Scritto da Elisabetta Miraglio
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Nel cuore delle trasformazioni digitali, la cooperazione si trova a interrogare il proprio ruolo di ponte tra comunità e tecnologie, soprattutto riguardo l’intelligenza artificiale, che se governata in modo democratico e partecipativo ha il potenziale per diventare un bene collettivo capace di ridurre le disuguaglianze e generare innovazione sociale. La sfida è proprio integrare l’IA nel modello cooperativo senza tradirne i principi fondativi di mutualità e inclusione, e comprendere in che modo i dati, la partecipazione e la cultura digitale potrebbero ridefinire le traiettorie di sviluppo delle comunità.
Ne abbiamo parlato in questa intervista a Claudia Iormetti, Direttrice di Coo.de e Responsabile Innovazione di Open Group, che lavora sull’integrazione dell’IA nei contesti cooperativi e sociali, concependo lo sviluppo digitale come un diritto comune e un processo di innovazione generativa.
Le cooperative nascono come risposta collettiva ai bisogni sociali, economici e culturali delle comunità. L’intelligenza artificiale come può essere integrata in questo modello in modo democratico e partecipativo?
Claudia Iormetti: La cooperazione, proprio per come nasce e si sviluppa, è un modello organizzativo che mette al centro le comunità e i loro bisogni, basandosi su principi di mutualità, democrazia e condivisione dei benefici. L’integrazione dell’IA nel modello cooperativo apre a percorsi interessanti, sia come strumento che come agente di trasformazione sistemica. Tuttavia, la transizione digitale può rappresentare un’opportunità per rendere la conoscenza e le risorse accessibili o, al contrario, per amplificare processi di marginalizzazione. Solo imprimendo una direzionalità chiara possiamo trasformare questa conquista tecnologica in un’opportunità realmente collettiva. Integrare l’IA come strumento nel modello cooperativo significa concepire lo sviluppo digitale come un bene collettivo, un diritto accessibile a tutti, identificando e rimuovendo le barriere che rischiano di renderlo privilegio di pochi. Per noi, come cooperativa sociale, questo significa inscrivere l’IA nella nostra mission. Non solo rendendo l’IA accessibile, ma favorendo processi di partecipazione e critica collettiva che permettano di trasformare le potenzialità in benefici concreti. I programmi di facilitazione digitale diffusi, la definizione di percorsi formativi per professioniste e professionisti volti a disegnare nuove applicazioni e a favorire la disseminazione delle conoscenze e delle competenze, rappresentano dei passaggi indispensabili in un progetto di transizione equa e democratica.
Nel processo di democratizzazione dell’IA stiamo affiancando le dimensioni tradizionali legate all’uso consapevole dello strumento alle dimensioni relative al “come”, al suo funzionamento, ampliando le possibilità di utilizzo ad altri modi, e al “perché” dello strumento, ovvero le intenzionalità che hanno guidato la sua architettura, offrendo nuove direzionalità e visioni. I programmi includono dunque ambiti come il coding e la cultura del dato, spostandosi da un approccio reattivo ad un approccio proattivo e partecipato. La “macchina” viene decostruita per osservarne e socializzarne le componenti. È all’estremo di questo continuum tra strumento e governance che l’integrazione dell’IA apre a traiettorie più sistemiche e lungimiranti. In questo spazio l’integrazione si configura come un processo che attraversa l’IA nelle sue architetture per ridefinirne le direzionalità, offrendo framework basati su una intenzionalità etica e disegnata dalle comunità, e suggerendo processi di funzionamento orizzontali e democratici capaci di includere differenti istanze e favorire un’innovazione generativa. È proprio in questo mosaico di saperi, esperienze e prospettive che nasce e si sviluppa Coo.de, come luogo non solo per acquisire conoscenze e competenze ma anche come spazio di incontro tra professionisti/e di diversi territori ed esperienze, che insieme costruiscono un sapere collettivo immediatamente accessibile e diffuso.
L’Intelligenza Artificiale per il Bene Sociale (AI4SG) si propone di utilizzare l’IA per affrontare le grandi sfide globali, dal contrasto alla povertà all’inclusione digitale, fino alla sostenibilità ambientale. Tuttavia, il rischio è che queste tecnologie rimangano nelle mani di pochi attori dominanti. Le cooperative come possono contribuire a rendere l’IA un’opportunità accessibile e utile per il benessere collettivo?
