Gli italiani e la quarantena: cos’è cambiato in due mesi di pandemia?
- 29 Aprile 2020

Gli italiani e la quarantena: cos’è cambiato in due mesi di pandemia?

Scritto da Davide Angelucci e Davide Vittori

14 minuti di lettura

La pandemia di Covid-19 ha avuto un tremendo impatto sulle abitudini e sugli usi di tutti gli italiani. Dalla fine di febbraio ad oggi, il governo italiano si è visto costretto a restringere fortemente gli spostamenti dei cittadini e a bloccare il motore economico del paese per fare fronte ad una delle più gravi crisi sanitarie dal Dopoguerra ad oggi.

In questo periodo di quarantena i cittadini si sono dovuti scontrare con una realtà del tutto nuova che ha stravolto dalle fondamenta gesti ed azioni quotidiane. Si pensi solo alle ore passate dentro le mura casalinghe nell’ultimo mese e mezzo comparate a quelle di soli tre mesi fa, ma anche ai cambiamenti politici, con il Parlamento pressoché fermo e l’azione politica lasciata (quasi) esclusivamente nelle mani del governo. La pandemia rappresenta a tutt’oggi quella che sociologi e politologi definirebbero una giuntura critica, ovvero sia un punto di svolta epocale che traccia (e traccerà) per forza di cose un solco tra il “prima” e il “dopo” (che tutti ci auguriamo possa arrivare il prima possibile). In tutte le giunture critiche, la politica non scompare, anzi assume una maggior centralità, anche in confronto ad altre forze (come quelle economiche) che negli stati capitalistici avrebbero ben altra preminenza.

In tali contesti, chi detiene il potere esecutivo in contesti democratici (il governo) ha un ruolo di cruciale importanza in quanto si trova ad operare in uno stato di eccezione, dove vengono limitate o compresse funzioni di controllo spettanti di norma ad organi legittimamente eletti (es. il Parlamento). Non solo, in una giuntura critica “sanitaria”, se paradossalmente il governo assume una centralità ancora maggiore, le sue decisioni dipendono in larga misura dagli esperti in materia. Infine, nelle “giunture critiche” si assiste frequentemente ad un fenomeno chiamato “rally around the flag” (stringersi attorno alla bandiera) per cui i cittadini di un dato paese si stringono attorno a chi detiene il potere richiamandosi ad una comune identità. Un fenomeno certamente non nuovo e che invero è una costante, ad esempio, durante le guerre, ma che potrebbe essere meno scontato per una crisi come quella che stiamo vivendo. Stringendosi attorno alla bandiera, le opposizioni hanno un compito più arduo perché la loro critica potrebbe essere interpretata (e strumentalizzata) come un tentativo di sabotare dall’interno il paese mentre un nemico comune (sia esso un virus, una catastrofe naturale o un altro paese) è alle porte. Di qui, il rischio che nelle situazioni di emergenza vi siano tentazioni autoritarie, specie in contesti dove la democrazia è meno solida. Nelle crisi, la creazione del “nemico” politico (vero o immaginato), non è certo una novità e quando accadono stravolgimenti di portata storica come appare essere questa pandemia, lealtà un tempo solide possono venire meno.

 

Il sondaggio

Come scienziati politici abbiamo quindi tentato di capire l’impatto di questi cambiamenti con gli strumenti a nostra disposizione, ossia un sondaggio on-line[1]. Il nostro lavoro si è mosso essenzialmente su macro-livelli, di cui riportiamo qui i principali risultati.

Il primo livello concerne l’impatto più generale dell’emergenza sanitaria sul tessuto sociale del nostro paese. Ci siamo chiesti quali siano state le ripercussioni psicologiche e sociali dell’emergenza e se ed in che misura questa abbia ridefinito gli atteggiamenti dei cittadini verso le restrizioni imposte alle libertà individuali. Questo ci ha permesso di interrogarci non soltanto sulla “tenuta” della nostra società, ma anche su quale sia soglia di tollerabilità tra i cittadini italiani di misure che entrano fortemente in tensione con i principi liberali delle democrazie contemporanee.

