La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – terza parte

Prima parte: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – prima parte

Seconda parte: La tradizione euroscettica in Gran Bretagna e lo UK Independence Party – seconda parte


 

Per guardare ora a caratteristiche e posizioni dello UK Independence Party, iniziamo dalla sua traiettoria storica. Con il nome attuale lo UKIP è nato nel 1993, anche se la sua storia si potrebbe far iniziare con la fondazione della Anti-Federalist League (AFL) nel 1991: più che un partito, un gruppo di pressione con lo scopo di “convertire” i Tories perché voltassero le spalle all’integrazione europea. Il principale promotore del progetto fu Alan Sked, storico alla prestigiosa London School of Economics e membro del Bruges Group: il più celebre dei gruppi euroscettici nati in seguito al discorso di Bruges di Margaret Thatcher, un think tank reso influente dalla partecipazione di giornalisti e intellettuali e sostenuto da membri dell’establishment economico e finanziario.

Inizialmente il partito era quasi sconosciuto e, in luogo di un vero apparato organizzativo, doveva impiegare alcune manciate di cocciuti volontari. Alle elezioni del 1992 il risultato della AFL fu del tutto trascurabile, e in occasione di quelle europee del 1994 lo UKIP approdò a stento all’1%. Lo stesso accadde alle elezioni legislative del 1997, quando il partito non andò oltre l’1% dei voti nei seggi in cui presentò candidati1. L’insuccesso dell’Exchange Rate Mechanism e le polemiche sul Trattato di Maastricht avevano dato visibilità al tema europeo, ma quella volta lo UKIP si trovò a fare i conti con un partito rivale: il ben finanziato Referendum Party del magnate James Goldsmith, che voleva forzare i partiti tradizionali a indire un referendum sull’appartenenza all’UE e che nel 1997 raggiunse il 2.6% (anche se Goldsmith sarebbe morto poco dopo e il suo partito si sarebbe dissolto). Le performance non esaltanti facevano sì che lo UKIP restasse sospeso a mezza via fra il piccolo gruppo di pressione che era stato e il partito in ascesa che auspicava di diventare2. Nel 1999, comunque, dal momento che le elezioni europee si tennero per la prima volta con un sistema proporzionale3, le cose andarono meglio per lo UKIP, che riuscì ad ottenere il 7% e a far eleggere tre europarlamentari. Alle elezioni del 2001 giunse però solo al 2% (in media, nei seggi in cui presentò candidature) a causa di vari elementi a sfavore: un programma ancora monotematico e perduranti difficoltà organizzative, la bassa popolarità del tema europeo e il fatto che lo stesso Conservative Party conducesse una campagna elettorale incentrata sull’euroscetticismo.

Una prima svolta arriva con le elezioni europee del 2004, in cui lo UKIP ottiene il 16.1% (davanti ai Liberal Democrats) e 12 europarlamentari. Questo è reso possibile dall’adesione di Robert Kilroy-Silk, già docente universitario, parlamentare laburista e conduttore di un programma di interviste per la BBC (prima di essere licenziato per commenti dispregiativi contro gli arabi). Kilroy, popolare e carismatico, aveva accentuato la critica del partito ad un establishment politico ritenuto non più in contatto con la gente, oltre a fornire il propellente per un drastico aumento sia di iscritti, sia di finanziatori, sia di elettori che altrimenti non avrebbero preso in considerazione il partito. Il fatto è che la sua ambizione di scalare il partito in breve tempo aveva finito per alienargli le simpatie degli attivisti dello UKIP, fino a costringerlo ad andarsene. E così, nelle elezioni parlamentari del 2005, uno UKIP di nuovo indebolito non aveva oltrepassato il 3%.

Una dinamica simile ha avuto luogo fra il 2009 e il 2010. Nel 2009 lo UKIP si è presentato alle elezioni europee avendo ampliato la linea politica, ma senza risolvere il problema della macchina organizzativa; per giunta, da destra emergeva un’altra sfida effimera ma potente in quel momento, ovvero il British National Party xenofobo e razzista. A risollevare le sorti dello UKIP, accreditato di un 7% dai sondaggi poco prima del voto, è intervenuto uno scandalo dei rimborsi spese che ha coinvolto esponenti dei tre partiti maggiori, cosicché il partito ha ottenuto un inaspettato 16.5%. Appena un anno dopo, alle elezioni nazionali, ha continuato ad accrescere il numero dei candidati e il consenso ricevuto nei relativi collegi rispetto all’elezione precedente dello stesso tipo (3.5%), ma senza neppure avvicinarsi a conquistare seggi a Westminster.

