Il capitale totale. Tra Marx e le Annales. Recensione e critica a G. Carandini

Scopo di questo articolo non è solo quello di recensire il testo “Racconti della Civiltà Capitalistica” di Carandini, ma anche quello di rapportarcisi criticamente. Questo testo infatti rappresenta in un certo senso un punto di arrivo (o meglio il riassunto) di una lunga tradizione storiografica per come si è fin qui sviluppata e elabora ed approfondisce diverse delle migliori tesi, di indubbio valore, di questa scuola. Queste verranno esposte lungo la via e le sottolineeremo in conclusione. La necessità del rapporto critico si impone però nel momento in cui Carandini a sua volta costruisce una parte della sua teoria ponendosi di contro alle concezioni di Marx, al quale pure per ammissione dell’autore, la struttura teorica del
testo deve moltissimo.
Il libro di Guido Carandini, “Racconti della Civiltà Capitalistica” edito per Laterza nel 2012, si colloca all’interno di quella scuola storiografica ed di interpretazione di lungo e lunghissimo periodo dei processi storici formata da tre autori Braudel, Wallerstein e Arrighi (i quali a loro volta si rifanno alla Scuola delle Annales parigina), che sono i principali costruttori di un modo di pensare criticamente il capitalismo come totale, come civiltà o sistema-mondo, e di questa scuola si propone di operare una sintesi. Un’interpretazione del genere non può, appare anche ai non esperti, che dovere moltissimo al pensiero di Karl Marx, di cui peraltro l’autore è attento studioso (segnalo il testo “L’altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia”). Il testo, che è un racconto storico, narra la storia del capitalismo “dalla Venezia del 1200 al mondo al 1939”.

Le tesi fondamentali del libro sono riassumibili nei seguenti punti:

  1. Il capitalismo si configura essenzialmente come civiltà, e non come semplice sistema economico, cioè come costruzione sociale dove tutte le sfere della vita ricreano l’impronta del capitale nel segno specifico dell’accumulazione illimitata della ricchezza.
  2. Il capitalismo è una civiltà di cui è possibile tracciare la genesi (è questo lo scopo del libro) e dobbiamo pensarlo dunque non come disvelamento di ipotetiche reali ambizioni e della naturalità dell’uomo, ma come civiltà storicamente determinatesi, fenomeno appartenente a quel campo che i filosofi definiscono della cultura contrapponendolo a quello della natura. In altre parole, il capitalismo non è naturale.
  3. Questa civiltà si sviluppa sostanzialmente in due direzioni: una estensiva ed una intensiva. Quella estensiva si costituisce come la divisione del mondo in un centro, una semi periferia ed una periferia. E’ questa una distinzione che non possiamo in questa sede approfondire, ma che è stata sviluppata ampliamente da Braudel, il quale sosteneva che:

    «Il capitalismo vive, in effetti, di questa regolare suddivisione in piani verticali: le zone periferiche nutrono quelle intermedie e, soprattutto, le aree intorno al centro. Ma cos’è il centro se non la punta estrema della piramide, la superstruttura capitalistica dell’intera costruzione? E siccome esiste una reciprocità di prospettive, se il centro dipende dai rifornimenti della periferia, quest’ultima, a sua volta, dipende dai bisogni del centro che le impone la sua legge.»

  4. La direzione intensiva è rappresentata invece dalla divisione del testo. Essa coglie la capacità, presente in tutte le civiltà ma massimizzata radicalmente in quella capitalistica, di vero e proprio allargamento della logica dell’accumulazione del capitale a tutte le sfere della vita dell’uomo. Questa costruzione intensiva ha come fine quello di garantire una maggiore accumulazione di capitale da parte delle classi dominanti. Ci sono dunque quattro modalità attraverso cui indagare il sistema mondo, che schematizzano, per Carandini, tutti i luoghi concettuali e reali all’interno dei quali il capitalismo penetra: Potere; Economia; Spirito-religione, Scienza.

