Jihād e Sharing Economy. La guerra non serve

Quando la cittadina di Brindisi fu sconvolta dal brutale attentato dinamitardo davanti all’istituto professionale intitolato a Francesca Morvillo, moglie del giudice antimafia Giovanni Falcone, il neoeletto Sindaco, Mimmo Consales, non aveva alcun dubbio. Credeva ciecamente che la mafia avesse attaccato la cittadina pugliese nel giorno in cui transitava la carovana antimafia. I dubbi dello stesso Sindaco emersero non appena si scoprì che la bomba era artigianale. In quel momento, Consales capì che la mafia non c’entrava nulla, perché l’organizzazione malavitosa firma i suoi attentati con il tritolo, ovvero con mezzi più sofisticati.

Una nuova strategia

La strategia dello Stato Islamico appare quanto di più lontano dal pensiero mafioso. In passato, molte organizzazioni terroristiche hanno utilizzato mezzi artigianali, come negli attentati di Londra del 2005, ma nessuna ne ha fatto un uso sistematico. Al contrario, gli attentati dell’ultimo anno, da Parigi al volo Metrojet 9268, passando per il Museo del Bardo e la spiaggia di Sousse, per non parlare degli assalti a Charlie Hebdo, al supermercato kashèr, al Parlamento Canadese e al Lindt Chocolate Cafè di Sydney, hanno un unico filo conduttore, oltre che alla loro disumanità: nessuno di questi ha mosso giganteschi mezzi logistici-finanziari.

Gli ultimi attentati di Parigi, sebbene abbiano coinvolto una maggiore quantità di uomini e hanno utilizzato le mani di un artificiere professionista, non rappresentano un salto di qualità nell’attività terroristica targata Stato Islamico. Hanno colpito ferocemente una città a noi cara, ma non hanno imbastito una vera azione coordinata da anni e dotata di mezzi eccezionali. Probabilmente, fatta eccezione di alcune figure chiave, nessuno degli attentatori ha avuto una seria formazione, come dimostra il fatto che non sono riusciti a penetrare nello Stade de France.

Ciò non significa che lo Stato Islamico non faccia paura. Ci fa più paura proprio perché non ha i mezzi per colpire i centri del potere e predilige sparare nel mucchio, in un supermercato, in una spiaggia, in un museo, ad un concerto rock. E’ lecito pensare che le nuove leve della jihād mondiale siano rappresentate da una generazione di terroristi fai da te, dotati di mezzi artigianali che impediscono loro di attaccare obiettivi più sensibili. L’attentato viene preparato da terroristi occasionali mentre il Califfo si limita ad istruirli ed ispirarli tramite guide che possano essere reperite sulla rete o sui social network. Se lo Stato Islamico in Siria ed in Iraq è dotato di un vero e proprio apparato politico-militare, in occidente, l’IS si serve di terroristi improvvisati, i quali utilizzano il suo brand.

Sharing Terror

Il Califfo diffonde l’odio e le conoscenze necessarie per preparare un attentato, per poi mettere il cappello sulla strage. Questo tipo di azione ricorda un altro tipo di organizzazione economica, anche se utilizzata per tutt’altri fini. Si può pensare che la strategia di IS prenda spunto dalla sharing economy. Il principio di funzionamento appare infatti simile a qualsiasi piattaforma dove il cervello fornisce un brand, crea un network e mette a disposizione le sue conoscenze in modo che molti utenti possano offrire ai consumatori un servizio part-time. Lo Stato Islamico non può trattenere una percentuale dall’utente, ma guadagna dall’abominevole spargimento del terrore.

Se il meccanismo è quello della sharing economy, possiamo trarre alcune conclusioni. In primo luogo, l’Occidente non è coinvolto in nessuna guerra, perché le guerre si combattono contro eserciti regolari, non contro terroristi free-lance. In secondo luogo, bombardare la capitale dello Stato Islamico, al-Raqqa, equivale a far saltare in aria il quartier generale di un qualsiasi software a San Francisco o Cupertino. In entrambi i casi, gli effetti nel medio periodo sono pari a zero. Se il centro decisionale di un’ applicazione mobile fosse distrutto, ci sarebbero mille altre aziende pronte a utilizzare un software simile e prenderne il testimone. Nel caso in cui IS dovesse perire, ci sarebbero altre organizzazioni terroristiche, da Boko Haram ad al-Shabaab, pronte a collezionarne l’eredità politica. Appaiono quindi come fuori luogo le prime esternazioni di guerra susseguitesi nei circoli occidentali, mentre potrebbe essere di grande utilità la cyber-guerra annunciata dal gruppo hacker Anonymous e strategicamente importante l’aiuto alle minoranze perseguitate, come i curdi.

