“La schiavitù del capitale” di Luciano Canfora

Canfora

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Canfora e la concezione della storia

Nondimeno, Canfora ambisce a porre il discorso sul piano della necessità. Proclama, con Tocqueville, che l’uomo tende naturalmente all’uguaglianza (ma Tocqueville, per cui lo sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni era un «fatto provvidenziale», lo rilevava obtorto collo, mentre Canfora lo fa invece con piacere): «impulso primario», «primum movens del moto storico», l’uguaglianza «è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame» (p. 99). Vi è quindi un principio del movimento storico, che tutto mette in discussione, ma che tuttavia «non vuol dire, sempre, progresso. Ci sarà sempre chi immaginerà di conoscere il senso e la direzione di tale movimento, o addirittura immaginerà di “governarlo” e di “guidarlo”. […] Possiamo solo immaginare che anche costoro, alla lunga, non reggeranno» (p. 98). Appena prima, però, ha scritto che «la storia procede a spirale. Dà l’impressione di tornare indietro anche quando, faticosamente, procede» (p. 97). Concetto posto anche nella conclusione di un testo di diversi anni fa, dove si dice che «la retta e il cerchio [ossia la concezione cristiana e quella antica della storia] si coniugano in una mai tautologica spirale»[1].

L’affermazione per cui la storia non è un progresso lineare è una critica mal diretta, che colpisce al più concezioni ottusamente positivistiche. Ma a Canfora preme sottolineare soprattutto che la storia è un processo sempre aperto. È la tesi del libro: la storia non è finita. Non è vero che il senso della storia sia la consacrazione dell’Occidente capitalista e liberaldemocratico; anzi, nella storia non vi è alcun telos: coloro che lo sostengono «non reggeranno». Tra coloro che non reggeranno pare, però, di dover inserire lo stesso Canfora, che si contraddice in due diversi luoghi, entrambi già citati. Il primo, dove si parla di spirale, metafora di una storia orientata (congiunzione di cerchio e retta, alla maniera in cui si congiungono cerchio e botte); il secondo, stando al quale, per dirla à la Marx, la storia è storia di lotte per l’uguaglianza. Difficilmente Canfora sfuggirebbe alla censura di Löwith contro la filosofia della storia: la sua è una storia in cui si realizza una «logica immanente». C’è un telos, nonostante si dichiari apertis verbis il contrario.

Non sembra convincente nemmeno l’idea che gli ultimi in quanto tali, coloro che patiscono una «ingiustizia lancinante», «fisicamente intollerabile» (p. 98) siano, di per sé, il motore della storia. Ma, forse, più che un’affermazione rappresenta una speranza. Lo sconfinamento nel terreno della filosofia della storia può essere, del resto, un rifugio rispetto all’attuale impossibilità di una prassi trasformatrice. Un indizio di questo atteggiamento, insieme di profonda delusione e di residua speranza, lo troviamo allorché Canfora si pone «la domanda che fa soffrire nel profondo le persone morali che hanno attraversato di scacco in scacco la politica dell’ultimo mezzo secolo: fu dunque tutto vano? […] è inutile consolazione ripetersi a fior di labbra “Eppur si muove”? Credo di no» (p. 97). La frase attribuita a Galileo (citata anche in chiusa alla Critica della retorica democratica) si abbina ai due testi presentati nell’appendice: l’ultimo discorso radiofonico di Salvador Allende nel palazzo assediato dai golpisti, e l’appello di Alexis Tsipras prima del referendum dell’estate del 2015. Vuole tutto ciò essere un monito a guardare non alle vicende immediatamente susseguenti, ma ai tempi lunghi della storia? Parrebbe un messaggio volto all’attesa, alla speranza appunto, di chi ha visto la battaglia svolgersi e finire; ma non crede all’esito, e fa appello all’«utopia della fratellanza». Un segnale, senza dubbio, dello smarrimento che regna a sinistra.


[1] Critica della retorica democratica, Laterza 2002, p. 112.


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Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

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