La tesi fondamentale del libro è che il capitalismo sia una civiltà, cioè appunto una costruzione sociale complessiva che si disponga in maniera totale ad ogni ambito della vita umana, trasformandolo , appunto, nel segno del denaro, e lo scopo del testo è mostrare come in effetti in tutti questi quattro ambiti la storia degli ultimi secoli vada nella direzione di stabilire un regime di accumulazione il più efficiente e il più redditizio possibile.
Ripercorrere il testo nella sua interezza è in questa sede impossibile ( supera le cinquecento pagine). Esporre anche sommariamente le tesi più interessanti, discutibili quanto accattivanti (a partire dall’idea delle rivoluzioni politiche come “processi di assestamento” o del comunismo come parentesi) avrebbe come unico risultato quello di confondere le idee o, al massimo, di riportare una sommaria quanto inutile carrellata di posizioni facendole apparire arbitrarie quando in realtà sono mediate da lunghe riflessioni. Procederemo quindi nell’ottica della “critica”, facendo notare quella che secondo noi è la maggiore difficoltà della costruzione teorica che Carandini mette in atto: il concetto di accumulazione e quindi quello di capitalismo.
Carandini inizia la sezione sul racconto della potenza sostenendo come la Repubblica veneziana sia il capostipite dell’accumulazione. Per Carandini, infatti, a Venezia c’è per la prima volta un’armonia totale tra classe dominante, Stato e mercato che collaborano per l’accumulazione, che avviene mediante il capitale mercantile, come avrebbe detto Marx, cioè mediante l’investimento di capitale esclusivamente nel commercio e non nella produzione di merce. Si rintraccia qui una delle idee fondamentali del testo è proprio che debba esserci un’armonia tra queste tre componenti (Stato, mercato, società) perché si dia la reale accumulazione.
Il punto della questione è che questo, per Carandini, è già capitalismo. Lo è già nella misura in cui, appunto, esiste in questo particolare luogo storico un accordo nel segno dell’accumulazione tra Stato, società e mercato – il tutto cementato dal dominio di una classe sociale. Il capitalismo, insomma, inizia all’altezza del XIII secolo perché da allora si danno esperienze di accumulazione sistematica del capitale (cioè della creazione di un sistema a questo dedito) del capitale, mediante l’accumulazione mercantile, la rapina, l’usura. Carandini si pone quindi esplicitamente contro Marx
che parla di capitalismo solo in condizioni di possibilità dell’accumulazione di plusvalore a partire dallo sfruttamento del lavoro salariato. L’autore sostiene esplicitamente che per Marx lo schema è troppo radicale e di cesura, mentre il passaggio si costruisce poco per volta, a partire da un’accumulazione che non è semplicemente originaria ma è già messa a sistema prima della diffusione del lavoro salariato tra XVIII e XIX secolo.
Ci pare che una tesi del genere sollevi parecchie difficoltà. Per motivare la nostra perplessità, sia da un punto di vista filologico-interpretativo della posizione di Marx, sia da un punto di vista più relativo al contenuto della tesi di Carandini, citiamo una parte del capitolo VI inedito del primo libro del Capitale di Marx:

«Il carattere distintivo della sottomissione formale del lavoro al capitale si rivela nel modo più chiaro se si ricordano le condizioni in cui il capitale esiste già in funzioni subalterne, ma non ancora nella sua funzione dominante (che determina l’intera forma sociale) di acquirente diretto di forza-lavoro e appropriatore immediato del processo produttivo. E’ il caso, per esempio, del capitale usuraio […] i giganteschi profitti che il capitalista-usuraio ne deriva sono un altro modo di dire plusvalore: in effetti, il suo denaro si trasforma in capitale estorcendo lavoro non pagato- pluslavoro- al produttore immediato. . Ma egli non si immischia nel processo di produzione […].
Un altro esempio è dato dal capitale mercantile, nella misura in cui passa delle ordinazione a un certo numero di produttori immediati, ne raccoglie i prodotti e li rivende. E’ da questa forma che si è in parte sviluppato il moderno rapporto capitalistico, e che qua e là costituisce ancora l’anello di transizione verso il rapporto capitalistico vero e proprio. Anche in questo caso, non si ha sottomissione formale di lavoro al capitale. Queste due forme si riproducono come forme secondarie e transitorie all’interno del modo di produzione capitalistico.» (corsivo nostro)

