La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – prima parte

L’argomento principale di questa serie di quattro articoli è un tema di attualità: l’ascesa dello UK Independence Party guidato da Nigel Farage nella scena politica del Regno Unito. In Italia, lo UKIP è per lo più noto per essere risultato il partito britannico più votato alle elezioni europee del 2014 o, in alternativa, per la sua alleanza con il M5S per costituire un gruppo nel Parlamento Europeo. L’importanza del partito di Farage, di cui l’uscita del Regno Unito dall’UE è la ragion d’essere originaria e l’obiettivo fondamentale, va però ben oltre questi aspetti.

Da un lato, a contare è in sé e per sé il consolidamento dello UKIP, una dinamica che ha avuto luogo nell’ultimo lustro. Certo, si deve tenere a mente che nessun partito è in effetti riuscito – da quando, negli anni Venti del XX secolo, il Labour Party sostituì i liberali come secondo pilastro dell’alternanza di governo insieme al Conservative Party – di inserirsi nello stabile sistema partitico britannico e alterarne la configurazione. Lo UK Independence Party si è fatto la nomea di forza politica capace di raggiungere ottimi risultati alle elezioni europee, ma non di trasporli in analoghi successi nelle elezioni locali e soprattutto in quelle parlamentari; dopo il 2010 e in special modo dal 2013, tuttavia, lo UKIP ha ben figurato proprio nelle elezioni locali e in alcune di quelle suppletive, giungendo persino a vincere due di queste. Le imminenti elezioni legislative del maggio 2015 rappresentano quindi un decisivo banco di prova per il momentum del partito.

Dall’altro lato, con la sua stentorea denuncia dell’UE lo UKIP influenza la politica britannica anche per via indiretta condizionando il comportamento dei partiti tradizionali, oltretutto restii ad assumere atteggiamenti filo-europei anche per via della situazione non brillante dell’Unione e dell’euro. Certo, nel partito laburista l’euroscetticismo è minoritario fin dalla metà degli anni Ottanta, ma corre comunque una differenza notevole tra l’approccio cauto ed esitante di oggi all’Europa e quello, aperto alla possibilità di adottare l’euro, della fine degli anni Novanta. Ma è tra i ranghi dei conservatori, presso cui l’ostilità all’UE è diventata poco meno di un dogma nel corso degli ultimi venticinque anni, che lo sprone dello UKIP ha rafforzato la posizione di quell’ala che desidera l’abbandono dell’UE. Diversi sviluppi avvenuti sotto l’attuale governo di coalizione illustrano la posizione radicale assunta da David Cameron per neutralizzare la sfida dei “suoi” parlamentari più estremisti (e dello UKIP): dall’approvazione dell’European Union Act, che vincola successive modifiche dei trattati europei (dunque la concessione di ulteriori poteri a Bruxelles) alla convocazione di referendum in patria, fino alla promessa, in caso di nuova vittoria dei conservatori, di rinegoziare le condizioni di appartenenza all’Unione e sottoporle entro il 2017 ad un referendum popolare con cui decidere se continuare ad essere membri dell’UE o meno.

L’euroscetticismo dello UK Independence Party – netto e granitico, senza sfumature o esitazioni – non è comunque scaturito dal niente. Secondo l’opinione comune l’elettorato britannico è tradizionalmente fra i più diffidenti d’Europa nei confronti dell’Unione Europea, di pari passo con il modo in cui le sue élite di governo hanno ben di rado espresso convinto impegno verso la stessa UE. Per giunta, nella narrazione politica dello UKIP compaiono argomentazioni anti-europee che sono già state usate, nel cinquantennio precedente, da oppositori della CEE conservatori o laburisti: argomentazioni che spesso facevano leva sulla divergenza di interessi tra Gran Bretagna e altri Stati europei, oppure su presunte divergenze inconciliabili fra un’identità nazionale britannica e un’identità “continentale”. Poiché l’euroscetticismo britannico non nasce con lo UKIP, lo si può capire meglio ricostruendo la storia del rapporto britannico con l’Europa dopo il 1945.