Claudia Iormetti: Le cooperative rappresentano, per loro stessa natura, una cintura tra collettività e tecnologia. Questa prossimità le elegge a stakeholder privilegiato perché i progressi dell’IA raggiungano popolazioni altrimenti alla periferia di questa trasformazione. Le grandi sfide offrono un orizzonte condiviso, un ombrello sotto il quale molte realtà, con mission e specificità differenti, possano ritrovarsi, favorendo così collaborazioni e convergenze. Credo che questa sia una grande opportunità, ma per coglierla è necessario un ponte con le diverse comunità destinatarie e attrici di questa visione. È nelle comunità che si costruisce il senso e si ridefiniscono i canali più adatti per accoglierlo; dove si indaga come il bene sociale si configura per le persone, come si articola nei territori, e quanto necessita di un collegamento con il locale, con comunità situate in luoghi con caratteristiche e culture specifiche. Le cooperative nascono e crescono attorno alle comunità, e l’aderenza ai territori permette di dare senso al bene sociale. Decostruire le domande si traduce nel chiedersi cos’è il bene sociale per il centro, e cos’è per le periferie di una grande città? Cos’è per le nuove generazioni o le persone anziane? Far emergere le diverse rappresentazioni, e le esperienze che la parola “bene sociale” racchiude ne dischiude il senso. È in questo “senso” che rintracciamo il punto di osservazione da cui immaginare orizzonti e traiettorie. Da questo movimento nasce anche l’approccio all’IA che approda nel contatto, nella vicinanza, attraverso un’accessibilità diffusa e capillare di strumenti ma anche di conoscenza e cultura. Partiamo dunque dal rendere disponibile l’IA e dal favorire la possibilità di sperimentare insieme alle persone che fanno e che attraversano le cooperative. La formazione ha un ruolo centrale, sia come educazione alla cittadinanza che come creazione di spazi di condivisione per lavoratori e lavoratrici.
Per Coo.de, che è uno spazio di formazione per professionisti/e e per universitari/e, lavorare sull’IA era centrale proprio per questo motivo; mentre il corso si sviluppa, le opportunità e le riflessioni crescono con noi che, sperimentando, partecipiamo al cambiamento. Nel 2025 Coo.de, rispondendo alla necessità di creare connessione tra territori, è stato progettato interamente online. La prima sfida che ci siamo trovate ad affrontare nel gruppo di progettazione è stata quella di favorire l’aderenza ai territori mantenendo l’attenzione alla creazione di comunità di scambio e crescita, valorizzando la relazione all’interno e tra le comunità. Questo ha comportato il re-immaginare il processo di apprendimento, i format di scambio e relazione e lo stesso setting, favorendo la convergenza delle diverse competenze e sensibilità delle parti coinvolte, dalla realtà bit Purple, partner tecnico di questo viaggio, al gruppo docenti che hanno suggerito format e modalità di lavoro. I partecipanti, vecchi e nuovi, sono per noi alleati indispensabili per continuare lo sviluppo del progetto, e rappresentano quella comunità che moltiplica i punti di contatto con le istanze e i bisogni di territori differenti. In questa comunità vogliamo riflettere e scambiarci pratiche su come rendere l’IA un bene comune. In questo senso, un importante step è sicuramente quello di farsi portatori di interessi di comunità scarsamente rappresentate. I dati sono senza dubbio un tema esemplare da questo punto di vista. Cosa scegliamo di raccogliere, come lo raccogliamo e come lo leggiamo, può disegnare realtà molto diverse, evidenziare alcuni aspetti e tenerne in ombra altri. In un lavoro fatto con delle colleghe del settore dell’accoglienza di persone rifugiate o richiedenti asilo, ad esempio, lavorando sui cambiamenti del fenomeno e sulla necessità di disegnare nuovi strumenti e interventi, è emerso il tema dell’abbassamento dell’età delle persone accolte e della necessità di far fronte a nuovi bisogni. Mappando esperienze e studi ci siamo accorte che le persone erano divise tra minorenni e maggiorenni ma mancavano i dati che restituissero come stava cambiando lo scenario con l’arrivo di giovani adulti. Queste persone erano invisibili eccezion fatta per le colleghe che le vedevano ogni giorno. Il mondo che viviamo spesso viene escluso, non rappresentato dai dataset su cui vengono allenate le intelligenze artificiali. Per rendere l’IA un bene collettivo l’impegno della cooperazione sociale deve essere quello di rendere disponibili queste porzioni di realtà, che spesso restano nell’ombra.
Quali sono le principali sfide che state affrontando con Coo.de nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei contesti cooperativi e sociali? Quali competenze ritiene fondamentali per questo percorso?
Claudia Iormetti: Le sfide che affrontiamo si muovono su diversi livelli. In Coo.de spesso incontriamo figure che, in questi ambiti, sono tra le più entusiaste in tema di IA. Una prima sfida è costruire terreni in cui scettici e appassionati possano interrogarsi insieme sulle prospettive emergenti, diventando così volano di un discorso aperto e collettivo all’interno delle nostre realtà. Un’altra sfida importante è mantenere alta l’attenzione. Educazione, sociale e cultura parlano di relazione e di attenzione all’altro e alla collettività. Dobbiamo integrare questa sensibilità nella gestione dell’IA, riconoscendone bias e limiti, piegandola ai bisogni, desideri e diritti delle persone. Come cooperative, la nostra responsabilità è affiancare la sperimentazione alla riflessione, tenendo ferma la direzione verso il cambiamento che vogliamo realizzare. Non possiamo delegare la domanda sul perché usiamo uno strumento, e questo ci spinge a interrogarci anche su come e dove usare al meglio l’IA – o dove invece non usarla affatto. Credo che la sfida principale sia affiancare un approccio reattivo, attento ai rischi e alle esclusioni del digitale, a uno proattivo in cui educazione e cultura partecipano attivamente alla definizione di problemi e soluzioni.
