La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – quarta parte

Prima parte: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – prima parte

Terza parte: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – terza parte


Nel primo dei quattro articoli ho mostrato e caratteristiche della (semplice) formula elettorale britannica e cercato di presentare la sfida portata dallo UK Independence Party al sistema partitico, direttamente con la sua ascesa nelle preferenze popolari e indirettamente attraverso il “condizionamento” euroscettico del partito conservatore. Nel secondo ho ricostruito la storia delle relazioni fra il Regno Unito e la Comunità europea dal 1945, concentrandomi soprattutto sulle posizioni assunte di volta in volta dai governi britannici e sulle motivazioni esibite all’opinione pubblica, oltre che sui cruciali cambiamenti ingenerati dalla critica euroscettica di Margaret Thatcher. Nel terzo mi sono dedicato alle caratteristiche e agli aspetti salienti dello UKIP dal punto di vista sia della storia del partito, sia del lento consolidamento nel tempo, sia dell’elettorato di riferimento, sia della collocazione ideologica e dell’approccio populista, nazionalista e identitario. A questo punto, conviene invece contestualizzare la sfida euroscettica dello UKIP nel brevissimo periodo, alla luce delle elezioni politiche che si tengono giovedì 7 maggio 2015.

Quali sono le prospettive del partito di Farage? Una risposta concisa potrebbe essere questa: sono migliori di quanto siano mai state alla vigilia di un’elezione per il rinnovo del Parlamento, ma al tempo stesso lo UKIP appare ben lontano dal causare il “terremoto nella politica britannica” promesso da Farage. I sondaggi lo accreditano di un 13%-14% dei consensi, al termine di una graduale discesa da un picco del 20% circa raggiunto a novembre 2014, all’epoca delle vittorie in due elezioni suppletive. Rispetto al 3.1% ottenuto alle elezioni del 2010, insomma, lo UKIP ha ampie probabilità di fare decisamente meglio in termini sia percentuali sia assoluti[1].

D’altra parte, per parlare di una vittoria ci vorrebbe ben più di un semplice rafforzamento dei consensi. Come abbiamo visto, l’obiettivo primario dello UKIP in questa tornata elettorale è quello di conquistare seggi a Westminster, un’impresa neppure avvicinata in una general election e che è riuscita sì a fine 2014, ma soltanto in due elezioni suppletive in cui i candidati del partito erano favoriti dal fatto di essere già stati eletti nei rispettivi collegi nel 2010, anche se sotto le insegne dei Tories. Allo stato attuale, secondo il Guardian è plausibile che lo UKIP riesca ad aggiudicarsi tre seggi nella Camera dei Comuni: a Clacton, circoscrizione già “espugnata” nel 2014, aggiungerebbe South Thanet, dove il leader Farage è candidato e sta conducendo una battaglia dall’esito tutt’altro che scontato, e Thurrock.

Va detto, d’altro canto, che agli inizi di marzo Matthew Goodwin, uno tra i più rispettati studiosi dell’ascesa dello UKIP che ne sta seguendo sul terreno la campagna elettorale, aveva sostenuto che la forza del partito di Farage fosse sottostimata dai sondaggi nazionali. Secondo Goodwin lo UKIP avrebbe non solo espugnato South Thanet e Thurrock e mantenuto i due seggi conquistati nell’autunno 2014, ma avrebbe prevalso in circa sei seggi, oltre a danneggiare indirettamente i conservatori in 69 collegi elettorali e i laburisti in 59. Inoltre, secondo le sue previsioni, candidati dello UKIP sarebbero giunti al secondo posto in 60 constituencies nell’Inghilterra settentrionale – se ciò accadesse potrebbe, pur con tutte le riserve del caso, preparare il terreno per un ulteriore avanzamento nelle elezioni seguenti[2]. E tuttavia, potrebbe anche darsi la circostanza in cui uno UKIP forte di un buon risultato complessivo e della conquista di una manciata di circoscrizioni dovesse subire una scossa ai vertici. Questo avverrebbe se Nigel Farage fosse sconfitto a South Thanet, cosa che, secondo le sue parole, lo spingerebbe a dimettersi dalla leadership del partito, coprendo di interrogativi le sorti di un partito la cui ascesa recente ha interamente avuto luogo sotto la sua guida.