Il secondo livello riguarda invece la dimensione più genuinamente politica. Nello specifico, abbiamo sondato le posizioni dell’opinione pubblica italiana non soltanto sulla politica interna, ma anche in relazione ai rapporti dell’Italia con l’Unione Europea. Per quanto riguarda gli aspetti di politica interna, il governo italiano, stando ai sondaggi, prima della crisi non godeva certo di un ampio sostegno e nemmeno tra le forze di governo vi era compattezza, basti pensare all’uscita di Matteo Renzi dal Partito Democratico e alle fibrillazioni causate dalle dimissioni di Di Maio da capo politico del MoVimento 5 Stelle. Per i più critici, il secondo governo Conte nasceva con il preciso intento di evitare le elezioni (e la vittoria del centrodestra) piuttosto che con quello di portare avanti un programma di governo vero e proprio. Nel bel mezzo della pandemia come viene valutata l’azione di governo? Per quanto riguarda la dimensione dei rapporti dell’Italia con i suoi partner europei e con le istituzioni dell’UE, ci siamo interrogati invece su come venga percepita l’Unione Europea in questo contesto di crisi. Vale la pena qui notare che il nostro sondaggio è terminato prima che in Italia si parlasse (nuovamente) del MES e quindi i nostri dati non raccolgono l’impressione del momento, quanto semmai una potenziale (in)soddisfazione più strisciante nei confronti dell’UE e degli altri partner internazionali.

Società

Disgregazione sociale e diseguaglianza

Le restrizioni imposte in seguito alla diffusione della pandemia da COVID-19 hanno senz’altro contratto gli spazi di socialità, costringendo milioni di persone in casa. Gli effetti di queste misure dal punto di vista sanitario ed economico emergono ormai con una crescente chiarezza. Meno conosciuti sono tuttavia gli effetti sulla sfera emotiva degli individui. La rottura di quei rituali sociali che agiscono come collanti di un tessuto sociale e che creano reti di contatto (la banalissima cena con gli amici o la condivisione degli spazi sociali che alimentano identità di gruppo) possono infatti avere conseguenze non irrilevanti sulla percezione individuale di appartenenza ad un gruppo sociale (il sentirsi parte di una comunità). Una delle manifestazioni più evidenti di una perdita di ancoraggio sociale è da ritrovarsi probabilmente nella acuta percezione individuale di solitudine, di alienazione dalla società e dalle sue strutture. Per quanto necessarie alla tutela della salute fisica delle persone, le misure di contenimento e le restrizioni alle attività sia lavorative che ricreative imposte dall’emergenza sanitaria, potrebbero aver generato ripercussioni rilevanti tanto su questa sfera che coinvolge tanto il benessere individuale della persona quanto sulla percezione di integrazione sociale. I nostri dati ci consentono di valutare, seppure non in modo definitivo, in che misura questo sia effettivamente avvenuto.

Sebbene una maggioranza assoluta del nostro campione (73%) abbia dichiarato di non essersi sentita sola durante l’emergenza sanitaria (Figura 1), una proporzione non affatto irrilevante dei rispondenti dichiara invece il contrario. Le restrizioni sembrano aver pesato in modo rilevante su più di un quarto del campione, instillando una percezione di solitudine. Come rilevato, si tratta certamente di una minoranza dei rispondenti, ma una minoranza affatto irrilevante. Si pensi a questo proposito che in una rilevazione analoga precedente all’emergenza sanitaria (European Social Survey, 2012), all’incirca il 10% dei rispondenti dichiarava di essersi sentito solo sempre o il più delle volte nella settimana precedente. Sebbene si tratti ovviamente di due rilevazioni differenti per cui il confronto tra i due dati richiede cautela, gli ordini di grandezza delle due proporzioni sembrano indicare un effetto dovuto alle restrizioni legate all’emergenza sanitaria.

Vale la pena notare che l’effetto delle restrizioni legate all’emergenza coronavirus non sono distribuite equamente tra diversi gruppi sociali. Sono infatti i più giovani (il 35% nella fascia di età tra i 18-34 anni) e le donne (il 30%, contro il 24% tra gli uomini) a percepire un maggiore senso di abbandono. Il dato, se fosse confermato, mostrerebbe un effetto ineguale dell’emergenza sanitaria sul benessere individuale delle persone, di fatto colpendo le fasce sociali generalmente più deboli e vulnerabili della nostra società. In altre parole, l’emergenza COVID-19 avrebbe agito anche come catalizzatore di diseguaglianze sociali già ben radicate nel nostro tessuto sociale.

