meno giovani e potenziali genitori rispetto al passato: come ormai sappiamo nella piramide demografica di oggi rimane intagliata la memoria di ieri. Secondo, i giovani e potenziali genitori hanno oggi un numero medio di figli particolarmente basso, rispetto agli altri Paesi. Nell’anno di picco del baby boom italiano (1964) nascevano più di un milione di bambini. Poi, il calo delle nascite, che tra l’altro si traduce successivamente in una diminuzione del numero di potenziali genitori, è continuato in modo incessante. Nel 2021, per la prima volta nella storia delle statistiche italiane, il numero di nati è risultato inferiore a 400 mila. Se negli anni Novanta del secolo scorso siamo divenuti il Paese col più basso numero di figli per coppia al mondo, nel 2022, dopo una ripresa interrotta dalla crisi del 2008, siamo tornati quasi allo stesso livello: 1,24 figli per coppia.

La combinazione italiana tra aumento della longevità e bassissima fecondità porta a due conseguenze, strettamente connesse: la diminuzione della popolazione e l’invecchiamento (veloce) della stessa. Pochi anni orsono la popolazione italiana ha superato per la prima volta nella storia una soglia psicologica: i 60 milioni di abitanti. Secondo le ricostruzioni più recenti dell’ISTAT, questo superamento è avvenuto alla fine del 2011. Un ulteriore leggero incremento ha portato la popolazione alla fine del 2013 a superare i 60,3 milioni di abitanti. Un valore record che sembra oggi essere destinato a rimanere tale per lungo tempo. Il calo successivo della popolazione ha fatto varcare, verso il basso, la soglia dei 60 milioni. All’inizio del 2023 la popolazione residente è inferiore a 59 milioni. Come vedremo meglio, il calo non è avvenuto prima solamente grazie all’afflusso di centinaia di migliaia di stranieri, diventati poi milioni, negli ultimi trent’anni.

 

L’invecchiamento della popolazione

In una persistente situazione di bassa fecondità e alta longevità, aumenta la quota di popolazione in età elevate. L’invecchiamento della popolazione non coinvolge, peraltro, solo l’Italia: abbiamo già menzionato l’idea di global ageing come conseguenza naturale anche a livello mondiale della transizione demografica. L’Italia però invecchia in modo eccezionalmente veloce, a livelli da record. Per questo, la piramide è diventata una «nave demografica»: dobbiamo vederla come una nave da crociera osservata da dietro. La Figura 3 mostra due navi demografiche a distanza di vent’anni. Al 1° gennaio 2003 la fascia di età più numerosa (colorata in grigio scuro nella nave in basso) è quella tra 35 e 39 anni: sono i quasi 4 milioni e 700 mila figli del baby boom, nati tra il 1963 e il 1968. Questo gruppo si trova in un’età centrale per il mondo del lavoro, ancora nel pieno dell’età per diventare genitori. In quel momento il 19% della popolazione ha 65 anni o più, il 14,2% tra 0 e 14 anni. Passiamo a vent’anni dopo, all’inizio del 2023: il gruppo dei nati tra il 1963 e il 1968 rimane ancora il più numeroso (in grigio nella nave in alto), avendo raggiunto 4 milioni e 800 mila unità grazie all’apporto degli immigrati. Questo gruppo ha ormai tra 55 e 59 anni, un’età meno centrale per il mondo del lavoro italiano e che, salvo rare eccezioni, non consente di diventare genitori. La quota di ultrasessantacinquenni ha superato il 24%, e quella di minori tra 0 e 14 anni è al 12,5%. Siamo sul podio mondiale dell’invecchiamento della popolazione: la quota di 65+ è la terza più alta del mondo, dietro il Principato di Monaco (36%, ma con meno di 10 mila residenti) e il Giappone (30%).

Francesco Billari

Figura 3: La nave demografica della popolazione italiana al 1° gennaio: 2003 e 2023 – Fonte: ISTAT.

E domani?

L’inerzia della demografia consente di avere alcune certezze sul domani. Fissate le nascite in Italia in un determinato anno (per esempio 393 mila nel 2022), siamo certi che vent’anni dopo, nel 2042, non potranno esserci al mondo più di 393 mila ventenni nati in Italia. Sulla nave demografica di quell’anno potremmo ritrovare un numero più elevato di ventenni, ma questo succederà solo se arriveranno dall’estero altre persone nate nel 2022. Questa idea di inerzia e alcune ipotesi sul futuro della sopravvivenza, della fecondità e delle migrazioni sono alla base delle proiezioni demografiche, che sono adatte per generare scenari plausibili per il futuro. In passato sono stati proprio gli scenari demografici a far percepire il domani come qualcosa su cui si dovesse intervenire oggi. In Svezia le proiezioni di un potenziale declino della popolazione sono state fondamentali nel porre la demografia come tema centrale di dibattito. In Italia le proiezioni sulla spesa pensionistica indotta dal mix tra demografia e trattamenti pensionistici allora in essere sono state alla base delle riforme del sistema pensionistico degli anni Novanta del secolo scorso, durante i governi Amato e Dini.