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Quali che siano le prospettive dello UKIP addirittura oltre il 2015, è chiaro che esse dipendono in buona parte dai cinque anni di governo che stanno per avere inizio, quindi in primo luogo dall’esito delle elezioni ormai imminenti. E in verità, anche se non vorrei correre il rischio di enfatizzare a dismisura o definire “epocale” un evento che non lo è, numerosi fattori fanno ritenere che questa particolare tornata elettorale sia destinata ad essere radicalmente innovativa nel panorama britannico. In primo luogo, il duello tra Labour Party e Conservative Party è molto incerto: i due partiti, che oscillano fra il 30% e il 35% dei consensi, sembrano avviati a conquistare circa 270 seggi ciascuno. Per ottenere la maggioranza assoluta, però, occorrono 326 parlamentari su 650 alla Camera dei Comuni: questo è il motivo per cui dal 2010 ad oggi i conservatori, che avevano ottenuto 306 seggi, sono dovuti ricorrere ai 57 del partito liberaldemocratico. Una novità rispetto al 2010 è proprio che i Liberal Democrats hanno pagato cara la loro partecipazione come junior partner al governo di David Cameron, precipitando all’8% dei consensi e venendo accreditati di appena una trentina di seggi: questo significa che, per quanto siano il più naturale alleato di governo sia per i laburisti sia per gli stessi conservatori, questa volta neppure il loro contributo basterebbe per assicurare la maggioranza assoluta. E’ uno dei motivi per cui, rispetto alla pur notevole “ascesa” dello UKIP, passa in primo piano quella dello Scottish National Party (SNP): il partito indipendentista scozzese, di orientamento socialdemocratico, che si appresta a prevalere in oltre 50 dei 59 seggi scozzesi (rispetto ai 6 del 2010), fra l’altro “sottraendoli” in buona parte al Labour Party, che in Scozia è ben più forte e radicato dei conservatori. Governare con un partito il cui obiettivo è portare la Scozia fuori dal Regno Unito, per quanto ideologicamente non distante dal Labour, sarebbe una scelta non priva di difficoltà per il leader laburista Ed Miliband (che, piuttosto logicamente, per ora ha escluso un’alleanza con gli indipendentisti per serrare i ranghi del suo partito in Scozia e limitare le perdite). Da parte sua Nicola Sturgeon, leader dello SNP e primo ministro scozzese, ha chiarito che non c’è possibilità di alleanza con un partito di destra come quello conservatore, proponendo invece a Miliband di collaborare.

Sarebbe possibile ipotizzare un governo di minoranza del Labour Party, sostenuto da un qualche genere di appoggio esterno dello SNP, se la somma delle due forze raggiungesse la maggioranza assoluta. Secondo le rilevazioni del 6 maggio, sembra però che questa somma si fermi a 322 seggi: una maggioranza in Parlamento si otterrebbe includendo in qualche modo altri partiti più piccoli, di centro-sinistra e autonomisti in varie tinte, come gli indipendentisti gallesi di Plaid Cymru, i Verdi o il SDLP nordirlandese. Se la via per il Labour è perigliosa, per i conservatori sembra essere senza sbocco anche qualora riescano ad aggiudicarsi la maggioranza relativa rispetto ai rivali laburisti: sebbene l’unione di tutte le forze appena citate sia poco coesa come coalizione a sostegno di un governo, essa è tuttavia un formidabile blocco anti-Tory che godrebbe della maggioranza assoluta.

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E’ il caso di notare come la campagna elettorale sia stata dominata da tre temi, ciascuno dei quali corrisponde ad un punto di forza per laburisti, conservatori o UKIP: la sanità e il futuro del National Health Service, rispetto al quale i laburisti sono percepiti come il partito più affidabile e in linea con le aspettative dell’elettorato, la gestione dell’economia, per cui sono invece i conservatori a godere di maggior credibilità e autorevolezza, e l’immigrazione. In relazione a quest’ultimo tema lo UKIP, avendo collegato con relativo successo la questione dell’Unione Europea a quella dell’immigrazione e del controllo delle frontiere, gode di un vantaggio almeno relativo: è in questo settore di policy che le sue proposte appaiono meglio definite, oltre che meno dettate dalla necessità utilitaristica di trovare proposte in vista delle elezioni.

