La lezione dimenticata di Federico Caffè

Federico Caffè

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La lezione di Federico Caffè

L’adesione di Caffè al pensiero keynesiano, di cui fu uno dei maggiori esponenti e promotori italiani, risponde all’esigenza di costruire e implementare un sistema alternativo a quello “mercatocentrico”, capace quindi di supplire alle oggettive mancanze di un’economia di mercato. Non si deve pensare però a un ripresa in chiave radicale del pensiero di Keynes da parte di Caffè, dove le virtù della mano invisibile vengono rimpiazzate dalla deificazione dello Stato. La formulazione teorica dell’economista pescarese era invece orientata verso una via intermedia, un capitalismo epurato dagli elementi di disequilibrio attraverso l’intervento pubblico in materia di regolamentazione della concorrenza. Attraverso un’efficace legislazione antimonopolistica il mercato sarebbe stato infatti libero di operare in condizioni concorrenziali, garantendo livelli di prezzi stabili e incrementi produttivi crescenti.

Per Caffè l’azione pubblica non si esauriva tutta nella regolamentazione giuridica di una sola componente del mercato, cioè l’offerta. Per l’economista il mercato era una struttura valida ma incompleta sotto tutti i punti di vista, incapace cioè sia di garantire condizioni ottimali dal lato dell’offerta (per Caffè il mercato, se lasciato libero di agire, tendeva necessariamente verso l’oligopolio) sia di assicurare un livello della domanda tale da giustificare la produzione stessa.

Nel pensiero keynesiano l’offerta è una componente strettamente dipendente dai livelli della domanda: se nessuno ha abbastanza reddito da spendere, la produzione non avrà alcun motivo di produrre più di quanto viene domandato, tantomeno di assumere più di quanto sia necessario. L’equilibrio che viene a definirsi nei casi in cui la domanda è insufficiente è detto equilibrio di sottoccupazione, poiché i principali fattori della produzione sono impiegati in maniera non ottimale, causando disoccupazione e un impiego non adeguato del capitale. Per Caffè, che recepiva integralmente la tradizione keynesiana, lo scopo fondamentale dell’economia era la riduzione ai minimi termini della disoccupazione, raggiungibile solo attraverso efficaci politiche anticicliche capaci di garantire livelli adeguati di domanda e consequenzialmente di reddito e occupazione.

L’azione pubblica nella vita economica di un Paese, lontana dai richiami statolatri d’epoca fascista, rispondeva invece a una costruzione teorica definita da Caffè “economia del benessere”, intesa come la ricerca dei principi da utilizzare come guida nelle decisioni di politica economica. Questo strumento metodologico si poneva come necessario sia per determinare gli standard minimi delle condizioni di vita di una popolazione (che si configuravano quindi come gli obiettivi stessi di politica economica) sia per individuare le modalità attraverso le quali assicurare gli stessi standard. La ricerca delle linee guida della politica economica conferiva quindi alla teoria economica di Caffè una marcata impostazione volontaristica, in cui la costruzione di un sistema di welfare era essenzialmente vincolata a un elevato grado di partecipazione politica e al riformismo della classe dirigente nazionale.

Nell’ultimo decennio di vita Caffè, preoccupato dall’affievolirsi della vocazione riformatrice della sinistra italiana diresse i propri sforzi teorici verso la definizione degli strumenti necessari per il controllo democratico dell’economia. In un articolo pubblicato nel marzo 1982 sul Manifesto, l’economista sottolineava l’importanza di arrivare a una separazione fra gestione dell’intermediazione finanziaria, affidata ai poteri pubblici, e attività produttiva, nelle mani di un mercato in condizioni concorrenziali, denunciando inoltre i poteri occulti degli operatori borsistici e il lassismo nei confronti dei controlli sui movimenti di capitale[4].