Il resto è storia recente, a iniziare dalle crisi che hanno segnato gli ultimi anni. A livello europeo, oltre alla crisi economico-finanziaria che ha scosso la credibilità dell’UE e minato la fiducia popolare nell’euro, esiste una crisi politica relativa all’incertezza in cui l’Unione appare dibattersi circa il suo futuro e i suoi obiettivi geopolitici… e partiti euroscettici di vario genere sono sorti come funghi, o si sono rafforzati, proprio in anni recenti. Per il Regno Unito, oltre all’austerità di cui il governo Cameron si è fatto portatore, si segnala che l’immigrazione da altri Paesi europei è oggi massiccia, e che nel 2014 è scaduto il periodo transitorio per l’ottenimento della piena libertà di circolazione intra-UE da parte dei cittadini rumeni e bulgari; inoltre i Liberal Democrats hanno compromesso, entrando nella coalizione di governo per una sola legislatura, buona parte della simpatia e dell’autorevolezza di “partito fuori dai giochi” acquisite in decenni di opposizione.

Dal 2010, lo UKIP si è impegnato per creare bastioni di consenso locali, un primo passo per ambire alla maggioranza relativa in alcuni collegi elettorali del sistema first-past-the-post. Alle elezioni locali è riuscito (finalmente?) nel 2013 a quadruplicare il suo consenso (24%) e ottenere centinaia di seggi. Quanto alle elezioni suppletive per la Camera dei Comuni, dall’inizio del 2013 ha superato quasi ovunque il 20% – in collegi laburisti e conservatori, oltre che in uno “controllato” dai Liberal Democrats – e vinto due seggi con Douglas Carswell e Mark Reckless, parlamentari conservatori in carica che si sono dimessi proprio per riconquistarli sotto le insegne dello UKIP. Il primo posto ottenuto alle elezioni europee del 2014 con il 26.6% è il culmine, non un successo isolato.

Lo UK Independence Party è euroscettico in senso “forte”: attribuisce all’UE una connotazione inequivocabilmente negativa e auspica che il Regno Unito ne esca al più presto, svilendo l’integrazione europea perché la concepisce come un indebolimento della sovranità nazionale e come una minaccia all’identità della nazione. Lo UKIP riutilizza argomenti “storici” della destra euroscettica conservatrice: lo spettro del “super-Stato federale” europeo, la vicinanza culturale con il Commonwealth e l’idea che nel referendum del 1975 la classe politica abbia manipolato i cittadini, inducendoli a credere che la CEE non fosse niente di più che un’area di libero scambio. L’ostilità all’UE è costruita in termini sia di interesse nazionale, per esempio additando la legislazione europea in materia di sanità, ambiente e occupazione come uno svantaggio per l’industria britannica, sia di identità nazionale (descritta come irreparabilmente diversa da un’identità “continentale” spacciata per omogenea): secondo il leader dello UKIP Farage,

La verità, naturalmente, è che fin dall’inizio non avremmo mai dovuto aderire a questa Unione, francamente perché siamo diversi. Siamo diversi! La nostra geografia, la nostra storia, le nostre istituzioni prodotte da quella storia, ci fanno apparire e pensare diversamente.