Per l’Italia l’ISTAT aggiorna le proiezioni demografiche regolarmente e le proiezioni pubblicate nel 2023 delineano uno scenario centrale, detto mediano, che rappresenta una traiettoria plausibile alle condizioni attuali. Lo scenario prevede una continuazione del trend di diminuzione per la popolazione complessiva, fino a 58 milioni di abitanti nel 2030, 56,5 nel 2040 e 54,6 nel 2050. La Figura 4 propone la nave demografica dello scenario mediano, che si spinge fino al 2080, quando l’Italia dovrebbe avere 45,8 milioni di abitanti. Chiaramente gli scenari diventano tanto più incerti quanto più si allunga l’orizzonte temporale. Nello scenario al 2050 la classe di età più numerosa sarebbe quella tra 75 e 79 anni. La quota di 65+ salirebbe al 27% nel 2030, per poi stabilizzarsi attorno al 33-34% a partire dal 2040. Il declino della popolazione sarebbe particolarmente concentrato nelle età centrali (tra 20 e 64 anni), le potenziali forze lavoro, che passerebbero da 34,5 milioni nel 2023 a 33,2 milioni nel 2030, fino a 27,4 milioni nel 2050 e addirittura 22,7 nel 2080. Gli esperti dell’ISTAT sono espliciti nel dire che la componente che crea maggiore incertezza nei decenni a venire è quella migratoria, anche perché dipende molto dalle scelte politiche. Ci torneremo, doverosamente, più avanti.

Francesco Billari

Figura 4: La nave demografica della popolazione italiana: scenario ISTAT “mediano” al 1° gennaio 2050 e al 2080 – Fonte: ISTAT.

Come navigare verso acque migliori?

L’aumento della natalità è fondamentale per riportare nel medio-lungo periodo la demografia italiana in equilibrio e per rallentare la velocità dell’invecchiamento della popolazione. Per affrontare questo tema servono pragmatismo e attenzione alla valutazione di impatto delle politiche, oltre che una volontà di guardare alle esperienze maturate altrove e anche all’interno del nostro Paese. Non esiste, purtroppo, una pozione magica, una singola misura che possa cambiare il trend delle nascite. Servono combinazioni di politiche di sostegno al reddito per le famiglie con figli (per le quali siamo al quint’ultimo posto nell’UE per rischio di povertà), asili nido e altri servizi per i bambini, congedi di genitorialità, politiche fiscali. Sappiamo che l’eguaglianza di genere, la condivisione dei ruoli di cura e una maggiore occupazione femminile sono legate positivamente, nei paesi avanzati, alla fecondità. La relazione positiva tra uguaglianza di genere, occupazione femminile e fecondità si ritrova anche all’interno dell’Italia. Purtroppo, nel 2022 eravamo all’ultimo posto per tasso di occupazione femminile all’interno dell’Unione Europea (e al penultimo per quello maschile). Questo è un problema, poiché due redditi sono considerati sempre più una precondizione per avere figli.

Occorre quindi creare un ecosistema coerente di politiche, stabili nel corso del tempo, come nei Paesi con natalità più elevata negli ultimi decenni in Europa (Francia e Svezia come abbiamo visto) o in quelli dove si è registrato un aumento delle nascite proprio grazie alle politiche (Germania, come vedremo più avanti). Un famoso slogan pubblicitario, creato nel 1947 ma più volte rilanciato nel corso dei decenni, recitava: «Un diamante è per sempre». Lo correggiamo così: mentre il diamante si può cedere, un figlio è veramente per sempre. Perciò è fondamentale che i potenziali genitori percepiscano le politiche come stabili nel corso del tempo, non soggette ai venti e alle preferenze dei singoli governi: e questo è ciò accade dove la natalità è più alta. Dobbiamo focalizzare l’attenzione più sulla genitorialità che non direttamente sulla natalità. Oggi, poi, abbiamo un’opportunità: poiché la diagnosi viene essenzialmente condivisa da tutte le parti politiche, un accordo bipartisan per misure a grandi linee condivise darebbe quella prospettiva di lungo periodo a chi vuole divenire genitore, o avere un altro figlio. Il Family act, approvato in Italia nel 2021 con il consenso di quasi tutti i partiti, segue l’approccio giusto, e vale la pena di proseguire in quella direzione. Le politiche per la genitorialità non devono condizionare il sostegno a una specifica configurazione di coppia (d’altronde nel Nord Europa da decenni ormai le nascite sono spinte dalla genitorialità fuori dal matrimonio), né alla cittadinanza dei genitori. Devono agevolare la combinazione tra lavoro per il mercato e ruoli genitoriali (per le madri, ma anche per i padri), essere orientate ai bambini sin dalla nascita e accompagnarli alle età adulte. Servono quindi politiche «attive», che consentano alle persone di realizzare i propri progetti, come ha auspicato il Presidente Mattarella. Progetti che si estendono ai figli: anche per aiutare la genitorialità dobbiamo mettere la scuola e i giovani al centro.

Scritto da
Francesco Billari

Rettore dell’Università “Bocconi” di Milano, è Professore ordinario di Demografia presso il Dipartimento di scienze sociali e politiche. In precedenza, ha lavorato, tra l’altro, all’Università di Oxford, dirigendone il Dipartimento di Sociologia, al Nuffield College e al Max Planck Institute for Demographic Research di Rostock. Tra le sue pubblicazioni: “Domani è oggi. Costruire il futuro con le lenti della demografia” (Egea 2023).

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