Fermare il Caos

Prima di partire alla guerra, dobbiamo quindi comprendere che IS ha prosperato non solo grazie al supporto finanziario di alcune petromonarchie del Golfo e ai grossolani errori occidentali. Gli stessi nemici di questo blocco geopolitico hanno contribuito alla sua creazione. Ad esempio, molti foreign fighters provengono dalla Cecenia, regione in cui la repressione putiniana ha certamente influito sulla crescita del jihadismo nel medio oriente. Inoltre, la gestione dell’Iraq da parte dei partiti Sciiti, alleati di Teheran, ha contribuito a estremizzare l’atteggiamento dei Sunniti, che da un giorno all’altro si sono trovati esclusi dalla schiera politica del paese. In pratica, caos genera caos. In generale, è lecito affermare che Occidente, petromonarchie del golfo, āyatollāh e milizie varie si sono distinti per un grande gioco allo spargimento di caos al fine di soddisfare le proprie mire geopolitiche. Ora è tempo di collaborare per fermare qualcosa di talmente spaventoso che sembra poter sconvolgere tutto, ma non è facile fermare un mostro che è capace di far crescere la propria testa ogni volta che viene tagliata.

Se, grazie ai cambiamenti socio-tecnologici, chiunque può organizzare un attentato, è necessario prima di tutto mostrare i nervi saldi e affondare il coltello dove l’estremismo si è generato, ovvero dal lato sociale. Dobbiamo chiederci cosa può succedere nella mente di un giovane figlio di immigrati, senza lavoro, senza stipendio, senza welfare, escluso dalla partecipazione politica. Senza adeguati punti di riferimento, il ragazzo in questione potrebbe cercare gli stimoli peggiori, come i deliri di Abū Bakr al-Baghdādī. Un giorno, lo stesso ragazzo potrebbe decidere di passare all’azione, magari utilizzando solo un coltellaccio, come hanno iniziato a fare alcuni giovanissimi palestinesi residenti a Gerusalemme Est.

In questo senso è necessario riappropriarsi della rappresentanza politica per fermare ogni tipo di violenza, sia fisica che virtuale. Quest’ultima è causata spesso da una società sempre più atomizzata, dove l’interazione socio-politica transita quasi esclusivamente dai social network. Sembra che la mancanza di ideali e di partecipazione politica possa essere compensata dai dieci minuti d’odio quotidiano con cui intasare la bacheca Facebook. In realtà, si crea solo una cyber-violenza che può tramutarsi in violenza fisica in ogni momento.

Tollerare l’Imām per reprimere il Califfo

Probabilmente per far fronte a quest’ondata di violenza incontrollata occorre un mix di bastone e carota. Il bastone è costituito dalla repressione, anche feroce, non solo dell’istigazione alla jihād, ma di tutte le forme d’odio. Occorre un notevole lavoro della polizia postale e dei meccanismi di controllo delle piattaforme web sia per arrestare la cyber-violenza che la diffusione di gigantesche bufale, come il negazionismo sull’olocausto.

Dal lato della carota, occorre ripensare il rapporto che abbiamo con la società e la politica. Dobbiamo riappropriarci dei meccanismi di rappresentanza, recuperando la partecipazione democratica per gli occidentali e creandola per gli islamici. Tra l’altro, da territorio vergine, il mondo musulmano lascia molte strade aperte alla sua democratizzazione. Questa è possibile se l’occidente riesce ad instaurare un dialogo serio con il mondo mussulmano, privo degli steccati ideologici che ci hanno contraddistinto. Finora, troppi esperimenti democratici nel mondo islamico non hanno avuto il loro giusto spessore, troppe volte stati, organizzazioni e personaggi sono stati superficialmente esclusi dal rango di interlocutori come se fossero nemici mortali.

Infine, non è risaltata abbastanza la voce delle istituzioni islamiche ufficiali, concordi nel condannare il terrorismo. Probabilmente, se la voce dell’islam avrà un’adeguata risonanza, non tutte le dichiarazioni degli Imām ci suoneranno congeniali, ma ci aiuteranno a condannare lo Stato Islamico e rappresentare una valida alternativa nello schema ideale di ogni giovane musulmano, specialmente di coloro che si sentono esclusi dalla società e sfogano le loro frustrazioni ascoltando i deliri del Califfo.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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