In questo primo articolo vorrei inquadrare sinteticamente le caratteristiche del sistema partitico britannico, accennando poi alle relazioni tra il Regno Unito e il processo di integrazione europea dal secondo dopoguerra fino alla prima domanda di adesione alla CEE (1961). In un secondo articolo, complementare a questo, affronto i rapporti “effettivi” fra Regno Unito e CEE/UE di lì in poi. Una terza “puntata” sarà dedicata più specificamente allo UK Independence Party: alla sua evoluzione ventennale, al suo orientamento ideologico, al programma politico, ad un profilo del suo elettorato di riferimento e al ruolo del leader Nigel Farage. Da ultimo, una quarta sezione servirà a chiarire le prospettive in vista delle elezioni del 2015.

Il sistema partitico britannico si fonda, come è risaputo, su due partiti principali che di norma si alternano al governo. Salvo situazioni eccezionali, cioè, il Partito Laburista o il Partito Conservatore escono dalle elezioni con una maggioranza assoluta dei 650 seggi della camera bassa del Parlamento di Westminster, la Camera dei Comuni, il che consente appunto al partito vincitore di formare un governo monocolore. Il terzo partito tradizionale dell’establishment britannico, quello liberaldemocratico (di orientamento socio-liberale) che discende dallo storico partito liberale del Regno Unito, ottiene di consueto alcune decine di parlamentari alla House of Commons, ma assai raramente giunge a disporre di un “potenziale di ricatto” o di un “potenziale di coalizione”; l’attuale governo di coalizione, nato dopo che alle elezioni del 2010 nessun partito ha conseguito una maggioranza assoluta, è stato una delle due eccezioni del dopoguerra1. Altri partiti rappresentati a Westminster, come lo Scottish National Party, il gallese Plaid Cymru e le formazioni politiche nordirlandesi, non sono numericamente significativi.

La formula elettorale usata per le elezioni legislative consiste in un sistema maggioritario a turno unico, detta first-past-the-post: il territorio nazionale è suddiviso in collegi uninominali, in numero corrispondente ai seggi da assegnare, in ciascuno dei quali risulta eletto il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei voti qualunque essa sia. Una simile formula accresce la tendenza a votare in maniera strategica per un candidato che abbia possibilità di vittoria (disincentivando espressioni di “voto sincero” che più facilmente potrebbero aver luogo in un sistema proporzionale, o in uno maggioritario ma a doppio turno). Per un partito le cui prospettive di vittoria in un collegio siano deboli, dunque, e in primo luogo per partiti “nuovi” o non consolidati, è a maggior ragione difficile presentarsi di fronte agli elettori con credenziali sufficienti. I motivi per cui lo UKIP è invece riuscito ad ottenere buoni risultati alle elezioni europee – 16,1% nel 2004, 16,5% nel 2009 e 26,6% nel 2014 – sono legati al fatto che si tratta di elezioni “di secondo ordine”, in cui l’affluenza è bassa e gli elettori tendono a punire i partiti di governo (anche) in favore di outsiders; per giunta, la formula elettorale è proporzionale, cosicché per i partiti minori è più agevole ottenere rappresentanza al PE che a Westminster.

Labour Party e Conservative Party hanno quindi formato tutti i governi britannici dal secondo dopoguerra ad oggi. Il 5 luglio 1945, a guerra conclusa in Europa, il popolo britannico aveva voltato le spalle a sorpresa a Churchill consegnando una nettissima maggioranza al Labour Party. Furono dunque i laburisti, che sotto la premiership di Clement Attlee presiedettero ad un programma di nazionalizzazioni e rafforzamento del Welfare State, a dover avere a che fare con gli inizi del processo di integrazione europea: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) prese infatti le mosse dalla famosa proposta formulata dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950. Al di là dell’irritazione del suo omologo britannico Ernest Bevin per non essere stato avvertito dai francesi, il progetto di mettere in comune la produzione di carbone e acciaio sotto un’Alta Autorità con forti poteri suscitava sorpresa e incredulità tra i funzionari governativi, dubbi sul fatto che si trattasse di un piano degnamente concepito, avversione per l’impianto sovranazionale della proposta e pure diffidenza verso presunte intenzioni egemoniche francesi. Peraltro, un simile disegno non poteva facilmente attrarre uno Stato che aveva appena portato sotto il proprio controllo le relative industrie nazionali nell’ambito di un piano riformatore “socialista”. C’era, infine, un ulteriore aspetto: mentre i sei Paesi che diedero vita alla CECA e avrebbero fondato la CEE – Francia, Germania, Italia e Paesi del Benelux – erano in vari modi usciti sconfitti dalla Seconda Guerra Mondiale, questa aveva perpetuato l’invitto orgoglio britannico e l’illusione di essere ancora una grande potenza.

