La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – seconda parte

Prima parte: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – prima parte


 

La richiesta di adesione fu concepita anche come strategia difensiva per modernizzare l’industria, ma rilievi politici pesarono nella scelta: in primo luogo la pressione degli USA, cui si riteneva di non poter più dire di no. Alla cittadinanza e ai backbenchers conservatori più restii (legati all’eredità storica ed emotiva del Commonwealth), la decisione fu comunque esposta come una mossa tattica di natura soprattutto economico-commerciale: una scelta non di identità, bensì di convenienza. Nel 1963, dopo un anno di negoziati, il presidente francese De Gaulle pose però un veto unilaterale all’accesso della Gran Bretagna. Come i governi inglesi, anche De Gaulle voleva un’Europa intergovernativa senza vagheggiamenti federalisti, ma a guida francese e perciò senza l’unica potenza di peso paragonabile: specialmente se essa poteva essere un ostacolo alla definizione della Politica Agricola Comune e un “cavallo di Troia” di interessi statunitensi.

Nel 1964, dopo tredici anni di opposizione, salirono al potere i laburisti. Nel 1962 il congresso del partito aveva dato prova di diffidare della CEE; né il premier Harold Wilson si era distinto come suo difensore, dando anzi priorità alla rivitalizzazione di rapporti e scambi con il Commonwealth. Spinose divisioni ebbero però luogo nello stesso Commonwealth1; e il National Plan ideato per rilanciare economia e industria non diede i frutti sperati2. Accostarsi alla CEE fu una sorta di piano B, su cui oltretutto i laburisti non erano concordi (il Cabinet si dichiarò a favore di una nuova richiesta di adesione, ma per 13 voti contro 8). Il veto francese fu peraltro replicato nel 1967.

Negli anni ’60 i partiti furono pienamente coinvolti in discussioni sul rapporto con l’Europa che in precedenza toccavano soltanto le élite di governo, ma il tema non generava ancora collaborazione trasversale fra gli euroscettici (ante litteram) dei due partiti, né induceva ministri ostili alla CEE a dimettersi contro le istanze di adesione. Macmillan e Wilson, pur di partiti diversi, seguirono linee prudenti affini, mostrandosi come “onesti mediatori” interessati a indagare i benefici della membership, ma il loro sforzo velato pro-adesione fu frustrato dall’ostilità francese. Per l’ingresso nella CEE si dovette attendere il terzo tentativo, che si giovò delle dimissioni di De Gaulle e dell’impegno del nuovo primo ministro conservatore, il filo-europeo Edward Heath3. Le preoccupazioni popolari sembravano riguardare più un possibile rincaro dei prodotti agricoli che la sovranità nazionale; Heath propose comunque una distinzione fra “mettere in comune” la sovranità e “cederla”, ma nel complesso la leadership conservatrice si mantenne restia a discutere le conseguenze “politiche” dell’adesione (come il primato del diritto comunitario in certi ambiti).

Il 28 ottobre 1971 la Camera dei Comuni votò una risoluzione generale in favore della membership. La maggioranza parlamentare Tory di circa trenta voti si rivelò insufficiente, cosicché i 39 “ribelli” del partito venuti allo scoperto furono sconfitti solo dal decisivo sostegno di 69 laburisti. Nei voti veri e propri sullo European Communities Bill il governo Heath ottenne maggioranze ridotte: l’esiguità del margine fu un altro motivo per cui si preferì negare che la sovranità nazionale essenziale fosse erosa. L’iter fu comunque concluso con successo e la Gran Bretagna fece ingresso nelle Comunità europee l’1 gennaio 1973 insieme a Irlanda e Danimarca.

La fase seguente fu, come periodo formativo, un ben misero contraltare della crescita sperimentata dai Sei dall’inizio dell’integrazione. Negli anni ’70 il Regno Unito fronteggiò: l’instabilità causata dalla fine del sistema di Bretton Woods (1971), il fallimento dell’effimero sistema di stabilizzazione dei tassi di cambio (“serpente monetario”) allestito in risposta in Europa occidentale, la quadruplicazione del prezzo del greggio a causa dell’embargo petrolifero decretato nel 1973 dai Paesi produttori arabi, una crisi del debito che nel 1976 sfociò in pressioni dei mercati finanziari e costrinse ad una svalutazione della sterlina, ampi tagli di spesa pubblica concessi come contropartita per un prestito del FMI, una decennale stagflazione. Questo contribuisce a spiegare perché, dopo l’adesione, non si diffusero sentimenti di maggiore identificazione con l’Europa.