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Qualche considerazione, infine, andrebbe fatta a proposito dell’impatto di questo probabile scenario post-elezioni sul rapporto con l’Unione Europea. Come si è anticipato nel primo articolo, tra le promesse dei conservatori c’è, oltre alla contrarietà ad ulteriori passi dell’integrazione e all’ambizione di “rimpatriare” poteri, l’impegno a rinegoziare le condizioni della permanenza nell’UE e ad indire entro il 2017 un referendum sulla membership per chiamare direttamente in causa l’elettorato. Per quanto negli ultimi cinque anni i liberaldemocratici abbiano sostanzialmente permesso che la linea del governo di coalizione sull’UE fosse determinata dall’euroscetticismo dei Tories molto più che dal proprio (teorico) europeismo, rimane dubbio che il Conservative Party possa convincere il suo alleato ad accettare la prospettiva di una rinegoziazione volta ad indebolire l’integrazione o quella, più destabilizzante ancora, di un referendum che potrebbe sancire l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Come abbiamo visto, peraltro, una nuova coalizione fra conservatori e liberaldemocratici non avrebbe, sulla carta, i numeri per governare. Più facile è allora partire dalla posizione del Labour Party, il cui approccio all’UE è dettato da una sorta di cauto europeismo più compatibile con le posizioni dei Liberal Democrats. I laburisti sostengono di volersi impegnare in Europa per una miglior difesa dell’interesse nazionale britannico, difendono in maniera inequivocabile la partecipazione britannica all’UE (anche se le ragioni economiche ne sono forse la ragione principale), ma non intendono aderire all’euro, propongono di riformare l’Unione “perché funzioni meglio per la Gran Bretagna” (perfezionando il mercato unico e modificando la Politica Agricola Comune). Il discorso laburista è in teoria filo-europeo ma in pratica pragmatico e “realista”, in linea con la tradizione nazionale: prevede che non vi siano nuovi trasferimenti di poteri a Bruxelles senza un referendum sulla membership, oltre a proporre che gli immigrati provenienti dal resto dell’UE non possano percepire sussidi prima di aver vissuto nel Regno Unito per due anni.

Per lo SNP, che in molti settori delle politiche economiche e sociali appare allineato al Labour Party se non addirittura pronto a spronare verso sinistra il partito di Miliband a Westminster, vale una simile dinamica a proposito del tema europeo. Per via delle centinaia di migliaia di posti di lavoro in Scozia che si stima dipendano dal commercio con i Paesi dell’UE, dell’export scozzese verso l’Europa e dell’ampia quantità di fondi strutturali che giungono da Bruxelles, oltre che forse dell’importanza geopolitica di trovare interlocutori in Europa bypassando in parte Londra, è del tutto logico che le autorità scozzesi siano filo-europee. Lo SNP, ad ogni modo, si oppone ad un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea e, qualora la consultazione dovesse avere luogo, premono perché sia soggetta ad un requisito di “doppia maggioranza”: vale a dire, che l’uscita dall’UE non abbia luogo se non vi sia una maggioranza in tal senso in ognuna delle quattro nazioni costituenti del Regno Unito, oltre che nello UK complessivamente[3].

E’ difficile formulare ulteriori previsioni sul futuro dello UKIP in queste condizioni di incertezza. Quel che si può dire in linea generale è che, a meno che i conservatori non abbiano occasione di dettare la linea del prossimo governo sulla questione europea, ben difficilmente le pretese del partito di Farage (e dell’ala euroscettica del Conservative Party) potranno essere soddisfatte anche solo in parte. E mentre l’europeismo convinto di un governo coeso potrebbe eventualmente arginare l’ascesa dello UKIP, specialmente se la crisi dell’Unione Europea avesse fine almeno dal punto di vista economico, un europeismo indeciso da parte di un governo litigioso e frazionato – di coalizione e/o con il sostegno esterno dello SNP – potrebbe rilanciare lo UK Independence Party nel medio periodo. In aggiunta, il populismo dello UKIP gli permetterebbe di guadagnare terreno nei confronti di governi che si mostrassero incapaci di prendere di petto i problemi della Gran Bretagna, mentre il nazionalismo inglese (non solo britannico) di cui è portatore gli servirebbe a denunciare eventuali governi “ostaggio” dello SNP. Un’ampia parte del futuro dello UKIP passa però, come è naturale, dalla crescita che dimostrerà passando attraverso queste elezioni e, non meno che da ciò, dalla sorte che attende Nigel Farage nel seggio di South Thanet.


[1] Vale comunque la pena di ricordare che secondo il Poll of Polls della BBC, sostanzialmente una media calibrata delle rilevazioni dei più accreditati sondaggisti nazionali, lo UKIP godeva di un 15% dei consensi nel mese di maggio 2014, in cui invece vinse le elezioni europee con il 26.6%. Questa considerazione serve a sottolineare che, nel caso delle elezioni europee, numerosi cittadini non tradizionalmente elettori dello UKIP (specialmente conservatori) votarono per il partito di Farage in maniera “strategica”, per inviare un segnale. Con dinamiche completamente diverse, il voto “strategico” è favorito anche nel sistema first-past-the-post usato per le elezioni parlamentari nazionali, il che potrebbe far sì che percentuali di consensi e di voti effettivi mostrino discrepanze.

[2] http://www.telegraph.co.uk/news/politics/11450075/Ukip-already-has-four-seats-in-the-bag-says-leading-expert-Matthew-Goodwin.html

[3] http://www.snp.org/media-centre/news/2015/jan/sturgeon-puts-europe-heart-snp-campaign


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna e trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo e sulla teoria costruttivista.

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