In quegli anni, si è scritto, la Gran Bretagna perseguiva una politica di “responsabilità limitata” nei verso l’Europa: era conscia di dover promuovere un riavvicinamento franco-tedesco in chiave anti-sovietica, ma aveva rapporti commerciali e legami con il Commonwealth, e si sentiva comunque vincolata agli Stati Uniti da una special relationship che comportava al tempo stesso una garanzia di protezione, un’ancora di conforto rispetto al declino del suo potere globale e un accesso privilegiato alla tecnologia militare americana. La Gran Bretagna era interessata ad accordi di mutua assistenza militare come il Patto di Bruxelles del 1948 (con Francia e Benelux), all’istituzione della NATO e a quella del Consiglio d’Europa, un organo intergovernativo, ma non a piani di integrazione sovranazionali né, persino in epoca laburista, a vagheggiamenti di “terze vie” fra USA e URSS. Il fallimento del trattato per una Comunità Europea di Difesa (l’embrione di un esercito comune europeo), affossata da un voto dell’Assemblea nazionale francese, lasciava del resto pensare che i progetti “federalisti” in Europa non avessero futuro.

Se comunque i laburisti non avevano ostacolato in alcun modo la CECA, e se i conservatori al governo dal 1951 avevano proseguito siglando con essa un trattato di associazione, l’atteggiamento del governo britannico verso l’integrazione europea divenne presto più ostile. Il Regno Unito aveva rifiutato l’idea di prendere parte ad unioni doganali o aree di libero scambio con l’Europa occidentale, essenzialmente per preservare i rapporti commerciali con il Commonwealth, con cui aveva luogo nel dopoguerra il 50% del commercio britannico e da cui provenivano merci agricole a basso costo. Alla metà degli anni Cinquanta, quando i piani dei Sei si volsero verso un mercato comune, la Gran Bretagna non poteva permettersi né che esso riuscisse senza di lei, né che senza di lei fallisse: il primo caso avrebbe significato isolamento politico e crollo dell’influenza britannica in Europa, connessa insoddisfazione degli Stati Uniti, allentamento dei legami commerciali con i Sei; il secondo avrebbe indebolito l’unità d’Europa di fronte alla minaccia sovietica.

Intanto, il governo conservatore veniva investito dall’umiliazione della crisi del canale di Suez (ottobre/novembre 1956), che causò le dimissioni del primo ministro Eden e il suo rimpiazzo con Harold Macmillan: almeno in prima battuta, la lezione che se ne trasse fu la necessità che la special relationship con gli Stati Uniti restasse salda. La prima contromossa britannica alla nascente CEE fu la proposta (fallita) di un piano che salvasse i benefici che la Gran Bretagna traeva dai prodotti agricoli del Commonwealth: il “Piano G”, un’area di libero scambio per i soli prodotti manifatturieri e priva di tariffe esterne comuni. Dopo la firma dei Trattati di Roma nel 1957 e la nascita vera e propria della CEE, che provvide presto a ridurre i dazi interni e creare la tariffa esterna ponendo le industrie britanniche in situazione di svantaggio competitivo nell’accesso ai suoi mercati, il Regno Unito si risolse nel 1960 a dare vita all’EFTA: un’area di libero scambio con Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera, che però si rivelava assai meno integrata e dinamica. Fu questo, insieme alle difficoltà economiche e al peggioramento della bilancia dei pagamenti all’inizio degli anni Sessanta, a convincere infine il primo ministro conservatore Macmillan a presentare una domanda di adesione alla CEE.

Continua: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – seconda parte


1 L’altra è stata un patto minimo Lib-Lab, concluso nel 1977 per tenere in vita un governo laburista rimasto senza una maggioranza parlamentare, ma durato comunque appena un anno.


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna e trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo e sulla teoria costruttivista.

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