Wilson, giunto nuovamente al potere nel 1974 con una maggioranza quasi nulla, non poté venir meno ad una promessa fatta ai tempi dell’opposizione al governo Heath: rinegoziare le condizioni dell’appartenenza alla CEE. Questa era la posizione intermedia che aveva permesso di tenere unite le anime di un Labour Party diviso fra quanti erano pro-integrazione, quanti erano contrari e quanti avevano concepito il tema europeo solo come un modo per mettere in difficoltà il partito rivale. Ma il tentativo di rinegoziazione condusse a modifiche marginali: non si toccò la PAC, che assorbiva i due terzi del bilancio ma beneficava soprattutto altri Stati, e neppure la contribuzione britannica al budget, anche se si ebbe un’estensione del periodo transitorio in cui alcune merci agricole avrebbero acceduto senza dazi ai mercati europei. Contro l’accordo si espressero un congresso del Labour Party, metà della rappresentanza a Westminster e un terzo dei ministri, e per salvare l’unità del partito Wilson tagliò il nodo di Gordio convocando un referendum. Certo, nel referendum del 5 giugno 1975 sostennero la conferma dell’appartenenza alla CEE i leader dei tre partiti, la quasi totalità della stampa e buona parte della business community; e con questo fronte, del 64.5% che si recò alle urne, si schierò una maggioranza del 67.2%. Un punto cruciale è però che, per il modo in cui la campagna fu impostata dai fautori della scelta comunitaria, l’idea della membership che fu proposta (e che i britannici si trovarono ad approvare) fu ancora una volta una visione strumentale di pragmatismo economico e continuità con l’ordine politico nazionale.

I continui guai dell’economia sotto Wilson e il suo successore Callaghan condussero nel 1979 alla vittoria dei conservatori, che avrebbero tenuto il campo per undici anni sotto Margaret Thatcher e altri sette sotto John Major. Tra i laburisti, allora, prevalse dapprima l’ala sinistra, finché nel 1983 il Labour Party promise di negoziare l’uscita dalla CEE; dopo una tremenda sconfitta elettorale, però, iniziò un processo di conversione “moderata” e filo-europea che avrebbe condotto il partito, dagli anni ’90, a non aver più una frazione euroscettica di ampie dimensioni. Thatcher, invece, indurì la tradizione “europea” di Wilson di pragmatismo spassionato, anche se a differenza sua non era vincolata né da esigue maggioranze parlamentari né da divisioni stabili nel partito, e in campo europeo spese i suoi primi anni rivendicando ostinatamente revisioni dei contributi al budget (il Regno Unito risultava uno dei due contributori netti fra i nove Stati membri, con una quota doppia di quella francese). Dopo anni di asprezza, minacce e faticosi compromessi transitori, al Consiglio Europeo di Fontainebleau (1984) si raggiunse un accordo: il rebate (“rimborso”) sarebbe consistito nei 2/3 dello scarto tra quanto il Regno Unito apportava alle casse comunitarie e quanto riceveva.

Il “secondo tempo” dei rapporti di Thatcher con l’Europa fu segnato invece da un notevole balzo in avanti sul piano della profondità dell’integrazione, coadiuvato dal suo governo conservatore. Ciò poté aver luogo perché Thatcher si prestò, come i suoi ministri più esperti e meno euroscettici, ad accettare di rafforzare istituzioni europee che pure detestava, in cambio di un obiettivo che fu l’altro fulcro dell’Atto Unico Europeo del 1986: eliminare entro il 1992 ogni residuo ostacolo alla libera circolazione di merci, servizi, persone e capitale sul suolo comunitario. Di lì in poi, Thatcher conobbe una nuova nemesi: le ambizioni del presidente della Commissione, il socialista Jacques Delors, per cui l’AUE avrebbe dovuto rilanciare l’integrazione ed essere seguito da una politica sociale europea, per una vera unione politica. A questo Thatcher reagì con il duro discorso al Collège d’Europe di Bruges, tenuto nel settembre 1988, che può essere ritenuto l’atto fondativo dell’euroscetticismo contemporaneo. Presentando l’integrazione europea come antitetica agli interessi e all’identità nazionale, Thatcher legittimava un “credo” euroscettico che in passato non era compiutamente entrato nel mainstream della politica britannica e poneva le basi affinché, durante gli anni Novanta, nascesse in Inghilterra una moltitudine di influenti gruppi euroscettici.