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 1 – Gli effetti del coronavirus sulla percezione individuale di isolamento

Il dato, inoltre, mostrerebbe un ulteriore “apparente” paradosso: è tra i nativi digitali, nella generazione dei social e della condivisione, che si annida una maggiore percezione di solitudine. Da una parte, questo risultato potrebbe essere rivelatore di un’insufficienza della tecnologia moderna a colmare gli spazi di socialità “fisica” che vengono progressivamente rimpiazzati dalle piattaforme social online. Dall’altra, potrebbe nascondere un disagio più profondo delle generazioni più giovani, un disagio legato alla profonda crisi economica (quella del 2008) a cui se ne sta aggiungendo una nuova, presumibilmente più grave, il cui effetto sarà quello di combinare incertezza economica e insicurezza fisica.

Nuovi modelli sociali e libertà democratiche

Il tema dell’incertezza economica e dell’insicurezza apre un ulteriore interrogativo. La crisi dell’economia italiana a seguito dell’emergenza sanitaria è stata ampiamente annunciata, ma le sue dinamiche sono tutt’altro che chiare. In ballo ci sono le misure che il governo deciderà di adottare, la stessa stabilità dell’attuale compagine governativa e della sua conseguente capacità di guidare il paese nei prossimi mesi, nonché le difficili negoziazioni con gli altri partners europei e con le istituzioni dell’UE.

Incerte sono pure le dinamiche dell’emergenza sanitaria. Molto dipenderà dalle scelte politiche dei prossimi giorni, ma ciò che è chiaro è che dovremo trovare e sperimentare nuove regole di convivenza, ripensando le modalità del lavoro e le forme dell’interazione sociale a cui eravamo abituati. Le norme di distanziamento sociale e la contrazione degli spostamenti individuali non rappresenteranno, molto probabilmente, una semplice parentesi nelle nostre vite, ma un fatto con cui convivere che condizionerà le libertà tipiche di un regime democratico.

L’individuazione di un punto di equilibrio tra libertà individuali e sicurezza collettiva è un dilemma classico per le democrazie moderne, che oggi evidentemente richiede un nuovo bilanciamento che preservi sia la salute pubblica, sia i principi di libertà che sono a fondamento delle democrazie liberali. E come sempre accade in politica è qui che emerge un trade-off chiaro: quanto siamo disposti a sacrificare delle nostre libertà individuali al fine di ottenere una maggiore sicurezza “fisica”? Quanto giustificabili sono, ai nostri occhi, misure che restringono (anche radicalmente) le nostre libertà individuali al fine di proteggere la salute pubblica?

Sull’accettabilità delle misure restrittive alle libertà individuali in una democrazia liberale, esiste un consenso pressoché unanime dei rispondenti alla nostra indagine: solo il 14% del campione è d’accordo con l’idea che tali misure siano inaccettabili per una democrazia. Inoltre, non emergono differenze significative sulla base dell’orientamento ideologico (Figura 2). Solo il 14% dei rispondenti di sinistra e l’11% dei rispondenti di destra ritiene le misure restrittive inaccettabili. La proporzione cresce leggermente tra coloro che non si collocano né a sinistra né a destra (18%), ma anche in questo caso una maggioranza assoluta non ritiene che le limitazioni imposte alle libertà individuali dalla particolare situazione di emergenza siano in contraddizione con i principi liberali di una democrazia.

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 2 – Il coronavisrus e le libertà fondamentali dei regimi democratici

Tuttavia, quando vengono prese in considerazione misure più stringenti (ad oggi fuori dal dibattito, ma comunque interessanti per capire l’orientamento generale verso una stretta ulteriore delle libertà) lo scenario cambia in modo considerevole. Ad esempio, sulla possibilità di adottare una misura come il coprifuoco per limitare gli spostamenti individuali, solo una minoranza (sebbene cospicua) del campione si dichiara favorevole (40%). Inoltre, le differenze tra diversi orientamenti ideologici appaiono in questo caso molto rilevanti: a sinistra, solo il 33% sarebbe disponibile ad accettare una misura come il coprifuoco, mentre tra i cittadini di destra una maggioranza assoluta è d’accordo con l’introduzione di questa misura (66%). Tra coloro che non si riconoscono in nessuno schieramento ideologico, la proporzione di coloro che sarebbero disposti ad accettare misure più stringenti alle libertà dei cittadini è invece del 43% (Figura 3).