Il consenso raccolto dal partito ha tre nuclei collegati fra loro: la questione europea, l’immigrazione e la critica alla classe politica. L’immigrazione è un tema centrale perché “sentito” dall’elettorato britannico, e molti immigrati che raggiungono oggi la Gran Bretagna provengono dall’Europa dell’Est e del Sud, agevolati dalla legislazione europea sulla libertà di circolazione. L’ostilità dello UKIP all’immigrazione non ha basi razziali, ma il partito si richiama all’identità britannica/inglese e contrasta esplicitamente la “dottrina” del multiculturalismo. Lo UKIP chiede che gli immigrati non abbiano titolo a richiedere benefici di welfare prima di aver pagato le tasse nel Regno Unito per cinque anni, né ad ottenere la residenza permanente prima di dieci, e propone un bando quinquennale contro l’afflusso di immigrati unskilled; Farage ha sostenuto che nei primi cinque anni gli immigrati non dovrebbero poter far studiare i loro figli nelle scuole pubbliche4. La natura di partito anti-establishment dello UKIP si mostra invece nel sostenere l’esistenza di un divario tra l’élite politica e il popolo, implicando quindi che tutti i partiti mainstream, che siano al governo o all’opposizione, siano essenzialmente la stessa cosa: del resto il partito critica allo stesso modo le élite politiche di Londra e quelle di Bruxelles. L’identificazione con il popolo gioca un ruolo assolutamente di primo piano nella politica dello UKIP, attraverso il continuo richiamo al “senso comune” e al “parlare chiaro”. Come hanno scritto gli studiosi Matthew Goodwin e Robert Ford5,

“Europa” funziona spesso come un simbolo di altri problemi nella società e minacce percepite alla nazione: élite indifferenti e non più in contatto [con il popolo] a Bruxelles e a Westminster; un degrado del rispetto per l’autorità e delle tradizioni britanniche; e soprattutto, l’assalto dell’immigrazione di massa.

Per certi versi lo UKIP ha ereditato dai Tories una linea politica di destra6: un approccio law and order alla giustizia, la deregulation, riduzioni della tassazione (garantite anche dall’eliminazione del contributo versato al bilancio europeo) e tagli alla spesa pubblica. Altri elementi che illustrano la sua vena conservatrice sono la contrarietà ai matrimoni tra omosessuali, un ostinato scetticismo nei confronti delle teorie del cambiamento climatico, una radicata antipatia verso parchi eolici ed energie rinnovabili. Dopo avere invocato in passato la privatizzazione del National Health Service, lo UK Independence Party afferma oggi che lo riformerà per migliorarne l’efficienza; propone poi che, per l’assegnazione di alloggi attraverso il social housing, sia data precedenza a coloro i cui genitori o nonni siano nati in loco. Il partito richiede che le piccole imprese non debbano adeguarsi alla legislazione regolativa europea giacché non esportano, anzi, eliminarla del tutto uscendo dall’UE favorirebbe la competitività delle aziende del Regno Unito in Europa, per difendere la quale lo UKIP vuole mantenere accordi di libero scambio con il resto d’Europa. Propone aumenti nelle spese per la difesa ma si oppone a qualunque intervento militare all’estero che non sia dettato da interessi nazionali, rigettando quindi ogni sorta di interventi umanitari, di pari passo con la sfiducia verso gli aiuti economici indirizzati verso la cooperazione allo sviluppo. Infine, lo UKIP vuole sottrarre la Gran Bretagna alla giurisdizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo7.

Qual è l’elettorato di riferimento dello UKIP? All’inizio della sua avventura politica il partito era relativamente più forte nel sud del Paese a prevalenza conservatrice, ma negli anni è riuscito a penetrare anche nel nord dell’Inghilterra, nelle zone industriali di storica fedeltà laburista; è in Scozia, dove il nazionalismo inglese non fa presa, e a Londra, dove le minoranze di stranieri sono molto consistenti, che non ha fatto breccia. La crisi di legittimazione dei tre partiti è pure legata all’insoddisfazione che si è diffusa tra lavoratori della classe operaia, per lo più anziani e con bassi livelli di istruzione, preoccupati per gli effetti della globalizzazione e adirati contro partiti i cui leader, troppo simili per formazione e aspetto, paiono avere come riferimento la middle-class. Dati analizzati da Ford e Goodwin sembrano confermare che queste componenti demografiche hanno fra i votanti dello UK Independence Party un peso maggiore che per altri partiti.