Colpisce in particolare che, benché nel 1990 la popolarità di Thatcher fosse tanto bassa e i suoi rapporti con i più illustri esponenti del partito tanto tesi da costringerla a dimettersi, la sua voce riuscì poi, quasi da sola, a spingere il partito in direzione euroscettica. Il suo successore Major ne fu indebolito drasticamente, e l’euroscetticismo conservatore si sprigionò in occasione della ratifica parlamentare dell’importantissimo trattato di Maastricht4. Major aveva negoziato due esenzioni rispetto all’adozione dell’euro e ad un nuovo accordo di politica sociale, ma per i ribelli questo non bastava: e dopo mesi di battaglia tra il governo e una parte della maggioranza, la ratifica andò in porto solo grazie alla posizione neutrale assunta dai laburisti e alla minaccia di elezioni anticipate.

Nel 1997 i laburisti di Blair vinsero le elezioni promettendo verso l’Europa un rinnovato impegno. Le posizioni ufficiali dei partiti in proposito erano simili e tradizionali: completamento del mercato unico, riforma della PAC, allargamento dell’Unione, rifiuto di un’Europa federale, mantenimento dell’unanimità per riforme dei trattati, caute aperture all’euro compensate dall’impegno ad un referendum. Al più, i laburisti si erano impegnati a rinunciare all’opt-out sulla politica sociale. Al tempo stesso, il neo-eletto primo ministro desiderava che il “suo” Regno Unito e la sua “terza via” giocassero un ruolo di primo piano in Europa (tanto che nel 1998, con la dichiarazione anglo-francese di St. Malo, aprì persino ad una politica di difesa europea). Una carta in questa partita era l’adozione dell’euro, che per qualche anno rimase un’opzione plausibile, malgrado divergenze nel partito, la contrarietà dell’opinione pubblica e il recalcitrare del ministero del Tesoro. Il Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, pretese però che si decidesse sulla base di una valutazione esclusivamente economica affidata ad un team governativo5: quando il responso fu negativo, si accantonò l’argomento. Si era nel 2003, e la Seconda Guerra del Golfo avrebbe presto scavato un solco fra Germania e Francia da un lato e la Gran Bretagna dall’altro (membro della “coalizione dei volenterosi”). impedendo quindi al Regno Unito sia di fungere da ponte fra Europa e USA, sia di affiancare Francia e Germania come “motore” dell’integrazione6.

E’ comunque emblematico il modo in cui Blair illustrò in patria i trattati europei sottoscritti sotto il suo mandato. Siglato il trattato di Amsterdam, Blair seguì il copione usato da Major dopo Maastricht, parlando di una trionfale difesa degli interessi nazionali; i conservatori all’opposizione, come avevano fatto gli oppositori euroscettici contro lo stesso Major, criticarono i trasferimenti di competenze come una resa alla (presunta) deriva verso il “super-Stato” europeo. Quanto al Trattato costituzionale, di impronta quasi federale, che prometteva di far compiere un ulteriore salto di qualità al processo di integrazione, Blair suggerì e negò a più riprese di voler promuovere un referendum, attendendo la piega degli eventi in altri Paesi nella speranza di minimizzare la questione e senza attaccare apertamente gli euroscettici. Quando nel 2007 Brown subentrò a Blair, l’insuccesso dei referendum in Olanda e Francia aveva affossato il Trattato costituzionale, gran parte del quale era confluita nel Trattato di Lisbona: Brown cercò un vuoto appeasement con l’opinione pubblica giungendo in ritardo all’incontro dei capi di governo per la firma del Trattato, siglandolo quindi per conto suo e non sforzandosi di difenderlo di fronte all’opinione pubblica.

Se non altro, la strategia di occultamento del tema europeo funzionò per alcuni anni, facendo diminuire la sua rilevanza presso l’elettorato e ostacolando un partito conservatore che, specialmente nelle elezioni del 2001, aveva incentrato sull’ostilità all’UE la propria campagna. In effetti, tra il 1997 e il 2010 i Tories sono divenuti assai euroscettici, come mostrano sia la linea politica (no all’euro o a trasferire competenze, sì al rimpatrio di porzioni di sovranità), sia la rilevanza di idee euroscettiche nella scelta dei leader, sia l’orientamento medio dei parlamentari. Cameron stesso, che aveva cercato di moderare l’immagine del partito, aveva sì rinunciato a proporre un referendum per rinegoziare il Trattato di Lisbona (ormai ratificato da tutti gli Stati membri e in procinto di entrare in vigore), ma aveva pure riaffermato la linea politica descritta.