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 3 – Opinione sull’introduzione eventuale del coprifuoco

In altre parole, sebbene vi sia un consenso unanime sull’idea che in casi straordinari alcune restrizioni alle libertà siano ancora compatibili con i principi di libertà di un sistema democratico, emergono differenze valoriali significative sul livello di restrizioni potenzialmente accettabile. Oltre una certa soglia, tali limitazioni restano comunque accettabili per gli elettori di destra (per cui, nel trade-off libertà contro sicurezza, la sicurezza avrebbe ancora la meglio); al contrario, per gli elettori di sinistra e non ideologicamente schierati esiste chiaramente una soglia oltre la quale certe restrizioni diventano difficilmente accettabili e il sacrificio ulteriore delle libertà individuali non più tollerabile.

 

Politica

L’operato del governo

Non era scontato aspettarsi un sostegno così ampio a sinistra al governo Conte, eppure si riscontra una netta prevalenza di chi a sinistra, tutto sommato, giudica positivamente l’operato del governo. Come si può vedere lo sbilanciamento del campione verso chi si posiziona sinistra fa sì che questo risultato appaia significativo, molto più di quanto non lo sia nei confronti di chi si schiera a destra. Che tale giudizio positivo possa essere influenzato dal periodo in cui è stato fatto il sondaggio (il cosiddetto rally around the flag richiamato in precedenza influisce su tutto l’elettorato), non vi sono dubbi: tuttavia, sorprende che un governo nato con così poco slancio da parte degli stessi partiti al governo possa avere un tale margine di supporto in una delle aree di riferimento (Figura 4). L’altra area – quella che potrebbe (ed è stando ai dati raccolti) maggiormente popolata dall’elettorato grillino – in cui il governo Conte raccoglie un ampio sostegno è quella di chi non si riconosce nei due poli; questo risultato era maggiormente pronosticabile, quindi non vi insisteremo oltre.

Seppure vi sia un consenso generale a prescindere dall’orientamento ideologico su alcune misure di policy – meno sorprendente il largo consenso alla garanzia di un reddito a chi non può lavorare, più sorprendente è semmai vedere il consenso generalizzato per una eventuale proposta di temporanea nazionalizzazione della sanità [2] – emerge un consenso unanime sulla gestione della crisi: al di là degli schieramenti, gli intervistati si sono compattamente schierati con il governo sia sulla decisione di chiusura delle scuole sia sulla chiusura delle attività economiche non necessarie (Figure 5 e 6)[3]. Su quest’ultimo punto, tuttavia, è da sottolineare che la percentuale di coloro che si schierano a favore della chiusura aumenta di quasi dieci punti per gli elettori di destra. Un risultato significativo e in linea con l’attitudine degli elettori di destra a privilegiare misure restrittive delle libertà individuali (coprifuoco).

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 4 – Valutazione dell’operato del governo sulla chiusura delle attività

 

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 5 – Valutazione generale dell’operato del governo

 

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Figura 6 – Il governo e la chiusura delle scuole

Seppure vi sia un consenso generale a prescindere dall’orientamento ideologico su alcune misure di policy – meno sorprendente il largo consenso alla garanzia di un reddito a chi non può, più sorprendente è semmai vedere il consenso generalizzato per una eventuale proposta di temporanea nazionalizzazione della sanità [2] – emerge chiaramente una distinzione sul “come” gestire la crisi.

L’Italia e i rapporti con l’UE

L’emergenza sanitaria, unitamente a quella economica, ha riaperto le forti tensioni nei rapporti del nostro paese con l’Unione Europea, tensioni che dopo anni di crisi economica sembravano essere, se non superate, quanto meno mitigate. Il dibattito che vede oggi al centro dell’attenzione l’attivazione del MES e, potenzialmente, l’introduzione di titoli di debito europei, ha fatto emergere ancora una volta le linee di divisione interne agli stati membri. Da una parte, l’adozione di strumenti di credito “innovativi” e la mutualizzazione del debito degli stati membri potrebbe rischiare di aprire una crisi di legittimità politica dell’UE nei paesi del nord Europa, dove i governi in carica dovrebbero rendere conto di scelte economiche epocali mai entrate in discussione nelle campagne elettorali recenti di questi paesi. Dall’altra, l’introduzione di linee di credito agevolate ed eventualmente l’introduzione degli Eurobond, potrebbe rispondere alle esigenze di economie in sofferenza (come quella italiana) favorendo dunque una gestione meno turbolenta e traumatica della crisi economica che ci apprestiamo a vivere.