Per Marx, insomma, non è affatto vero che il plusvalore si origina solo dal lavoro salariato. Eppure, per Marx, il luogo dell’accumulazione certa del plusvalore è lo sfruttamento del lavoro salariato, perché solo nella produzione e nel lavoro si produce nuovo valore (d’uso e di scambio). Dietro alla posizione di Marx sta una teoria del valore di cui lo stesso Carandini riconosce la validità nell’”Altro Marx” pur criticandone il legame che Marx stabilisce nel Terzo libro tra valore e prezzo della merce. Risulta quindi difficile comprendere perché Carandini non ammetta, con Marx, che certamente si danno storicamente sistemi anche strutturati di accumulazione di tipo diverso da quello salariato, ma che quest’ultimo rappresenta da un punto di vista capitalistico, l’unico assolutamente sistematico e sicuro modo di accumulazione. Infatti, per Marx, tutti gli altri sistemi vivono nell’incertezza e nell’occasionalità proprio perché non si impadroniscono del luogo della creazione del valore, cioè la produzione. E’ la tesi fondamentale di Marx: il luogo di creazione della ricchezza sociale – e a livello concettuale-sostanziale anche di quella del capitalista- è nella produzione, e non nella circolazione – nella quale lo scambio è sempre a somma zero, cioè il mio arricchimento, il mio vendere la merce ad un sovrapprezzo rispetto al suo effettivo valore è possibile solo mediante una violazione delle regole del gioco.
È, insomma, l’efficacia del regime di accumulazione ad essere in questione, da un lato e dall’altro, e qui c’è probabilmente una differenza di fondo tra Marx e Carandini. Per Marx, a differenza che per Carandini, solo mediante il possesso della produzione si cambia la società. La borghesia, o i mercanti che dir si voglia, finché non hanno il possesso del luogo di produzione non danno alla società una forma diversa, anche se possono certamente influenzare le scelte politiche dei governi e anzi senz’altro l’hanno fatto. Per Carandini è la medesima logica dell’accumulazione che può compattare interi sistemi Stato-classe- mercato e farli agire nell’ottica dell’accumulazione.
Questo può essere ovviamente mostrato solo con un’analisi storica, anche a nostro parere la ragione sta dalla parte di Marx, perché la sua posizione contiene in sé quella di Carandini, che pure ammette che le grandi trasformazioni , pur originate da processi antecedenti, si sono avuto negli ultimi secoli.
E perché questo? Perché solo negli ultimi secoli si è verificata quell’armonia totale nel sistema che ha consentito una società a immagine e somiglianza del capitale. Ma da cosa è data questa se non da un rapporto dialettico tra controllo politico e controllo economico? E questa è l’idea di Marx: l’accumulazione originaria e in generale l’accumulazione si da solo se c’è volontà politica e statuale in questo senso.
Carandini mette a valore una visione del capitalismo che è essenzialmente disarmonica, anti-naturalistica e complessiva. È disarmonica nella misura in cui rigetta la concezione liberale dominante secondo cui il capitalismo sarebbe un sistema in sé buono, o al massimo neutrale, che è stato certo a volte deviato e manipolato ma sostanzialmente si è costruito mediante un pacifico e progressivo (in tutti i sensi) allargamento dei mercati. Carandini mostra invece come la storia del capitalismo sia una storia di violenza e di guerra, all’interno della quale nulla si comprende senza considerare, ad esempio, il ruolo fondamentale dello Stato e dell’uso della violenza per garantire l’accumulazione. È anti-naturalistica perché il testo stesso ha come ambizione quella di costruire la genesi dei processi che hanno portato il capitalismo a configurarsi come un sistema mondo nel corso della storia, che non è mai intesa in senso deterministico. Il capitalismo non è, come vuole sempre la narrazione liberale, il disvelamento delle reali ambizioni dell’uomo, ma è da un lato determinato da precisi processi storici che lo hanno elaborato nella sua interezza e nella sua immane potenza, dall’altro è a sua volta creatore di soggetti, e crea negli stessi individui la sua medesima possibilità di esistenza; ed evidentemente, se non è naturale (si legga naturale come necessario) è storico, e dunque può essere superato.
A questo riguardo, l’ultimo ma non meno importante aspetto che Carandini mette in luce è quello della visione complessiva del capitalismo, in questo davvero erede di Marx, Braudel e Wallerstein (le cui idee pure si differenziano su punti anche importanti): il capitalismo non è esclusivamente un sistema di produzione, ma da esso si eleva e diventa una civiltà tutta intera.
Abbiamo visto in precedenza come Carandini si discosti, a nostro parere facendo confusione sul tema dell’accumulazione, da Marx. In ogni caso, per entrambi non è pensabile che il capitalismo rimanga rinchiuso nella sfera della produzione, non fosse altro perché, marxianamente, è la sfera di produzione che plasma e, dialetticamente, è plasmata dalla società nel suo complesso, dal modo in cui gli esseri umani concepiscono il mondo ed il loro rapporto con esso, dalla scienza, dalla religione e dalla spiritualità. È questa una delle grandi e più sottovalutate conquiste dell’analisi di Karl Marx: l’idea secondo cui il modo di produzione capitalistico costruisce la società in tutte le sue ramificazioni, e non lo fa per un gusto estetico ma perché ne ha bisogno per il suo stesso mantenimento.

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Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

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