Nella politica dello UKIP è infine cruciale la figura del “capo carismatico” del partito. Nigel Farage, al contrario di quel che si potrebbe pensare, è il leader dello UK Independence Party “soltanto” dal 2010, dopo esserlo già stato dal 2006 fino al successo delle elezioni europee del 2009 (dimettendosi poi di sua volontà). Ad ogni modo, già nella seconda metà degli anni Novanta Farage era giunto ai vertici del partito, essendo stato nel 1997 il primo candidato dello UKIP ad oltrepassare la soglia del 5% in un collegio uninominale, e ha avuto più di una volta un ruolo risolutivo nelle crisi interne che il partito ha affrontato, conquistandosi sul campo una legittimazione personale. I leader contano non solo per la capacità di conquistare voti indipendentemente dai rispettivi partiti, sulla base dell’appeal personale, ma anche perché possono esercitare un impatto decisivo sull’immagine del partito stesso e sul modo in cui gli elettori guardano ad esso. Farage, la cui autorità nel partito è oggi praticamente incontrastata ed è stata rafforzata dai recenti successi, è la punta di diamante della “politica di identificazione” dello UKIP con la “gente comune”.

L’aspetto di Farage, e la sua abilità nell’interpretare l’uomo qualunque, sono stati cruciali per l’appello dell’UKIP come partito che è esplicitamente al di fuori di questa struttura di élite. Farage fuma, va al pub, scambia qualche battuta con le persone all’esterno. Nessuno degli altri tre leader di partito potrebbe sognarsi di fare lo stesso. L’intero personaggio di Farage è al centro dell’idea che lo UKIP è una rottura rispetto al passato, che il partito non è parte della classe metropolitana. La voce del partito non è levigata nello stile di media, ma rauca per il fumo. I messaggi non sono affinati con focus group, ma hanno la forma di un franco buonsenso. Il volto non è di zelante preoccupazione, ma di spiritosa bonarietà. Il fatto che Farage sia stato uno studente di public school e un operatore di borsa alla City non conta. Al contrario degli altri leader, ha trasceso la sua condizione sociale8.


 

1 Il che corrispondeva ad uno 0.3% dei voti a livello nazionale. Non sempre i piccoli partiti presentano un candidato in ogni collegio elettorale, anche perché sarebbe una scelta dispendiosa: in Gran Bretagna presentare una candidatura richiede di versare una cauzione di 500 sterline, restituita solo qualora il candidato ottenga poi almeno il 5% dei voti.

2 Alan Sked esigeva che, se lo UKIP avesse fatto eleggere candidati al Parlamento europeo, questi ne negassero la legittimità e rifiutassero di parteciparvi: per contrasti interni su questa e altre scelte fu spinto a dimettersi. Fino all’ascesa del partito dopo il 2010, non c’è stato pieno accordo nello UKIP su un diverso interrogativo strategico: che fare, in tempo di elezioni, in un collegio elettorale in cui un candidato euroscettico di un altro partito avesse chiare chances di vittoria? Sostenerlo e rinunciare a presentarne uno proprio, per timore di disperdere i voti euroscettici, sarebbe una scelta realista ma implicherebbe il favorire un partito rivale, con il rischio di vedere poi quei parlamentari euroscettici limitare la propria voce e piegarsi alla disciplina dei rispettivi partiti.

3 Anche se le formule elettorali sono diverse nei vari Paesi d’Europa, per le elezioni europee si è convenuto che tutti gli Stati membri adottino sistemi di tipo più o meno proporzionale, per permettere anche a partiti minori di inviare rappresentanti al Parlamento Europeo per far sentire la propria voce.

4 www.theguardian.com/politics/2015/mar/15/farage-backs-five-year-state-school-ban-uk-immigrants

5 In un acuto e giustamente celebrato volume sullo UKIP: Ford R. e M. Goodwin (2014), Revolt on the Right: Explaining support for the radical right in Britain, London, Routledge

6 Per un elenco completo dei punti programmatici dello UKIP, http://www.ukip.org/policies_for_people

7 Uno degli scopi sarebbe quello di approvare un’indipendente legislazione britannica sui diritti umani che dia la precedenza “agli interessi dei cittadini che rispettano la legge e delle vittime rispetto a quelli dei criminali” .

8 Elwes J. (2014b), Ukip’s appeal – it’s all about identity, in Prospect Magazine, 10 ottobre (www.prospectmagazine.co.uk/blogs/prospector-blog/ukips-appeal-its-all-about-identity)


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna e trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo e sulla teoria costruttivista.

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