Le competenze, o le posture, di cui abbiamo bisogno sono sicuramente la curiosità e la voglia di sperimentare, di mettere le mani in pasta. La curiosità nell’esplorare l’IA e le sue diverse applicazioni, dalla musica alla comunicazione scritta e visuale. Ma anche la curiosità di guardarci dentro e di immaginare nuove possibili articolazioni, anche uscendo dalle zone di comfort delle professionalità da cui veniamo. Connettere IA, cultura del dato e valutazione di impatto ad esempio. Imparare a immaginare futuri per correggere applicazioni e contesti in cui l’IA si muove. L’altra importante competenza è la capacità di connettere, di mettere in relazione discipline, persone, saperi e disegnare scenari di cooperazione tra mondi differenti, uscendo dalla propria bolla. L’obiettivo non è solo quello di usare in modo creativo l’IA, ma di partecipare attivamente al suo sviluppo. La collaborazione tra diverse figure professionali diventa quindi fondamentale per creare un ambiente di apprendimento e innovazione condiviso dove, dalle competenze tecniche a quelle umanistiche, è possibile favorire un approccio integrato e trasversale.
Qual è il rapporto tra intelligenza artificiale, dati e modello cooperativo? Come si stanno integrando questi elementi nella sua esperienza?
Claudia Iormetti: Prima di tutto credo che il dato debba fungere da connettore con il contesto che intende descrivere. L’IA ha il grande vantaggio di restituire magistralmente queste fotografie del reale. Tuttavia, se ci limitiamo a mettere a fuoco solo una porzione del panorama, rischiamo di perdere di vista il quadro d’insieme. Basandosi solo sui dati disponibili finiamo per raccontare una realtà parziale, che diventa essa stessa il dato su cui costruire altre narrazioni. Mi viene in mente il concetto di “iperstoria”, una storia che racconta sé stessa e che, se alienata dalle periferie e dalle differenze, diventa un racconto che si ripete all’infinito in un sistema chiuso, separandosi progressivamente dalla realtà che vorrebbe rappresentare.
Se l’IA è uno strumento per semplificare la nostra vita e il nostro modo di connetterci e raccontare il mondo, non può prescindere dal contatto con questo mondo nella sua complessità e dinamismo. In questo senso, l’IA trova nella cooperazione il sistema più coerente per uno sviluppo pragmatico e il processo più favorevole per uno sguardo di prospettiva ed etico. Questo è il secondo movimento importante: agganciare il dato al perché del dato, integrarlo in una visione. Come ho già accennato, la cooperazione sociale inscrive le proprie azioni in un progetto di cambiamento orientato allo sviluppo dei territori e delle comunità. E collegare il dato alle comunità significa restituire direzionalità allo sviluppo dell’IA. Siamo di fronte a una sfida che richiede impegno a tutti i livelli, con un’articolazione tanto verticale quanto orizzontale, e richiama alla contaminazione dei sistemi sovraterritoriali e a una partecipazione capillare. Tutti gli attori – stakeholder politici, attori sociali, imprese e comunità – sono chiamati ad assumere un ruolo attivo in questo momento di cambiamento.
Come cooperativa sociale stiamo lavorando con l’IA principalmente su due traiettorie che dialogano e si compenetrano: una che guarda all’accessibilità e alla cultura del dato moltiplicando gli spazi e le collaborazioni per sperimentare e fare cultura; l’altra alla direzionalità, per agganciare il dato alla valutazione di impatto sociale. Un anno fa abbiamo avviato un processo partecipato trasversale per condividere una visione comune di cambiamento. Da qui è partito un percorso che ci permette, insieme alle persone dei nostri contesti, di raccontare la realtà e le trasformazioni che vogliamo realizzare. Il dato diventa così uno strumento di apprendimento, partecipazione e cambiamento generativo. Mentre il processo si sviluppa, includiamo i diversi partner, acquisendo nuove prospettive e competenze. Attualmente stiamo prototipando uno strumento digitale capace di integrare queste opportunità. Il modello cooperativo è circolare e poggia sull’intelligenza collettiva che nasce dai territori e dalle esperienze, per ritornare alla visione, dando senso e direzione. La governance della conoscenza che disegna è tanto aperta al futuro quanto connessa al presente. L’IA ci spinge a evolvere nella capacità di immaginare scenari e a riappropriarci di prospettive. Ma è proprio con l’IA che diventa più urgente una visione etica capace di trasformare l’innovazione tecnologica in innovazione generativa, dove le alleanze muovono su geometrie diverse, da quelle geografiche a quelle generazionali.