Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook
- 02 Maggio 2017

Da Marx a Mark: la filosofia della storia ai tempi di Facebook

Scritto da Raffaele Danna

9 minuti di lettura

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Facebook e accountability

Questo succede, da un lato, perché Facebook sta cercando di soprassedere sul fatto che ci sono ancora molti problemi con le nuove industrie high-tech globali. Il primo esempio è il gigantesco problema fiscale: Facebook e altri giganti high-tech sono maestri nell’arte dell’elusione fiscale. Inoltre, i fornitori di informazioni come Facebook e Alphabet (Google) stanno facendo profitti sempre più facili dopo l’avvento degli smartphone. A differenza di alcuni anni fa, ora molte informazioni che queste aziende raccolgono non devono essere cercate. Vengono generate e fornite automaticamente dall’utente. Facebook e Google sono come geografi con mappe che si disegnano da sole, o che almeno si riempiono da sole di informazioni. Ma queste mappe non vengono vendute gratuitamente. E molte informazioni che queste aziende controllano possono essere estremamente redditizie. Ad esempio, è possibile costruire modelli psicometrici della nostra personalità a partire da pochi dei nostri like e dedurne stime accurate del nostro colore della pelle, della nostra intelligenza, del nostro orientamento sessuale, dei nostri atteggiamenti e preferenze politiche. Si è addirittura sostenuto che tali modelli hanno svolto un ruolo chiave nel portare Trump alla Casa Bianca. Da qui, il passo è abbastanza breve per immaginare di costruire una classifica globale degli utenti: dal grado A al grado Z. Si spiegano in questa ottica i rumors riguardo a un grande interesse da parte di Facebook nel piano del governo cinese di progettare una classifica globale dei propri cittadini, in modo da assegnare risorse in modo più efficiente e da tenere sotto controllo gli individui potenzialmente pericolosi, negando loro l’accesso a determinati servizi e diritti.

Questo ci porta al punto centrale: il punto del potere e dell’accountability. È evidente che, nonostante la sua innocente babyface Zuck è in una posizione straordinaria. Egli possiede una rete di enorme potenza, che raccoglie in media dati, relazioni, memorie ed emozioni di oltre 1,86 miliardi di persone al mese. In realtà, Pandora deve molto a Facebook. Probabilmente avete raggiunto questo articolo da un link di Facebook. Gli eventi organizzati da Pandora sono generalmente pubblicizzati su Facebook. Organizziamo le nostre riunioni editoriali e coordiniamo molte delle nostre attività attraverso Facebook. Detto questo, ciò che costituisce veramente la forza del nostro progetto sono le persone reali, le idee e gli incontri reali che danno sostanza al nostro spazio web e cartaceo: Facebook rimane un mezzo (un “media”) per noi. Ma la questione resta sullo sfondo: dovremmo augurarci o meno che Zuck considererà le nostre pagine e contenuti come «significativi» per lo sviluppo di «supportive communities»? Dovremmo accettare di non avere alcuna voce in capitolo sul modo in cui una decisione del genere potrebbe essere presa?

Più in generale, dovremmo accettare la totale assenza di accountability di queste nuove organizzazioni sempre più potenti? È giusto che il proprietario di una macchina straordinaria come Facebook non sia responsabile nei confronti della comunità degli utenti se non attraverso la sua sola buona volontà? Zuck ha ragione dicendo che la tecnologia sta aprendo opportunità senza precedenti e spettacolari, ma queste dovrebbero essere rappresentate in tutte le loro dimensioni contrastanti. Se questo accadesse potremmo gradualmente renderci conto del potere che queste organizzazioni svolgono nella nostra vita quotidiana, potremmo chiederci come queste organizzazioni stanno facendo i loro profitti e chiederci se siamo d’accordo con tutto questo. Riflettere su questi temi e calarli nel loro più vasto contesto potrebbe sviluppare una crescente politicizzazione della tecnologia. La tecnologia sta rendendo possibile la creazione di comunità globali e ciò apre nuove e inesplorate possibilità. Il percorso lungo la formazione di stati moderni è stato quasi sempre contraddittorio, conflittuale e violento. E il più delle volte sono stati i cittadini comuni a pagare le conseguenze di questi processi, perché non sapevano.[1] Personalmente preferirei evitare di «balzare» in una nuova era di ignoranti ingannati.

Concludendo, la filosofia della storia è fatta dai vincitori: da persone e organizzazioni che si sentono in posizione di sapere e, in alcuni casi, di controllare, i meccanismi della storia. Nel suo post, Zuck colloca Facebook in una posizione molto vicina a quella dello stato moderno hegeliano: i social network (e Facebook più di tutti gli altri) sono il risultato finale del progresso storico dell’umanità. È difficile dire se lui creda veramente queste cose o meno, dietro tutti quei livelli di intermediazione con cui sta cercando di mascherarsi. Quello che mostra questo testo è che a Facebook si sentono abbastanza tranquilli nel presentarsi come una delle frontiere dello sviluppo umano. Ma al tempo stesso il fatto che Facebook avverta il bisogno di pubblicare un testo in cui si presenta il proprio programma per i prossimi step è un segno interessante. È impossibile sapere se ciò riflette la percezione di un atteggiamento già mutato degli utenti verso la tecnologia (e di conseguenza la necessità di affrontarlo) o semplicemente la buona volontà dei vertici.

Certamente, considerare la tecnologia come un tema problematico e ricco di tensioni e ripensare la narrazione della glabra babyface all’interno di una complessa rete di potenza, mancanza di accountability e dissimulato ruolo di mediazione può essere un modo per suscitare qualche dubbio. In poche parole, non dobbiamo dimenticare che lo sguardo di chi si mette a scrivere una filosofia della storia dovrebbe essere più simile a questo:

 

Facebook

 


[1] Tilly, C., et al. (1975), The formation of national states in Western Europe, Princeton: Princeton University Press, p. 24.


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Scritto da
Raffaele Danna

Ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna

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