L’attuale governo di coalizione, anche se ne fanno parte i Liberal Democrats (filo-europei), ha mostrato un orientamento poco europeista; ma per numerosi parlamentari conservatori neanche questo è stato sufficiente. La più ampia sfida degli euroscettici conservatori al governo Cameron, nell’ottobre 2011, ha visto 81 di loro sostenere una mozione che richiedeva un referendum per decidere della permanenza nell’UE, del suo abbandono o di una ri-negoziazione su basi commerciali. Era la più ampia ribellione mai vista sulla questione europea – e contro un governo che aveva appena reso legge l’European Union Act: una norma che vincolava la ratifica di future modifiche ai trattati alla convocazione di referendum. A giugno 2012 la lettera di un parlamentare per richiedere un referendum dopo le elezioni seguenti è stata siglata da oltre 100 colleghi, mentre filtravano report secondo cui otto ministri avrebbero preferito uscire dall’UE. Neppure il (fallito) tentativo di sbarrare unilateralmente a Jean-Claude Juncker la strada verso la presidenza della Commissione Europea è bastato a Cameron, nel giugno 2014, per evitare le critiche del fronte anti-UE: nella stampa pullulavano commenti sull’ennesima sconfitta contro il federalismo di Bruxelles.

In sostanza, per molti versi, la fase attuale appare come il culmine di quella tradizione euroscettica che, facendo leva su una (reale o presunta) diversità dell’identità britannica o degli interessi economici della nazione rispetto al continente, ha dato forma all’atteggiamento della maggioranza dei governi del Regno Unito verso l’integrazione europea: diffidenza verso i suoi risvolti politici, pragmatismo esasperato, impegno limitato, adesione ai trattati ma con esenzioni. Se alcuni governi si sono distinti per il loro ruolo in determinati passaggi della costruzione dell’Unione Europea, nessuno di questi ha però abbracciato la causa europea con passione dinanzi alla propria nazione e all’elettorato. Sulla scena politica, il cuore pulsante dell’euroscetticismo si è spostato, negli anni, dal Labour Party al Conservative Party e in parte in un partito relativamente “nuovo”, lo UKIP.


1 Fra le quali: la denuncia del regime sudafricano da parte della stessa Gran Bretagna, la guerra del 1965 tra India e Pakistan, la dichiarazione di indipendenza del regime razzista di Ian Smith in Rhodesia e una disastrosa conferenza dei primi ministri del Commonwealth che nel 1966 cambiò per sempre le idee di Wilson al riguardo.

2 Non solo il governo fu costretto a proporre un pacchetto di misure disinflazionistiche, ma anche i suoi sforzi di puntellare il valore della sterlina vennero frustrati dalla svalutazione a cui dovette procedere nel 1967.

3 Inoltre, era stata disegnata la Politica Agricola Comune ed era stato raggiunto un accordo sulle “risorse proprie” per il finanziamento del budget comunitario, che avrebbe costretto la Gran Bretagna a contribuire liberalmente attraverso i dazi che colpivano le sue importazioni. A compromessi raggiunti, ammettere il Regno Unito era più semplice.

4 Ad accendere la miccia dell’euroscetticismo fu il disastro del Black Wednesday, il 16 settembre 1992: quel giorno il governo Major dovette uscire dall’Exchange Rate Mechanism, il sistema europeo di tassi di cambio a fluttuazione limitata che costituiva il primo passo verso l’istituzione dell’euro, a seguito di un attacco speculativo.

5 I cinque test appositi si basavano sulla possibilità di creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti, sui vantaggi per il settore della finanza, sull’armonia fra i cicli economici nazionali, sull’impatto di eventuali shock asimmetrici.

6 Dai Paesi dell’Est, molti dei quali erano in effetti membri della “coalizione dei volenterosi” a propria volta, il Regno Unito era invece diviso da preferenze economiche contrastanti sull’uso del budget comunitario.


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna e trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo e sulla teoria costruttivista.

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