Giorgio La Pira fra politica e fede

Giorgio La Pira

«Il pane, e quindi il lavoro, è sacro; la casa è sacra, non si tocca impunemente né l’uno né l’altro: questo non è marxismo, è Vangelo». La frase, contenuta in un telegramma inviato nel 1958 al Cardinale Elia Della Costa, riassume i capisaldi del pensiero di Giorgio La Pira: un’interpretazione del Cristianesimo che presentava importanti ricadute politiche.

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo in provincia di Ragusa, secondogenito di una famiglia di umili origini sociali. Nel 1914 si trasferì a Messina dallo zio Luigi Occhipinti, titolare di un’azienda commerciale, dove La Pira lavorò dopo aver ottenuto nel 1921 il diploma di ragioniere e perito commerciale presso l’Istituto Commerciale “A. M. Jaci”. Nel 1922, dopo aver preparato in un solo anno l’esame di maturità classica (grazie all’aiuto del Professor Federico Rampolla del Tindaro), ottenne il diploma liceale a Palermo.

Durante la frequentazione di casa Rampolla egli conobbe il fratello sacerdote Don Mariano Rampolla, figura essenziale nel percorso di riscoperta della fede e della tradizione cristiana. Nel soggiorno a Messina La Pira frequentò i circoli futuristi, rimanendo affascinato dagli ideali di cambiamento veicolati da letterati come D’Annunzio e Marinetti; in quegli anni conobbe Salvatore Pugliatti, futuro rettore dell’ateneo messinese, e Salvatore Quasimodo, con cui fonderà il Nuovo Giornale Letterario nel 1917.

Dopo la maturità La Pira si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove legò profondamente con il professor Emilio Betti. La Pira frequentò la facoltà per tre anni accademici fino al 1925, quando il professor Betti, trasferitosi a Firenze, lo invitò a raggiungerlo. In quell’anno La Pira venne consacrato terziario domenicano a Messina, assumendo il nome di Fra Raimondo, divenendo successivamente anche terziario francescano. La consacrazione fu il risultato di un percorso spirituale iniziato nella Pasqua 1924[1], indicato da La Pira stesso come l’inizio della sua conversione alla fede cattolica.

Raggiunto nel 1925 il professor Betti a Firenze qui La Pira frequentò l’ultimo anno accademico, ospitato in quanto terziario presso il convento Domenicano di San Marco. Il 30 Luglio del 1926 si laureò a pieni voti con una tesi intitolata La successione ereditaria intestata e contro il testamento nel Diritto Romano, pubblicata poi nel 1930. Lo stesso La Pira, su proposta di Betti, fu nominato dall’Università di Firenze assistente di diritto romano per l’anno accademico 1926-27, ottenendone nel 1930 la libera docenza; nel 1934, a soli 29 anni, gli fu affidata la cattedra da ordinario nell’ateneo fiorentino.

Negli anni Trenta il percorso accademico di La Pira fu affiancato dal dispiegarsi della vocazione religiosa. Già nel 1927 aveva rinnovato l’impegno religioso vestendo i panni di terziario domenicano nella chiesa di San Marco a Firenze, entrando l’anno seguente nel Movimento Spirituale del Terz’Ordine Francescano, dove pronunciò i voti d’obbedienza, povertà e castità. Nel 1934 fondò prima a San Procolo e poi alla Badia fiorentina la “Messa del povero”, finalizzata all’assistenza materiale e spirituale dei poveri. Nel 1936 entrò nella comunità domenicana di San Marco, dove ebbe modo di formare il proprio pensiero cristiano attraverso lo studio delle opere di San Tommaso.

Durante la seconda metà degli anni Trenta La Pira si avvicinò al mondo della politica, anche grazie all’amicizia con Don Raffaele Bensi, sacerdote fiorentino legato alla Gioventù di Azione Cattolica e noto per i suoi orientamenti antifascisti. La presa di posizione contro il regime trovò una prima e importante espressione nella fondazione nel 1939 della rivista in lingua latina Principi. Le citazioni di brani dei padri e dei dottori della chiesa contenute nella rivista miravano a denunciare, senza incorrere nella censura, le brutalità della politica fascista e nazista. La condanna del razzismo si accompagnava alla riaffermazione dell’eguaglianza, della dignità umana e di un ideale etico-sociale cristiano, i cui principi erano riproposti per il tramite della Chiesa in un’ottica rigorosamente gerarchica e societaria.

La rivista, soppressa dal regime nel 1940, venne sostituita nel 1943 dal foglio clandestino “San Marco”, la cui pubblicazione fu presto interrotta a causa dell’avversione fascista. Il 29 settembre di quell’anno La Pira fu costretto a fuggire dal convento dopo una retata nazifascista, rifugiandosi prima a Fonterutoli (Siena) presso la famiglia Mazzei, e poi in un sobborgo vicino, Tregole, dove contrasse una forte bronchite a causa dell’umidità e del freddo. A Novembre venne spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, e l’8 dicembre La Pira fu costretto a lasciare Fonterutoli per Roma, dove ottenne dal Vaticano una tessera di riconoscimento come collaboratore dell’Osservatore Romano.

La Liberazione aprì la fase più politica della vita di La Pira. Nel 1946 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente nella lista della Democrazia Cristiana. Legato alla corrente sociale democristiana dei “professorini”, di cui facevano parte Giuseppe Dossetti e Amintore Fanfani, La Pira fu membro della commissione dei settantacinque, incaricata di redigere il testo costituzionale, e della prima sottocommissione, deputata alla stesura dei principi fondamentali. Il suo contributo principale fu l’articolo 2 della Costituzione[2], in cui la centralità dell’individuo tipica della tradizione cristiana veniva riaffermata, ponendo un equilibrio fra il “singolo” e le “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” da un lato e fra i “diritti inviolabili” e i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” dall’altro. Decisivo fu il suo apporto anche nello storico compromesso con Togliatti sull’accettazione dell’articolo 7[3].

La Pira con Aldo Moro

La Pira e Aldo Moro

Nell’aprile 1948 fu rieletto deputato per il collegio Firenze-Pistoia e nominato Sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale nel governo De Gasperi V, impegnandosi in questo periodo al fianco dei lavoratori nelle numerose vertenze sindacali del dopoguerra. Si dimise nel 1950 insieme agli altri membri della corrente dossettiana per dissensi su alcuni aspetti della politica sociale ed economica del governo.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il Professor La Pira, tra spiritualità e antifascismo

Pagina 2: Il comunista bianco: La Pira sindaco di Firenze

Pagina 3: L’impegno per la pace tra i popoli


[1] Fioretta Mazzei, attivista e amica intima di La Pira, ricorda che l’incontro di quest’ultimo con la fede avvenne già prima della Pasqua 1924. A Messina La Pira, poco più che quindicenne, si recò in chiesa per consegnare delle cose per conto dello zio; giunto lì rimase incantato dalla soavità del canto di un coro di suore, intuendo in quella melodia l’esistenza di una dimensione ulteriore.

[2] «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

[3] Si tratta dell’articolo sul rapporto Stato-Chiesa, che recita «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».


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Nato nel 1996. Laureando in Storia all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente di storia del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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