L’urgenza di porre sotto stretta sorveglianza i movimenti di capitale e la speculazione internazionale portarono Caffè a individuare negli organismi sovranazionali un efficace strumento di stabilità finanziaria, utili a svolgere le tradizionali funzioni di prestatori di ultima istanza per scongiurare il diffondersi di crisi di dimensioni mondiali. La collaborazione economica doveva però avvenire tra paesi in condizioni di parità, sotto la sorveglianza non già di una baronìa tecnocratica, ma di un consesso politico e democratico. A tal proposito Caffè fu critico verso la tendenza del Fondo Monetario Internazionale a usare due pesi e due misure con i paesi in surplus e quelli in deficit: ai primi infatti era permesso di bloccare la rivalutazione delle loro monete, impedendo di fatto la diminuzione automatica dell’export e perciò il riequilibrio della bilancia dei pagamenti[5]; ai paesi in deficit era invece imposta la svalutazione delle monete, condannandoli perciò a politiche fiscali restrittive e deflazionistiche.

Altro punto su cui Caffè ritornò più volte fu l’importanza della scala mobile[6], cioè il meccanismo di indicizzazione dei salari, introdotto nel 1975 con un accordo tra la CGIL e Confindustria[7], che permetteva di adeguare le retribuzioni all’inflazione corrente. La maggiore accusa rivolta alla scala mobile da suoi detrattori era quella di promuovere l’inflazione, dato che gli aumenti erano corrisposti di volta in volta non in base all’inflazione reale, ma in base a quella attesa. In tal modo gli aumenti di potere d’acquisto correlati agli aumenti salariali risultavano esser maggiori rispetto alle diminuzioni di potere d’acquisto causati dall’inflazione reale. Per l’economista al contrario l’effetto del meccanismo d’indicizzazione sull’inflazione era irrisoria, essendo gli aumenti di quest’ultima causati in misura maggiore dall’aumento dei prezzi amministrati e delle tariffe pubbliche. A tal proposito il raffreddamento del fenomeno inflattivo era possibile solo bloccando tali prezzi, e insieme introducendo delle limitazioni quantitative all’importazione di beni non necessari che avrebbero portato al riequilibrio della bilancia commerciale e all’apprezzamento della moneta. Alla fine la scala mobile fu notevolmente indebolita per decreto dal governo Craxi nel 1984 e poi definitivamente abolita nel 1992.

Cosa direbbe Caffè del mondo d’oggi? Difficile dirlo, ma si può immaginare la sua opinione critica di fronte a rigidi parametri di convergenza, politiche fiscali univocamente restrittive e tassi d’inflazione vicini allo zero. Si può anche facilmente ipotizzare la sua reazione di fronte ad un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30%. Era del resto lo stesso Caffè, nelle sue lezioni universitarie a mettere in allerta rispetto alle conseguenze catastrofiche della disoccupazione sulla scorta dell’esperienza del ’29. Di fronte al prevalere di politiche di austerità e al permanere di un consenso in merito a ricette di politica economica ispirate ai principi neoliberisti la lezione di Caffè, nella sua apparente inattualità, rivela in realtà la sua forza nel presentare un diverso modo di pensare l’economia. Proprio lui, che in un libro del 1977 si augurava un’economia senza profeti, potrebbe oggi essere paradossalmente visto come tale.

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[4] La liberalizzazione dei movimenti di capitali, pietra angolare del sistema di Bretton Woods e abbandonata progressivamente negli anni Ottanta grazie al trionfo di politiche neoliberiste, ha permesso un aumento dei volumi speculativi internazionali. Grazie alla maggior libertà di circolazione del denaro sono state possibili operazioni che hanno spesso causato gravissime conseguenze sulle economie nazionali e internazionali (attacco speculativo alla Lira del 1992 e crisi finanziaria del 2007).

[5] È questo il caso della Germania e del suo Marco.  È da notare a tal proposito che l’introduzione della moneta unica (barattata al tempo dal placet europeo alla riunificazione delle Germanie) ha permesso alla Germania di mantenere i vantaggi di un surplus economico permanente, evitando per l’appunto la rivalutazione del Marco (estromesso dall’Euro) e quindi il ribasso dell’export.

[6] La necessità di un meccanismo che riequilibrasse il potere d’acquisto in base all’inflazione era particolarmente urgente nell’Italia degli anni settanta, dove il fenomeno inflattivo toccò punte del 25%.

[7] In realtà il meccanismo della scala mobile fu introdotto in Italia nel 1945, mentre trent’anni dopo venne introdotta quella “a punto unico”, cioè unica a prescindere dalla categoria, dalla qualifica, dal genere e dall’età del lavoratore.


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Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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