“Occidente senza utopie” di M. Cacciari e P. Prodi

Utopia

Recensione a: Massimo Cacciari, Paolo Prodi, Occidente senza utopie, Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 141, € 14,00  (Scheda libro).


La parola Utopia ha oramai assunto una valenza negativa. Qualcosa di utopico è qualcosa di non realizzabile e quindi non realista (aggettivo che ha invece una valenza assiologica positiva). Segno dei tempi?  Eppure, ogni moderno ha sentito su di sé la brezza del futuro radicalmente altro, dell’avvenire che si trasforma già sotto i nostri occhi. Ogni moderno ha percepito, da una parte o dall’altra, dal reale che gli stava di fronte o dall’altrove assoluto, un vento forte che soffiava verso un altro tempo, del tutto differente dal presente. Chi non ha mai provato nulla di tutto ciò, non è mai stato moderno. Riflettere oggi sui temi della profezia e dell’utopia, come fanno Paolo Prodi e Massimo Cacciari in Occidente senza utopie, vuol dire riflettere sulla vicenda della modernità e più in generale, se si ha il coraggio di non essere così moderni da pensare quest’incredibile epoca come in rottura radicale con il prima, dell’Occidente tout court. Non vi è Occidente senza profezia, come non vi è modernità senza utopia. Il libro è diviso in due parti: nella prima, Paolo Prodi attraversa la storia dell’ebraismo e del cristianesimo intrecciandola con la storia della modernità dal punto di vista che vi svolgono la profezia e l’utopia.

Allora il Signore scese dalla nube e parlo a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i sessanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano tra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosé e disse “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”. Giosuè, figlio di Num, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse “Mosè, mio signore, impediscili.” Ma Mosè gli disse: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse porre su di loro il suo spirito! (Numeri 11, 25-29)

Questo testo è il punto di riferimento di Prodi per tutto il suo saggio. La sua argomentazione si situa al cuore di questo movimento di “cercar casa” della profezia, che anima la storia prima dell’ebraismo, poi del cristianesimo (ma anche, in un certo senso, l’antica Grecia, con il fenomeno, indagato anche da Michel Foucault, della parresia, il dir vero di fronte alla comunità riunita). La profezia è la parola divina, che si incarna in una parola proferita dall’uomo, e si colloca sempre al contrario del potere che si burocratizza e si istituzionalizza. “Lo spirito discese su di loro” ma Giosué, il comandante degli eserciti, vuole fermarli. Non vi è Occidente se non nella lotta tra un potere e una “parola contraria”, che sussiste, e che viene da un fuori che il potere non controlla mai. Questo incredibile moto della profezia nei secoli successivi attraversa tutto, “cercando casa” sempre là dove non vi è burocratizzazione; è possibile così leggere la storia della Chiesa come passaggio da una “profezia istituzionalizzata”, cioè dalla Chiesa militante dei primi secoli, ad una Chiesa medievale che si situa nel “pratico-inerte”, nella burocrazia e nella volontà di potenza. Qui la profezia “viene respinta ai margini delle vita della Chiesa, fuori dal tempo della storia […] la figura del profeta coincide nel medioevo totalmente con la figura dell’eretico”. La profezia è sempre una “parola contraria”, per citare un grande poeta contemporaneo. Essa non si colloca mai dalla parte del principe di questo mondo. In questo senso, la dicotomia “profezia-riforma” diviene ora il centro della storia occidentale. Se la profezia attraversa trasversalmente la storia dell’Occidente, è solo nel tempo moderno che vi può essere utopia, solo quando il tempo si scioglie in una sola dimensione ci può essere un pensiero ed un’azione informata dal totalmente altro qui ed ora. La profezia diviene così unita all’utopia, e si incarna in tutte le rivoluzioni moderne. Per Prodi, come per molti altri storici e filosofi, solo i moderni possono credere alla secolarizzazione, e possono dimentica che si tratta sempre di teologia politica, di teologia civile. Nella lotta tra queste due teologie (in cui la prima incarna la profezia) c’è una lettura possibile della storia del Novecento. Cosa accade oggi? Il tema del momento, in questo “cercar casa” della profezia, è la vicenda di Papa Francesco, secondo Prodi. Francesco può incarnare la figura della profezia e sembra che la mobilitazione della Chiesa che sta mettendo in atto abbia quindi una storia antica. Difficile non porsi una domanda, a questo punto: questa profezia, questa parola contraria, non sarà forse essa stessa fonte di questo “incancrenimento” a cui Prodi fa spesso riferimento? Ed il suo problema non potrebbe essere in fondo anche la sua forza, cioè il suo venire sempre da fuori, l’essere sempre, in fondo, il portato di un pontifex, di un qualche creatore di connessioni tra dimensioni radicalmente differenti, a cui bisogna guardare come ad una figura essenzialmente autoritaria? Che rapporto può avere una visione simile della profezia con la democrazia e con una visione che vuole garantire una prospettiva non autoritaria?

“Per parte mia confesso che non mi manca il coraggio di portare un pensiero fino in fondo; finora non mi sono imbattuto in nessun pensiero di quelli che fanno paura.” Il saggio di Cacciari mi pare sia da leggere all’insegna di questa frase di Kierkegaard, come mostrerò concludendo. In questo saggio Cacciari traccia una storia dell’Utopia, dal Rinascimento, in cui, nelle opere di Tommaso Moro e di Campanella, dice Cacciari, l’Utopia svolge un ruolo di legame tra la scienza e la politica; ogni Utopia è scientifico-politica, perché la promessa di liberazione viene in primo luogo da questa scienza che è appena nata e che proietta, ancora fino al ‘900, la sua immagine di liberazione materiale lungo tutto il futuro. Nel Novecento, sembra dire Cacciari, l’Utopia passa invece completamente nel campo del marxismo. Qui Cacciari fa una distinzione importante tra due modi possibili di vedere l’Utopia: da un lato un gruppo di pensatori, il cui rappresentante principale è per Cacciari Bloch, che vedono l’Utopia come il sogno che viene sempre da fuori e che porta il novum in questo mondo; a partire dalle lotte in questo mondo, è il novum assoluto che si presenta alla scena politica. Dall’altra parte Lukacs, che vede invece solo nell’immane potenza del negativo, di quel negativo che è la classe operaia, il motore, certo, ma anche il contenuto della rivoluzione. Solo immanenza emerge dall’immanenza, mentre per Bloch ogni rivoluzione è in fondo rivoluzione religiosa, è trascendenza che irrompe.

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Indice dell’articolo

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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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