Come anticipato, i dati a nostra disposizione non ci consentono di entrare nei dettagli del dibattito in corso in Europa sul MES e sugli Eurobond. Tuttavia, possiamo valutare in che modo l’opinione pubblica abbia percepito i rapporti dell’Italia con l’Unione Europea nel contesto della pandemia da COVID-19. Il dato più evidente che sembra emergere dalla nostra indagine mostra una significativa sfiducia e frustrazione nei confronti dell’Unione Europea, non ancora sostanziata, d’altra parte, da una totale disillusione nei confronti del progetto di integrazione.

Sul totale del nostro campione, una maggioranza assoluta ritiene che l’Italia debba continuare a far parte dell’Unione Europea (72%, contro il 21% di coloro che credono che l’Italia debba uscire dall’Unione). Il dato nasconde, tuttavia, importanti differenze ideologiche. Tra gli elettori di sinistra, soltanto l’11% ritiene auspicabile l’opzione Italexit; tra gli elettori di destra, invece, si tratta di una maggioranza assoluta (52%) (Figura 7).

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 7 – L’Italia e l’UE

Se è vero che, nel complesso, il progetto di integrazione resta ancora preferibile rispetto ad un ritorno alla sovranità nazionale, è altrettanto vero che l’Unione Europea gode oggi di una scarsa fiducia tra gli elettori italiani. Infatti, il 52% dei partecipanti alla nostra rilevazione dichiara di non aver fiducia nei confronti dell’Unione Europea. Si tratta di una proporzione che, come già osservato per l’appartenenza all’Unione, è significativamente più alta tra gli elettori di destra (79%) e i non collocati (72%) (Figura 8). Tuttavia, anche tra gli elettori di sinistra la fiducia nei confronti dell’UE non sembra particolarmente elevata: una quota consistente di questo elettorato (44%) dichiara infatti di non aver fiducia nei confronti dell’Unione.

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 8 – Fiducia nell’UE

Le ragioni di questa scarsa fiducia nei confronti dell’Unione sono da ricercare, almeno in parte, nell’incapacità delle istituzioni Europee di intervenire tempestivamente ed in modo efficace in sostegno dell’Italia per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Più in generale, l’Unione Europea, agli occhi dei cittadini, non ha saputo mostrarsi fin da subito solidale nei confronti dell’Italia. È il 57% del nostro campione a pensarla in questo modo. E si tratta di un sentimento trasversale, condiviso tanto dagli elettori di sinistra (52%) quanto dagli elettori ideologicamente non collocati (68%) e ancor di più dagli elettori di destra (84%) (Figura 9).

COVID-19 quarantena sondaggio

Figura 9 – La solidarietà dell’UE nei confronti dell’Italia

I dati sembrano quindi disegnare una situazione in cui il progetto di integrazione gode ancora di un sostegno relativamente ampio tra gli elettori italiani, sebbene con un grado di sfiducia istituzionale e di delusione particolarmente elevato. Quando si tratta, infatti, di valutare l’efficacia politica del progetto europeo nel suo complesso, l’opinione pubblica italiana si mostra decisamente più critica. È in questo contesto che imprenditori partitici potrebbero tentare di rafforzare un fronte anti-europeista, facendo leva esattamente su un sentimento diffuso di insoddisfazione che ha permeato non solo un elettorato di destra (tendenzialmente più euroscettico, almeno nell’ultimo decennio) ma anche un elettorato di sinistra (orientato, in genere, più positivamente nei confronti del progetto di integrazione). In altre parole, il conflitto tra pro ed anti-europeisti (sebbene mai del tutto sopito) sembra essere tornato a rappresentare una dimensione chiave che strutturerà in modo decisivo la competizione politica in Italia nei prossimi anni. 

 

Conclusione

L’impatto della pandemia da COVID-19 sulla vita dei cittadini italiani è stato drammatico. All’emergenza sanitaria già in atto, si è aggiunto il fantasma di una crisi economica epocale, i cui effetti, si stima, saranno peggiori di quelli della grande recessione del 2008. A queste dimensioni più evidenti (e per certi versi più urgenti), si aggiungono il profondo impatto sul nostro tessuto sociale e sul futuro politico dell’Italia.

La pandemia ha eroso il benessere individuale delle persone, generando insicurezza, senso di abbandono e solitudine. Per quanto meno visibili, si tratta di conseguenze che potrebbero essere rilevanti per la tenuta del tessuto sociale. Reti di contatto e sentimenti di appartenenza potrebbero infatti indebolirsi, generando alienazione e isolamento sociale. Nonostante il clamore dei fenomeni espressivi di comune appartenenza e reciproca solidarietà (gli ormai celebri canti dai balconi), esiste una quota rilevante di cittadini che in realtà si sente più isolata che in passato. Una percezione di abbandono e di isolamento che colpisce tra l’altro gruppi sociali già fragili (come giovani e donne), gruppi che la crisi del coronavirus potrebbe contribuire marginalizzare ancora di più. Accanto, dunque, alla crisi economica che colpirà trasversalmente tutti i cittadini, si affaccia anche una crisi sociale che ha a che fare con la tenuta di un senso di comunità e di appartenenza, che al di là della retorica, potrebbe essere seriamente minato, ampliando diseguaglianze già da molto tempo radicate nella nostra società.

L’altro tema all’ordine del giorno è chiaramente l’Europa. È ormai chiaro che il progetto Europeo si trovi di fronte ad una svolta storica. Uscita frastornata dalla crisi economica del 2008, messa a dura prova dall’uscita del Regno Unito, l’Unione Europea si trova oggi ad affrontare la più grave delle sfide dalla sua nascita. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il progetto di integrazione avrà ancora un futuro.

In attesa degli esiti dei negoziati a Bruxelles sulle misure economiche da adottare per fronteggiare la crisi, la prospettiva del nostro campione sul tema emerge in modo chiaro: si all’Unione Europea, ma è necessario un cambio di passo. Se l’appartenenza all’UE non viene messa in discussione, l’Europa viene percepita oggi trasversalmente come matrigna, incapace di agire come una vera e propria comunità politica unitaria. Non è dato sapere fino a quando l’elettorato italiano potrà tollerare e assorbire elevati livelli di sfiducia e frustrazione nei confronti dell’UE senza disinnamorarsi totalmente del progetto di integrazione. Ma l’eventualità che questo accada è tutt’altro che remota. Se il cambiamento in Europa non sarà visibile, allora il sentimento anti-UE potrebbe diventare più pervasivo, mobilitando porzioni di elettorato decisamente più ampie che in passato.


[1] Il sondaggio è stato realizzato nel periodo compreso tra il 23/03/2020 ed il 06/04/2020 su un campione on-line non rappresentativo della popolazione adulta italiana. Sebbene il campione sia piuttosto numeroso (N=1056) e tale da assicurare una certa robustezza nell’analisi statistica, i risultati sono da intendere come esplorativi e comunque da interpretare con cautela.

[2] L’87% degli elettori di sinistra e il 91% di quelli di destra è a favore della prima misura. Il 77% degli elettori di sinistra e il 73% di quelli destri è a favore della seconda.

[3] Da tenere presente che in questo caso, la Fase 2 non era ancora stata annunciata e al momento delle interviste e che ancora formalmente i provvedimenti di chiusura arrivavano alle vacanze pasquali e per alcuni intervistati della prima ora al 3 aprile.

Scritto da
Davide Angelucci e Davide Vittori

Davide Angelucci ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Siena ed è attualmente assegnista di ricerca presso il CISE, alla LUISS - Guido Carli. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla politica europea, sul comportamento politico e sulla partecipazione politica. Di recente ha svolto ricerche sulla politicizzazione della politica estera e di sicurezza comune europea. Attualmente sta lavorando su giovani e disuguaglianze politiche in Europa. Davide Vittori è post-doc fellow presso l’Université Libre de Bruxelles. Precedentemente, è stato assegnista di ricerca presso l’Università LUISS, dove ha conseguito un dottorato in scienze politiche. I suoi interessi di ricerca si concentrano sui partiti politici e il comportamento elettorale. Più di recente ha scritto e pubblicato articoli sui partiti di sinistra e destra radicale e sull’impatto del populismo nelle democrazie europee. Attualmente sta lavorando sul ruolo della tecnocrazia e sulle forme di politica non-elettiva nei paesi dell’Europa occidentale.

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